Avrei dovuto leggere un intervento scritto dai registi della compagnia Motus, Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande.
Tuttavia ci sono stati diversi temi che sono stati toccati sia da Moni Ovadia che da Maurizio Roi, che suscitano delle riflessioni.
Lascerò spazio al succitato intervento molto incisivo.
Parto dall’ultimo intervento di Paolo Cacchioli, il quale ha proposto un’interessante analisi dell’evoluzione del sistema teatrale italiano da fine degli anni ‘60 a oggi, e in questa parabola, seguendo le indicazioni istituzionali, ha sottolineato la distinzione tra prosa e teatro di ricerca.
Io desidererei porre l’accento su questa distinzione tutta italiana, un’anomalia; all’estero è difficile anche da tradurre questo binomio.
Il mio è uno spunto di riflessione per ribadire che, in questo momento di crisi, ci si può fermare a riflettere, prendere del tempo per tentare di ricostruire di un’identità e una struttura.
Moni Ovadia, nella sua stimolante introduzione ci ha richiamato a una rifondazione: in Italia, forse è venuto il tempo di chiarire che significato diamo alla parola cultura e cosa significhi praticarla. La crisi non può essere solo un momento per cercare di sottrarsi ai tagli e di discutere dell’annosa questione degli scarsi finanziamenti.
Forse è anche ora di interrogarsi sulle barriere che esistono fra i vari settori teatrali e delle arti sceniche, ad esempio. Questi steccati tra danza, opera, teatro…e tra prosa e ricerca: per mia esperienza il teatro dovrebbe essere comunque ricerca; senza ricerca, il teatro è morto.
Maurizio Roi, invece, ha sostenuto, in un passo del suo intervento, che non ci siamo mai interrogati su alcuni punti, quali il mercato globale, la comunicazione, la riproducibilità tecnica.
Partendo dalla mia esperienza teatrale, quella della mia generazione, ritengo che questa affermazione non sia in assoluto valida.
Molto probabilmente questi temi noi non ce li siamo posti come problemi, ma con essi ci confrontiamo quotidianamente. La “globalizzazione” per esempio è stata affrontata molto serenamente e nella maniera più utile: nel momento in cui in Italia non si possono trovare finanziamenti, abbiamo avuto la fortuna di trovare all’estero dei sostegni. Grazie alle tournèe abbiamo potuto sopravvivere e crescere in Italia. Questa apertura delle frontiere, ci ha portato a coinvolgere nelle produzioni, attori stranieri, a pensare spettacoli che possano essere proposti anche a pubblici non italiani.
Anche con la tecnologia ci siamo confrontati quotidianamente, l’abbiamo utilizzata in scena e nel lavoro di produzione e di organizzazione.
Fino a dieci o quindici anni fa la tecnologia veniva utilizzata sulla scena come esperienza innovativa, non era ancora vissuta come uno strumento: i monitor, i video, spesso diventavano il fulcro attorno a cui ruotava lo spettacolo. La nostra generazione è nata con la tecnologia, e per noi essa è diventata un mezzo, uno strumento di lavoro quotidiano.
Negli interventi precedenti si faceva riferimento all’idea della bottega artigianale e del lavoro sul territorio.
Noi, Motus, non possiamo dirci, forse, degli artigiani in senso rinascimentale, però, come altre compagnie dell’Emilia Romagna – soprattutto della Romagna – pensiamo di potere essere considerate delle novelle botteghe. Le nostre compagnie sono luoghi in cui la creatività viene coltivata a tutti i livelli e vi si sviluppano talenti di diversa natura: da quello organizzativo e promozionale, a quello tecnico e attoriale/performativo. Il momento creativo comporta, dunque, lo sviluppo di tante competenze e diverse figure. E’ la forza del nostra sistema. Inoltre, vincente è stata l’intuizione e la pratica di creare dei gruppi radicati sul proprio territorio e contemporaneamente capaci di cercare un rapporto strutturale con l’estero.
Dopo queste brevi riflessioni sugli interventi precedenti, lascio spazio al testo che Daniela Nicolò, fondatrice e regista con Enrico Casagrande della compagnia Motus, aveva preparato in occasione del convegno.
