Ringrazio molto Maurizio Roi e l’ATER per aver promosso questa discussione. Ho trovato nell’introduzione ai lavori molti spunti di riflessione, la gran parte de i quali condivisibili. Prima di affrontarli vorrei però contestare un punto di vista che ho sentito riaffermare in alcuni degli interventi che mi hanno preceduto.
Va di moda sostenere che Silvio Berlusconi consideri la cultura un costo e non un investimento e che viceversa solo il centro sinistra riconosca il valore della cultura come motore di sviluppo.
Trovo la tesi a dir poco singolare, considerato che sugli investimenti nell’industria culturale Berlusconi ha costruito il suo impero, diventando editore di libri, giornali e riviste, produttore e distributore di cinema, audiovisivi e spettacoli, proprietario di Televisioni.
Certo proprio in ragione di suoi interessi d’imprenditore ha idea che lo Stato debba avere una funzione residuale in materia di cultura. Ma dire che consideri l’investimento in cultura una cosa inutile, è una interpretazione banalizzate e falsa dell’ottica con cui l’attuale governo affronta il tema e pertanto, in ultima analisi, incapace di generare comportamenti politici utili. In realtà serve più che altro per captare benevolenza di platee su cui i tagli alla spesa pubblica in cultura pesano come macigni.
Alla luce dei fatti, trovo peraltro altrettanto singolare sostenere che il centrosinistra abbia fatto dell’investimento in cultura l’asse delle sue politiche di settore.
L’investimento è quella spesa per cui il rendimento e beneficio si produce nel corso del tempo. Il centrosinistra fa si spesso investimenti in strutture fisiche, ma senza affrontare programmaticamente il problema della spesa corrente che deriva dalla gestione di strutture (con esiti micidiali sulla manutenzione e fruibilità degli investimenti il cui beneficio a venire è talvolta azzerato per queste ragioni e si riduce perciò a spesa corrente). Inoltre quando fa spesa corrente la fa molto raramente in una logica di sviluppo (dunque d’investimento in quanto spesa destinata ad animare processi che continuano autonomamente e non solo se sono direttamente alimentati dalla spesa pubblica) ma con una logica finalizzata al consumo immediato.
Per questo ho dato al mio contributo il titolo: le politiche culturali come servizi al tempo libero sono un ostacolo per lo sviluppo. Perché in realtà la nostra area politica in primo luogo, per diversi decenni ha troppo spesso fatto questo esercizio: ha speso per erogare servizi al tempo libero delle persone senza preoccuparsi di alimentare lo sviluppo di capacità produttive e gestionali autonome nel “settore”.Con questa premessa il ragionamento che vorrei provare a fare nasce da una presa d’atto, oggi indispensabile. Visto che nei prossimi mesi gli effetti della crisi si faranno sentire in modo devastante sulla vita delle persone e delle imprese per un periodo non breve, forse il problema da affrontare non è tanto come mettere un cerotto per tamponare un’arteria recisa, ma capire se e come è possibile fare un uso costruttivo della necessità ineludibile di una diversa distribuzione della spesa pubblica.
Cioè di fare ciò che John Podesta ha immediatamente detto nel momento in cui è stato insediato il Transition Team di Obama Brack, “non ci faremo sfuggire l’occasione di trasformare la crisi drammatica che ci attende nella transizione verso un sistema più giusto, sostenibile, efficiente”.
Il tema di fronte a quello in cui siamo è esattamente questo, e cioè se la crisi che si abbatte può essere utilizzata attraverso un ragionamento per far girare la testa di questo paese e dei suoi cittadini verso il futuro, invece di tenerla costantemente rivolta indietro, nella disperata ricerca di preservare quello che è rimasto di un passato glorioso (ormai lontano).
