Intervento di Rita Borioni e Alessandra Untolini Bocci

Pubblicato il 28 gennaio 2009 da ater

Il tax credit si sostanzia nella deduzione delle spese di investimento nel settore della produzione di prodotti cinematografici e interviene anche nel caso in cui l’investimento non produca reddito. I risparmi prodotti a vantaggio dell’investitore, andandosi a collocare al grado più basso della filiera, dovranno innescare un circolo virtuoso che coinvolge l’intera filiera, giungendo a incidere finanche sul costo del prodotto finale, oltre che sulla crescita di indipendenza dei produttori e di autonomia dall’intervento pubblico.
Il secondo, tax shelter, produce una tassazione ridotta sugli utili generati dagli investimenti e si va ad aggiungere al primo.
Di fatto il provvedimento tende a rendere conveniente investire in un’opera cinematografica, non solo per gli imprenditori del settore, ma anche per soggetti tradizionalmente esterni alla filiera e quindi a stimolare investimenti ulteriori.
Questo lo stato attuale della normativa direttamente afferente al settore cinematografico.Rimane il fatto che esistono altre leggi che afferiscono al settore. Ci riferiamo al deposito legale, alla legge sul diritto d’autore e a quello sulla tutela delle pellicole. Su questi temi non ci possiamo soffermare in questa sede ma rimandiamo ad un articolo che abbiamo pubblicato sulla rivista on line Aedon.

Prima di chiudere vorrei tornare un istante su quanto abbiamo accennato a proposito delle richieste dell’Europa in relazione al Tax Credit ed alla mancanza di una legge di sistema per il cinema.
È noto che l’Europa non permette aiuti di Stato ai settori privati in quanto considerati una minaccia per la libera concorrenza e per il libero scambio. Tuttavia, sono ammesse deroghe tra la quali la più sostanziosa è quella rappresentata dalla necessità che ciascun paese difenda la sua diversità attraverso la cosiddetta “eccezione culturale”. Essa legittima l’intervento pubblico nei settori culturali per impedire la formazione di posizioni dominanti, per consentire prospettive di crescita a settori che presentano livelli insufficienti di domanda, che accusano una forte crescita di costi o che hanno un mercato di riferimento assente o molto ridotto per loro stessa natura.
Potremmo discutere sul fatto che il cinema (e in generale l’intero settore culturale) in Italia non abbia per sua natura un mercato di riferimento e di come ci si sia più o meno esplicitamente conformati a questo dogma o, se preferiamo a questa profezia che si continua ad autoavverare.

Mi vorrei soffermare, piuttosto, su alcune delle condizioni necessarie ed imprescindibili che regolano gli aiuti di Stato nel settore del cinema: il criterio del prodotto, secondo il quale il sostegno deve essere diretto al prodotto (e quindi al film) e non alle imprese o alle persone che si sostanziano semplicemente come vettori dei benefici finanziari. Se questo criterio sia stato realmente rispettato e se, quindi, gli aiuti finanziari saranno utili ad uno sviluppo e diffusione del prodotto e non, piuttosto, ad un rafforzamento delle imprese (magari al rafforzamento di certe posizioni già ora dominanti) ce lo potrà dire solo il futuro.
Mi permetto, però, di avanzare qualche perplessità sul fatto che la norma possa produrre la sua massima efficacia in assenza di una legge e, quindi, di una regolamentazione complessiva del sistema e, quindi, della definizione di un quadro di indirizzi complessivo.

Il problema che emerge, e questo vale per il cinema quanto per le politiche culturali di questo paese, è la mancanza di programmazione delle politiche per la cultura. E questo male sembra giungere da molto lontano. Le nostre politiche per la cultura soffrono di un caratteristico e caratterizzante ritardo culturale, ovvero una sorta di sindrome che costringe, in mancanza di una adeguata lettura dei cambiamenti in corso, a rincorrerli e, casomai, quando non si riescono a raggiungere, a soffocarli o almeno ad ignorarli. Oppure, ancora peggio, si pretende di piegare le esigenze del settore culturale a quelle dell’economia, del turismo, dell’industria e così via.
L’elemento più stupefacente di tutta la questione è come si sia facilmente perduto di vista il fine ultimo dell’intervento nel settore culturale che, in uno stato democratico, non può (o almeno non dovrebbe) ridursi a finalità propagandistiche e neanche a sostenere le industrie culturali senza dotarle degli strumenti per renderle autonome.

Allo stato attuale, come ho più volte avuto occasione di sottolineare, emerge un drammatica condizione di staticità dei consumi culturali. Che porta con sé il radicalizzarsi della crisi delle industrie di settore. Rispetto all’intervento pubblico diretto o indiretto c’è anche da dire che alla crescita dell’offerta non corrisponde una illimitata e proporzionale crescita della domanda e ciò è tanto più vero in una condizione di crisi economica e di decrescita dei consumi culturali. Questo vale in assoluto, ma significa anche che la soluzione al problema della produzione culturale non può essere tanto individuata nella crescita tout court dei finanziamenti al settore, quanto, e soprattutto, nella creazione delle condizioni di indipendenza degli operatori dalle decisioni politiche e nello sviluppo di un mercato della fruizione e del consumo consapevole, autonomo e autodeterminato.

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