Io sono Giancarlo Dini, sono di una realtà che si chiama DireFare e gestisce spazi dell’entroterra folivese, ma opera anche nel cesenate e nel ravennate e stavo riflettendo sullo statuto dell’organizzatore o del direttore artistico, che parte a volte con ambizioni social-politiche e con grande enfasi iniziale poi si trova a dover mediare una serie di cose.
C’è infatti una sorta di schizofrenia, fra un atto di grande generosità nel comunicare agli altri ciò che si vede e ciò che si apprezza ed un atto di presunzione nel voler far vedere agli altri ciò che si apprezza.
Questa è una schizofrenia necessaria da parte del programmatore o del direttore dii spazi.
Detto questo tutti noi probabilmente siamo fruitori estremamente raffinati a volte anche radical chic, e programmatori che devono guardare anche al proprio portafoglio. Per cui a volte ci capita di programmare cose che sono i necessari cavalli di troia, soprattutto in luoghi lontani dai grandi centri, per attirare pubblico e resistere alla progressiva diminuzione di risorse pubbliche e rientrare con biglietti. Questa è una riflessione che invito a fare specialmente per chi gestisce piccoli spazi .
Un ‘altra riflessione necessaria è poi quella sulla necessità di tener conto del rapporto tra periferie e grossi centri o piccoli centri di produzione.
In Romagna esiste un fenomeno di pendolarismo culturale fortissimo .Pensiamo a un diametro che va da Imola a Rimini, che non è poi così lontano da quello di una grande città come Roma o come Milano, e vediamo che le potenzialità quotidiane di spettacolo portano a un forte pendolarismo culturale che ad esempio ; le nostre mailing list attestano questa provenienza distribuita sul territorio.
Dicevo una riflessione forte sullo statuto del rapporto fra grosso centro o piccolo centro e periferia è fondamentale e andrà fatta approfonditamente.
Come dicevo prima quei benedetti cavalli di troia(spettacoli di richiamo con personaggi di grande notorietà) di cui si parlava sopra, televisivi o meno ,consentono di raggiungere un pubblico vastissimo. Io ritengo che fare ricorso a queste forme di avvicinamento al pubblico sia giusto però solo se si opera in un’ottica di progressiva formazione di un pubblico, con necessaria evoluzione della qualità. Ciò ci consentirà un domani di programmare anche cose molto particolari , più vicine alla ricerca …che hanno una ricaduta molto forte sulla società e non solo sul pubblico.
L’ultima riflessione che vi lascio, e mi fa piacere che l’Ater abbia creato un percorso di formazione in questo senso, è una riflessione sulla potenzialità di pubblico data dagli emigranti e su quanto siamo incapaci quotidianamente di intercettare questo pubblico.
Quelle logiche di rispecchiamento che a volte portano un pubblico nostro fra virgolette a teatro non avvengono quasi mai ,anche quando ci proponiamo di programmare anche spettacoli che hanno al centro le tematiche della migrazione o altri temi, nei confronti di questo pubblico.
Grazie