Tutto sommato se continuiamo a pensare e domandare che le casematte siano difese (vedi ad esempio il FUS), vista l’attitudine del Governo attualmente in carica verso la conoscenza, la cultura e l’innovazione ed i numeri di cui dispone, ci troveremo alla fine di questo film con la nostra famiglia Winshaw (rinvio al romanzo di Jonathan Coe sugli effetti del Tacherismo), ma con 20 anni di ritardo e in assenza di una finanza rampante che mette in circolazione denaro da riutilizzare. Dunque disastrati con un problema enorme di ristrutturare l’intera funzione pubblica della cultura senza avere mezzi per farlo.
Io penso che quando parliamo della funzione che conoscenza e cultura devono svolgere nel nostro paese sia necessario fare un esercizio a cui siamo purtroppo poco abituati. Mi viene in mente un’immagine di Minority Report. Non so se avete visto il film tratto da una novella di Philip K. Dick: a un certo punto c’è un tizio – un poliziotto – che muovendo le mani fa scorrere immagini del futuro sul suo computer olografico in cerca di una possibile verità alternativa fra i rapporti con cui gli oracoli raccontano gli accadimenti futuri e su cui si basa l’azione preventiva della polizia.
Penso che dovremmo metterci per un secondo nella condizione di essere l’agente, e con la mente provare spostare i veli che ci oscurano l’avvenire tentando di guardare un po’ il futuro tra 15-20 anni verso cui corriamo, inconsapevoli e distratti da beghe tipiche di una provincia decaduta ancora convinta di essere al centro dell’impero. Forse è d’aiuto se cominciamo a ragionare tenendo conto di ciò che accade fuori dalla dimensione ridicola del nostro paese, nel mondo che ci circonda, a farci un’idea del ruolo che L’Italia può realisticamente giocare nel mondo interdipendente, delle sue dimensioni, capace di guidarci nel fare le scelte che dovremmo cercare di fare, che vorremmo fossero fatte nei prossimi mesi-anni.
Ecco qualche spunto.
Guardando un po’ in là, noi abbiamo alcuni fenomeni importanti che ci sono sotto il naso e che sono: l’esplosione demografica in una certa area del mondo e il ruolo del “talento” nei processi produttivi; l’urbanizzazione galoppante, in altre parole grande concentrazione di questa popolazione nel mondo; la smaterializzatone dei prodotti; lo spostamento del baricentro del mondo verso oriente.
1) Secondo molti analisti, la gran parte della ricchezza che viene prodotta in un economia della coscienza avviene in super-corridoi, in megalopoli regionali, in aggregati urbani coesi o interconnessi, abitati da decine e decine di milioni di persone, eletti come luoghi per vivere e produrre dalla parte di popolazione attiva più capace di affrontare problemi complessi attraverso l’utilizzo di conoscenza e creatività. Una popolazione che sempre più decide dove vivere in ragione di prestazioni che riceve dal luogo dove s’insedia: connessione con il mondo, libertà nelle scelte e apertura alle diversità, varietà degli stimoli, qualità dell’ambiente naturale e antropizzato, … Dal dinamismo di queste aree, che oramai travolge anche le frontiere degli Stati nazionali, dipende oggi e dipenderà sempre più lo sviluppo del pianeta.
E l’Italia?
Noi siamo un paese di 8200 comuni, in cui la più grande città accoglie circa 3milioni di abitanti (piccole aree urbane quindi), in cui i sistemi di trasporto non consentono di muoversi tra due città che distano 200 km l’una dall’altra in meno di 3 ore – 3 ore e mezza, con una micidiale frammentazione e disarticolazione delle reti di connessione interne delle aree urbane. Un paese i cui politiche urbanistiche hanno prodotto l’allargamento del perimetro urbano quindi poca densità e lunghi dei tempi di spostamento. In breve ci siamo governati in questi anni sviluppando al negativo tutte le prestazioni di cui oggi avremmo bisogno per stare nel mondo, tutte le prestazioni di connessione e scambio che rendono una società dinamica e vitale.