Premessa
Abbiamo pensato di riproporre in questo dibattito un pezzo che alcuni mesi fa abbiamo scritto per “Lo straniero”, rivista diretta da Goffredo Fofi, un testo pensato per quell’isola di pensieri che da sempre lotta con vari poteri, a tutto campo e da più versanti, dando voce a studiosi ed artisti che spesso di voce ne hanno poca, o solitamente non sono abituati ad alzarla per farsi valere. Sono talmente assorbiti dal loro fare quotidiano che poco dedicano agli sfaceli collettivi… noi teatranti per primi, rapiti spesso da progetti utopici e complessi, sempre in viaggio, sempre a contatto con mondi diversi, sempre in cerca, spesso finiamo per essere talmente assorbiti dal nostro fare artistico da non accorgerci di chi veramente abbiamo di fronte, da lasciarci pilotare dall’alto e da lontano con l’illusione di essere creativi, ricevendo qualche recensione-contentino… tutti assiepati nei nostri orticelli ci siamo estenuati in piccole lotte di quartiere o nella difesa del poco ottenuto coi denti, piuttosto che guardare oltre, capire dove certi spostamenti di cariche politiche o nomine importanti andavano a parare… è vero, noi stessi abbiamo più volte detto che occuparci di certe dinamiche politiche, o inseguirle, ci faceva ribrezzo… ma ora trovarci così divisi, parcellizzati senza avere mai avuto la forza di fare un’azione comune visibile, ci riempie di sconforto e delusione. Ora che il governo governa con l’accetta e non si cura certo del valore artistico di certe realtà.
Questa estate il festival di Santarcangelo, esploso e quasi autogestito dalle compagnie, è stato forse il primo sentore positivo in senso opposto all’individualismo indotto e governante. Confidiamo dunque che la direzione corale futura sia segnale di inversione di rotta, sia auspicio del passaggio dal singolare al plurale, o meglio a un plurale declinato in base alle più radicali individualità.
Ci svegliamo solo nell’emergenza assoluta? Forse.
Forse anche questo incontro ne è riflesso, perché mira diretto a un punto focale: dove è, come è gestito il potere, perché anche il nostro fare artistico bello e anarchico è purtroppo sempre in balia e ostaggio di giochi di potere di pochi: ma il nostro “potere senza potere” (per citare un tema del festival estivo) può essere più potente e indistruttibile se si nutre della base, se accoglie e si espande orizzontalmente, alimentandosi di ciò che sta fuori, che è vivo e muta perennemente e con una velocità tale che spesso, chi governa, non fa in tempo nemmeno a percepirlo e, quando tenta di farlo entrare in qualche burocratica casella, è già divenuto altro. Scegliamo di leggere questo piccolo testo che parla un’altra lingua forse, ma contiene un monito di resistenza tenace e di fiducia: proprio nel qui ed ora così deleterio c’è l’input per un nuovo rivolgimento: quello avvenuto nelle scuole ne è sintomo, anche i teatranti a questo punto devono scendere in campo, uscire all’aperto, senza protezioni.
Sidewalk
Un marciapiede come spazio-cerniera tra pubblico e privato, esterno e interno: connettore-soglia fra città e cielo, alto e basso.
Un marciapiede come appoggio ultimo per il nostro teatro, come barriera stanca fra noi e il mondo. Ora i nostri attori stanno appoggiati lì e lì attendono. Di fronte una panchina e una strada a separare.
Nella volgarità imperante c’è necessità di timidezza, indecisione, lentezza; di stare all’aperto senza protezioni, inermi. E non è una resa.
Quando il territorio è frantumato e il qualunquismo incede, l’arroganza politica e culturale conquista soglie preoccupanti: governa chi alza la voce e offende, governa chi usa barzellette e sconcerie, chi paventa il ricorso alle maniere forti, alla tolleranza zero.
Fantasmi inquietanti del regime trascorso avanzano… si fanno strada da sotto, dal basso, agendo sul gusto e l’attitudine al fare… si insinuano ovunque anche fra le poltroncine rosse dei vecchi teatri “all’italiana”, dove non a caso continuano a essere al centro gli istrioni, i parlatori, gli affabulatori egocentrici, con spettacoli di repertorio in cui anche la trasgressione è edulcorata, o ridicolizzata, per strappare qualche sorrisetto bieco… governa il gusto di chi dispensa sonniferi o evasioni-illusioni, american dreams fasulli e riciclati…
Di certo non governiamo noi e di sedere su certe poltroncine non ne vogliamo sapere, meglio essere fuori, lontano dai centri e dagli assembramenti sportivo-spettacolari: stiamo dove è meglio non stare, dove non si sa cosa possa accadere. Sul marciapiede, in mezzo.
Non stiamo di fondo, siamo.
Guardiamo alla giovinezza come metafora d’incertezza e trasformazione, giovinezza non anagrafica ma interiore, attitudine e disposizione a farsi invadere dagli eventi, alla curiosità verso il non certo, non definito, il non riducibile a termini puramente economico-utilitaristici.
E non è un ripiego nostalgico, ma pratica disintossicante.
