Intervento di Antonio Fava

Pubblicato il 28 gennaio 2009 da ater

Nell’85, tornati per alcuni anni dalla Francia -dove siamo stati per un po’ di tempo – ripresa la nostra attività teatrale in Italia, per alcuni anni (fino all’85) abbiamo ripreso a concorrere per le sovvenzioni statali.
Dall’85 abbiamo deciso di smettere, non le volevamo più, quindi noi il FUS, o qualunque cosa ci fosse, lo abbiamo eliminato da allora.
Noi è dall’85 che facciamo il nostro lavoro, che si agisce nel mondo della cultura, specificatamente nel teatro, ad un livello, nei nostri limiti, più alto possibile, più elevato possibile, in assoluta perfetta autonomia.
Facciamo tutto da soli, e per poter fare tutto da soli abbiamo potuto da un lato ridurre le esigenze, anche pratiche, che servono a far fronte a questo tipo di attività e dall’altro a inventare tutto un modo di lavorare.
Abbiamo preso questa decisione perché era veramente impossibile “fare quello che ci pareva” in termini culturali , dovendo seguire quei meccanismi che erano schiavizzanti. Era assolutamente impossibile tentare di fare quello che noi dovevamo fare seguendo quei meccanismi.
Essendo noi, nel gran mare dell’amministrazione della cultura in Italia, semplicemente il nulla, potevamo soltanto fare o in altro modo o cambiare mestiere.
La prima idea è stata quella di cambiare mestiere, ma poi ci siamo accorti che, riferendomi al teatro, alla parte artistica, sapevamo fare solo quello…
Sicuramente un certo talento lo abbiamo, però essendo il nostro talento organizzativo e amministrativo praticamente nullo, avendo deciso di continuare, dovevamo inventarci qualche cosa.
Siccome la nostra esperienza francese ci aveva messo in contatto con molta gente un po’ in tutto il mondo, siamo ripartiti da lì. Stando in Italia siamo ripartiti da dove avevamo interrotto in Francia con operazioni internazionali in atto. Ogni rapporto era personale e diretto e in questo modo abbiamo potuto creare un mercato, un mercato tutto nostro che ci consente di continuare il nostro lavoro, che ci ha consentito di farlo crescere fino a dei livelli piuttosto importanti.
Io faccio regie in tutto il mondo, con teatri importanti, con compagnie importanti, con attori famosi.
Come sapete è qualcosa che qua in Italia è praticamente nulla.
Forse noi facciamo parte di quella famosa fuga non di cervelli, ma di talenti che pur continuando ad avere un indirizzo in Italia (viviamo a Reggio Emilia, Via Roma numero 46, se qualcuno passa di li suonate, tanto noi non apriamo e non rispondiamo a nessuno) però a parte questo non è lì che lavoriamo.
Che cosa è successo? È successo che noi con un’incredibile facilità e scioltezza ovunque -eccezion fatta per / non si chiama più Italia, si chiama Questopaese, un’unica parola con la “Q” maiuscola, / eccezion fatta – quindi per Questopaese, , ogni volta che abbiamo chiesto un incontro lo abbiamo sempre ottenuto, ogni volta che abbiamo parlato siamo stati ascoltati, e spesso, non sempre ovviamente, le nostre proposte sono state accolte positivamente, si sono tradotte in progetti e in realizzazioni. Qui mai, anche quando siamo stati accolti, lasciatemelo dire, abbiamo trovato facce adirate, orecchie infastidite, snobismi insopportabili, per non parlare del buzzurrame, e della cafonaglia che ci ha trattato da ignoranti, quando l’ignorante era invece di fronte a noi; questa è la nostra esperienza. Questo è uno scherzo del nostro amatissimo, adoratissimo paese
Perché poi dico amatissimo, adoratissimo paese, perché è in quanto italiani che siamo apprezzati in molti paesi del mondo.
E la nostra italianità, che non è quella del clichè, che non è quella anche di certi clichè che accompagnano certe nostre discipline, ma è quella di un approfondimento serio e completo, quella che viene richiesta là dove andiamo.
Noi abbiamo agito, se volete, anche come produttori di formaggi e di salumi, non abbiamo avuto bisogno di sovvenzioni per arrivare fin qui, per essere pubblicati da importantissimi editori negli Stati Uniti. Adesso stiamo lavorando a un progetto con un altro grande editore a Londra, e altre cose così; se volete c’è una bella lista. Tutte queste cose proprio perché rappresentativi di una cultura di questo paese, trattata con la massima serietà.
Noi artisti siamo gli ultimi ad essere ascoltati, proprio da chi ci promuove, ci organizza, ci amministra.
Voglio finire così, quando 23 anni fa abbiamo deciso di non volere più niente da nessuno, di fare da soli, non ne potevamo più di sentir parlare di noi come se noi non ci fossimo, noi artisti intendo, non dico noi personalmente.
Adesso, qui in questi 2 giorni, sentiamo parlare sorpassati a sinistra.
Addirittura gli amministratori dicono cose ben più forti di quelle che io stesso potrei dire a proposito di tantissimi guai che in questi anni stiamo passando e dei rapporti quasi impossibili con gli amministratori stessi. Dicono delle cose che io stesso non avrei osato dire riguardo alle difficoltà che adesso incontriamo.
Io non lo so se devo essere contento di questa cosa.
Suona un po’ sinistra, che voi amministratori vi lamentiate dei miei guai più di quanto non faccia io stesso.
Io sono molto italiano, qui come a Chicago dove sono in ottimi rapporti, dove lavoro un sacco, ma anche Madrid, Barcellona, Lisbona, Praga, Tokyo.
Non ho problemi, non mi posso lamentare, continuate a lamentarvi voi, entro 3 anni pare non ci saranno più soldi per nessuno, però vi prego, lavorate bene perché in giro per il mondo c’è gente che ci cerca.
Grazie

  • pepo scrive:

    Hai detto cose giustissime e i nostri politici hanno delle grosse responsabilità in questo. Sono così tanti quei burocrati che lasciano l’impronta del culo in Parlamento. Se solo ne [...] almeno la metà, dico, la metà. Chiedo troppo? Vabbè, io ci ho provato. La tua lettera mi è piaciuta molto. Vorrei applaudirti, ma forse non mi sentiresti. Ci provo lo stesso, pazienza se non funziona. Clap clap clap clap…

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