Inoltre, stando ai dati disponibili la percentuale di popolazione Italiana in grado di produrre valore aggiunto attraverso l’utilizzo di conoscenza e tra le più basse del mondo sviluppato. Visto che si concentra nelle aree urbane qualche dato riferito alle città può dare la dimensione del gap: in Italia, al meglio, questa gruppo raggiunge il 24-25% della popolazione attiva, In Europa laddove la società è più dinamica supera il 40%, nelle stesse zone la popolazione con istruzione terziaria supera di poco l’11 % nelle aree urbane italiane più importanti, mentre altrove (Londra ad esempio) raggiunge il 30%.
Con questo scenario in mente vale la pena porsi questa domanda. Nella ragionevole ipotesi in cui fra 15- 20 anni l’unico aggregato urbano Europeo con un ruolo mondiale sarà Londra, le altre grandi aree europee avranno perlopiù una funzione di catalizzatore a scala regionale e poi ci saranno nuove capitali mondiali in Asia e America Latina oltre a quelle della costa Ovest statunitense, noi chi siamo? dove siamo? cosa facciamo, con chi parliamo di cosa?
2) Il baricentro del mondo si sposta verso il Pacifico e così le sue capitali, è partito dal Mediterraneo, poi si è spostato verso l’Atlantico con Londra e New York adesso è a Los Angeles e poi se ne andrà oltre verso l’Asia.
Noi stiamo qui, chiusi nella culla della civiltà occidentale a proteggerla da ogni “assalto”, mentre il piroscafo corre verso oriente. Con chi parliamo ? di che? I nostri rapporti, le nostre comunicazioni, il nostro interscambio restano qui. Forse in questa luce sarebbe interessante accorgersi che, probabilmente nell’arco di qualche decennio Turchia e nord Africa-Medio Oriente (Egitto e aggregato Algerino-Marocchino) occuperanno ruoli importanti nella dinamica internazionale. E noi? Ci limitiamo a fare importanti accordi con la Libia ma poi prendiamo a sberle tutti gli altri, pensiamo all’emigrazione solo in chiave di manodopera per la manifattura o lo schiavismo in agricoltura. Ché forse la formazione di comunità di emigranti con una propria classe dirigente di livello e ben integrate anche nei processi decisionali non sono il primo veicolo dell’ interscambio con i paesi di origine? Invece più di altri inneggiamo barriere all’ingresso di ogni straniero – anche quelli qualificati (abbiamo le Università più inaccessibili a stranieri del mondo sviluppato) – depotenziando l’apporto impagabile che deriva da solide e colte comunità di emigranti.
3) Nei decenni passati abbiamo assistito alla diffusione di oggetti nomadi – telefoni, pc, ipod, … (mi pare fosse J. Attali a chiamarli così) e quindi allo sviluppo della capacità di produrre quasi ovunque, fuori dai luoghi del lavoro, anche durante gli spostamenti. Ora stiamo assistendo ad una forma molto più avanzata di questo fenomeno in cui questi oggetti si integrano fra di loro e attraverso la disponibilità di connettività noi saremo in grado di produrre, trasmettere, elaborare conoscenza e cultura in qualunque momento e durante qualunque attività della vita quotidiana, nei mezzi di trasporto, nei tempi morti, non più da soli ma integrati in processi di lavoro cooperativo costantemente attivi (se penso che il principale intervento in reti wireless fatto negli scorsi anni a Roma riguarda Villa Borghese vedo confermata la tesi che purtroppo riusciamo ad affrontare questi tempi solo nei termini dei servizi al tempo libero delle persone senza capirne la vera portata).
Abbiamo certamente sentito e usato migliaia di volte il concetto di terziarizzazione dell’industria, ma forse non abbiamo riflettuto abbastanza. Più che alla trasformazione dell’industria in servizi, in questi decenni abbiamo assistito all’industrializzazione di servizi, o se non altro questo è lo scenario dentro cui ci muoviamo oggi e sempre più, in cui la tecnologia disponibile ha reso possibile processi industriali nuovi (ma,comunque, tali in quanto un prodotto tipo viene riprodotto e venduto in tante copie) i cui prodotti incorporano attività che prima erano servizi. E’ molto diverso dal pensare che è tutto servizio, con i suoi processi produttivi, il suo rapporto tra investimenti e costi, i suoi prezzi, i suoi rendimenti.