Ci sediamo sul bordo del transito, al confine fra pedoni e auto, respirando “…aria fresca e gas di scarico, aria fresca e profumi alcolici griffati, aria fresca e parole buttate al macero…
mi arrivano solo pezzi di mondo, pezzi di facce, di auto, di moto, di cani, di bimbi, di finestre, di porte, di bar, di condomini… pezzi di grida e di pianti, di cavi del telefono e dell’elettricità, pezzi di insegne al neon, di manifesti strappati, di scritte, graffiti e parolacce invecchiate, cicche e cocci di piatti, pezzi di parabrezza e scarpe vecchie e ancora, sempre uguali e diversi,
pezzi di un mondo che va a pezzi… ” (da un testo dello spettacolo Ics Racconti crudeli della giovinezza)
Oppure andiamo, spinti da forza irrimediabilmente centrifuga, fuori, verso luoghi senza nome. Perchè continuiamo a essere attratti da edifici abbandonati?
Per la loro forma di vaghezza? Di non-forma?
Evidentemente anche l’assenza di forma è forma.
E’ il rovescio dei luoghi urbani, residuo delle città.
C’è una strana similitudine fra giovinezza e terrains vagues: in urbanistica questi spazi sono denominati “zone bianche”, luoghi che si producono attraverso il riempimento progressivo, abusivo o meno, delle zone fuori dai piani regolatori. Il bianco li differenzia sia dall’edificato che dal naturale, quello completamente prodotto dalla cultura, il cosiddetto verde pubblico dei parchi e giardini. Questo spazio “vago”, cioè bianco, si caratterizza in base alla peculiarità dell’assenza, assenza di colore e di riconoscibilità: è lo scenario ideale per azioni imprevedibili, per assembramenti clandestini, patti di sangue, incontri promiscui e giochi pericolosi… tutto ciò che sta al confine-margine del quieto vivere, (nel bene e nel male, purtroppo…).
Lo sguardo in questi spazi è ravvicinato, ansimante: quando si cammina in terreni accidentati non si può guardare in alto o lontano, occorre scrutare il terreno, controllare i dislivelli e i materiali potenzialmente pericolosi, è uno sguardo che si sofferma, sintassi di un corpo che tocca, esplora il particolare, sente le masse, le ruvidezze…
Ci piace pensare a un sapere-motorio più che visivo, un sapere-conoscere che entra nei pori degli oggetti, li scruta, li seziona nei pixel costitutivi. La matrice che vela le immagini in Ics è un po’ questo sguardo, dove micro-macro si fondono per tentare di entrare dentro, andare sempre più all’interno delle cose, secondo una “incorporazione radicale”.
E’ un incedere per focalizzazioni sensoriali imprevedibili, dove vista, tatto e olfatto sono costantemente attivati, l’equilibrio è precario, il percorso ignoto, ma si procede, integrando una di seguito all’altra, carrellate di visioni parziali di mondo, pezzi, disintegrati, di un tutto “che cade a pezzi”…
Sia nel caso di edifici-macerie che dei vuoti urbani, il fascino per i luoghi interstiziali cova nella loro stessa irriducibilità, nella loro diffusione sfumata e sfuggente… un vuoto d’opposizione ai pieni urbani, un vuoto d’opposizione alla pienezza adulta anche.
Sono gli spazi dell’incolto, della proliferazione casuale e incontrollata, di innesti inattesi, di brassage fantasiosi fra specie sfuggite al controllo di giardinieri e cultori dell’ordine urbano. Ambiti che ci piace equiparare ai teatri “resistenti” che ci ostiniamo a fare, teatri-rampicanti, invasivi, che per primo colonizzano tutto il nostro vivere poi si propagano alle esistenze altrui, di chi con noi collabora o vede in modo vivace, non da spettatore assopito.
La vegetazione invade, trasforma, si insinua in ciò che ha perduto uso e motivo, trova fonte di vita e espansione nel vuoto, fra i pezzi di ciò che non è più… vegetazione selvatica che solo il cemento armato estirpa? Dipende, è solo questione di tempo e alchimie atmosferiche.
Esistono piante che si insediano negli interstizi del cemento più duro e lo spaccano… radici che deformano marciapiedi, squarciano selciati e si riprendono lo spazio sottratto con paziente tenacia. Piante pirofite che proliferano là dove ci sono stati incendi, che resistono al fuoco (pirofite passive) o che si rigenerano grazie a esso (pirofite attive), in pratica trovano energia vitale dalla distruzione stessa…
E la distruzione è in atto in questo bel paese anestetizzato.
A questo punto, estromessi e volutamente non belligeranti, pensiamo sia necessario arrivare alla fine, all’incendio, alla tabula rasa del dire e fare, per trovare nuove forme d’esistere. Abbiamo alle spalle anni d’allenamento pesante, alla trasformazione, alla flessibilità, al fare anche con poco e niente, negli angoli, contro.
Aspettiamo il peggio per rinascere dal peggio. Fiduciosi.
Daniela Nicolò