C. Gordon prima domandava: ” chissà perché che gli italiani non riescano a raccogliere i frutti delle reti internazionali in cui si inseriscono”. Se posso azzardare una risposta penso che accada perché in questo paese la cultura del lavoro di team è inesistente, non viene insegnata a scuola, non viene insegnata all’università e non viene promossa sul lavoro.
È un paese in cui regna ancora la cultura dell’artigiano, cioè di colui che lavora in uno spazio definito da se’ medesimo e dal committente.
Dunque guardando al futuro, se non modifichiamo questa attitudine, anche nel campo della produzione di contenuti, non riusciamo a cogliere le sfide della contemporaneità. La creatività italiana vive una crisi evidente perché costretta a fare i conti con l’economia della conoscenza. Raggiunti secoli fa i vertici nel paesaggio, nell’arte e nella cultura materiale, oggi la produzione culturale fatica enormemente a misurasi con l’immateriale. Finché non affrontiamo seriamente il problema di come la dimensione artigiana fa un salto e diventa neo-industriale anche nel campo della produzione di contenuti o di conoscenza diffusa, in crisi restiamo. Siamo un paese che ha un terribile bisogno di capacitazione dalla società, cioè di condizioni materiali e culturali per essere parte di processi produttivi nei quali i produttori non sono più soli col tornio, ma sono integrati in processi di tipo cooperativo a cui noi non siamo abituati.
Ricapitolando: per stare nel mondo che verrà servono corridoi urbani super collegati (infrastrutture e relativi servizi), vivaci, aperti, … che connettono milioni e milioni di persone, attraenti per i produttori di conoscenza (il Talento); serve una rete di scambi internazionali solida e vitale con aree a loro volta in forte evoluzione; serve una creatività diffusa capace di cimentarsi con l’immateriale; serve voglia di futuro e coraggio di rischiare; serve gente capace di interagire con altre persone ovunque esse siano; …
E dunque, visto quanto sia distante tutto ciò dall’Italia di oggi, dal dibattito corrente, dai pensieri della classe dirigete che facciamo? ci buttiamo dal ponte?
Io penso che in realtà una strada per invertire il declino che appare inevitabile del paese ci sia.
Ci è offerta dal degrado della qualità della vita che sta accompagnando e prevedibilmente accompagnerà l’addensamento di grandi masse d’esseri umani in arre urbane intensamente antropizzate e dalla divergente domanda di qualità che esprime quella parte di popolazione attiva che mettiamo sotto il cappello di “Talento”.
Ma una strada che richiede un uso, seppure intelligente, del patrimonio italiano, il suo territorio e la sua ricchezza culturale. Richiede valorizzare le risorse disponibili alla luce delle probabili sfide che il futuro di medio periodo ci riserva.
Alla luce di quello che proverò a dire valorizzare implica non distruggere, avere consapevolezza del valore incorporato dal patrimonio, vivo nel presente e da trasmettere al futuro. Ma implica altresì che rompiamo il binomio tutela e valorizzazione a cui siamo tanto legati. Significa infatti riconoscere che la parola tutelare è stata messa la per dire che non si poteva toccare questo patrimonio, che andava ibernato ad ogni costo contro l’assalto della contemporaneità. Significa liberarsi della convinzione che tutto ciò che di bello sul mondo andava detto e stato detto dai nostri avi e che la contemporaneità, ovvero noi, non abbiamo nulla di significativo da dire sul nostro tempo ai nostri contemporanei e ai posteri. E’ una interpretazione che in assenza di un progetto per l’Italia che verrà è servita per salvare parte del territorio dallo scempio dell’abusivismo e del cattivo costruire (solo in parte). Ma oggi senza rimuovere questa idea di “tutelare” si nega all’Italia una possibilità di futuro.
In un mondo in cui sono le grandi aree urbane (e la concentrazione di individui capaci di produrre innovazione) il motore dello sviluppo e la costruzione di nuovo equilibrio tra queste, le aree rurali e l’ambiente in generale la sfida fondamentale per la stessa sopravvivenza della specie umana, proprio in forza della sua frammentazione, della piccola dimensione delle sue aree urbane, della relativamente modesta distanza che le separa, del patrimonio di opere, manufatti e tradizioni che accoglie, l’Italia può offrire al mondo un’interpretazione originale del concetto di Megalopoli/Super Corridoio in cui il tragitto per lo sviluppo non è guidato dall’espansione vertiginosa delle singole aree urbane, bensì dalla possibilità di avvalersi di prestazioni tipiche delle aree urbanizzate, in territori ampi che includono ed integrano aree rurali e una molteplicità di centri abitati di dimensioni variabili. Una nuova città sostenibile.
Sto parlando di aggregati che connettono i poli Bologna-Firenze-Roma, Milano-Torino-Genova, Bari-Napoli, … in cui le dinamiche, le prestazioni di questi aggregati siano comparabili a quelle che uno ha se vive a Londra, ad Amsterdam oppure a Mosca (tempi di spostamento, servizi alle attività e alle persone, connettività senza soluzioni di continuità, servizi sociali, …).
Ma in più c’è una qualità del territorio e una possibilità di distribuirsi su un territorio che a sua volta offre un policentrismo culturale, una varietà di possibili stili di vita, che nessuna area urbana nel mondo ha in questo momento ne’ è prevedibile lo abbia in futuro.
Essendo così articolato e così particolare anche per le ragioni che ha ben descritto C. Gordon raccontando il processo di costituzione della struttura nazionale italiana, il nostro paese offre la possibilità di una scommessa “eversiva” rispetto all’attuale modello di sviluppo, tale da essere oggi largamente in controtendenza con ciò sui cui il dibattito delle classi dirigenti si accanisce.
In questa prospettiva la cultura è materia prima e prodotto principale delle possibilità di rilancio dell’Italia. E’ dunque forse più comprensibile l’asserzione che politiche culturali che siano distribuzione di servizi al tempo libero delle persone (e non si pongono il problema del tutto diverso di come caspita la società è in grado di rappresentarsi rispetto al proprio tempo e al futuro), sono un disastro. Sono spesa e non investimento, ma anche micidiali enzimi della nascita e consolidamento di interessi corporativi difficilmente risolvibili. Naturalmente nelle pieghe di ciò si trova, come sempre in Italia, qualità, eccellenza e innovazione. Ma la verità è che il sistema è perverso e genera aspettative legittime ma tendenzialmente orientate a preservare lo status quo invece che ad innovare. Il FUS ne è un esempio tipico. Noi ci troviamo in questo incastro, per cui oggi non si può toccare il FUS perché è la condizione di sopravvivenza di un settore debole ma importante, anche semplicemente dal punto di vista della libertà di espressione artistica. Però palesemente il FUS è la deriva, purtroppo ancora efficiente, di una politica vecchia un secolo in cui lo Stato centrale e i suoi apparati intendono controllare la creatività e la diffusione di pensiero. Dunque il FUS, soprattutto in peridi di crisi, è contemporaneamente un ostacolo alla nascita di nuove forze (o la riconversione di forze esistenti) in grado di esprimere la propensione all’innovazione di cui c’è necessità.
Così il FUS non si tocca altrimenti casca il sistema ma senza toccarlo il sistema e il resto muore d’asfissia.
Ma siccome adesso il sistema casca comunque, la mia tesi è: governiamo la caduta non contrastandola per soli motivi di disperazione, spendo bene quello che facciamo e usiamo nella caduta una strategia che abbia senso rispetto ai possibili destini di questo paese.
Una strategia largamente diversa da quella che a un certo punto ha preso il nome di “modello Roma”. Si parlava di sviluppo ma si faceva gestione della spesa, l’opposto di quello che penso sia necessario. Lo mostravano bene Alessandra Untolini e Rita Borioni scorrendo la principale legislazione in materia di cultura dell’ultimo secolo. Dall’Italia liberale ad oggi, la nostra è una storia in cui chiunque abbia governato, noncurante del fatto che le radici della nazione e del suo ruolo mondiale affondano nella capacità di produttore di cultura e utilizzare il capitale finanziario per promuovere lo sviluppo di cultura nelle città, ha deciso di utilizzare la leva culturale attraverso politiche centralistiche di spesa per mantenere un controllo (capacità di orientare) della società.
Oggi, dopo un secolo, avvantaggiati/obbligati dalla crisi che si è già affacciata, è indispensabile farla finita con le politiche culturali, ovvero politiche che hanno l’obiettivo di far prevalere una visione del mondo, una cultura, perché questo paese ha bisogno di politiche per la cultura, politiche in cui concetto fondamentale è la libertà delle persone di conoscere, inventare, creare, intraprendere. Politiche che investono sulla capacità diffusa delle persone di vivere e creare nel proprio tempo, per il proprio tempo e per il futuro. E il compito dello Stato, in questo caso, è un compito sussidiario rispetto a quello rimandato alle dinamiche della società civile.
In questa prospettiva le politiche per la cultura non possono essere limitate alle politiche per lo spettacolo, l’arte, la letteratura. Perché la cultura di un paese è anche la scienza, la tecnologia, l’architettura con cui si costruisce la parte nuova della città, si cambia volto a quella ereditata dal passato. A questo riguardo voglio fare un inciso prima di terminare. In questi ultimi anni abbiamo assistito alla costruzione di milioni di metri cubi di edilizia indegna: senza qualità architettoniche, nessuna innovazione nei materiali e nelle tecniche, nessun tentativo di mettere a disposizione modelli abitativi diversi da quelli per tradizionali nuclei familiari; nessuna investimento su criteri di sostenibilità.
Quando uno costruisce milione di metri cubi, senza un disegno urbanistico che nasce dall’idea di futuro della città, senza curarsi della qualità dell’edificato, dovrebbe immaginare i disastri che prepara. Come viene tramandata l’identità di un tempo ad un altro che segue se non attraverso le forme che vengono date agli spazi? Noi siamo ancora a dibattere sulla teca di Meier, senza che una voce che si alzi per orientare la nuova edilizia residenziale in modo tale che sia un volano allo sviluppo e non una pietra tombale sul futuro dell’Italia, senza riuscire a capire che fare politica per la cultura in questo paese significa occuparsi con l’interezza dei fatti e delle attività attraverso cui si costruisce l’identità di una società. Fatti e attività che non sono neanche osservati dentro l’ambito stretti del classico assessorato alla cultura, ma sono di carattere trasversale.
Non se ne può più di sentirsi dire che la cultura è un asse centrale di questo paese e poi non ci sia un santo di presidente del consiglio, di sindaco o di presidente della regione che agisce di conseguenza e, necessariamente, sottrae questa competenza alla dimensione settoriale in cui è relegata e la assume facendola centrale nella progettazione strategica del suo governo.
Perché il problema non sono i soldi che dai all’assessore della cultura, che dai al FUS, che spendi per il tempo libero delle persone. Il problema è come il tema della crescita culturale, condizione necessaria per stare al gioco dello sviluppo nel quadro delle mutazioni in corso nel mondo, può essere assicurata attraverso l’insieme delle politiche di governo del territorio e delle attività.
Come metti in piedi politiche e che riguardano la collettività nel suo insieme, che rendono vitali i rapporti con tra comunità-territorio e università, come il patrimonio scientifico diventa parte della vita civile, come si collegano le diverse comunità che oggi sono totalmente separate, come scambiano tra di loro e con il resto del mondo, come … Se tutte queste cose qua non diventano parte di una politica in un paese che ha queste risorse qui, a quale destino dobbiamo rassegnarci? A quello di fare la fine di un paese in via di sviluppo. Ma un’altra strada ci sarebbe.
Grazie