Intervento di Yudhishthir Raj Isar

Pubblicato il 30 gennaio 2009 da ater

presidente di Culture action Europe

“Culture e globalizzazioni: fatti o fantasie”

La gente spesso riduce i rapporti reciproci tra le varie culture del mondo(1) da un lato e le forze e i flussi della globalizzazione(2) dall’altro al più semplice problema dell’impatto della globalizzazione sulle culture. Ma questi rapporti sono molto più complessi e ambivalenti.

Tra questi fenomeni vi è un’interazione complessa, un’interazione che allo stesso tempo divide ed unisce, libera e corrode, omologa e diversifica. Un’interazione che ha cristallizzato molte aspirazioni positive e ansie negative, generando un mix di realtà e fantasie.

Notevoli ansietà si nascondono dietro molte delle preoccupazioni in merito alla cultura, intesa principalmente nell’accezione di modi di vita o “cultura come identità“. Lo spettro del conflitto è sempre presente nelle dimensioni culturali del conflitto da un lato, e nelle dimensioni conflittuali della cultura dall’altro o, per dirla in altre parole, nel modo in cui un qualsiasi tipo di conflitto tra gruppi può essere “culturalizzato” e il modo in cui la cultura stessa può divenire una parte del processo di confronto tra i particolarismi mentre la politica dell’identità rimane intrappolata nelle forze e nei flussi della globalizzazione nelle arene di tutto il mondo a livello locale e globale.

L’analisi di questa interazione rappresenta la sfida da noi raccolta quando decidemmo di preparare il primo volume della collana “Cultures and Globalization Series”, dal titolo Conflicts and Tensions.

Agli autori che contribuirono all’opera chiedemmo di porre in primo piano le interazioni tra la globalizzazione e i conflitti o tensioni che, a parere loro, si potevano vedere come “culturali” in un modo o nell’altro, o connessi a fattori culturali, sia che si trattasse di conflitti/tensioni su scala globale-transnazionale o se invece si verificavano all’interno di singoli paesi. Invitammo i nostri autori ad esaminare due aspetti particolari dei conflitti connessi alle culture: i) come i conflitti generati dalla globalizzazione in altre aree arrivino ad occupare un terreno “culturale” e ii) come e perché la dimensione culturale stessa possa ospitare delle dinamiche di conflitto e tensione a sua volta amplificata o mitigata dai processi di globalizzazione. Quando un conflitto diventa “culturale” ? La cultura è un agente o una semplice pedina in una ampia gamma di situazioni culturali? Quando la dimensione culturale ha delle sue dinamiche di conflitto intrinseche? In che modo i processi di globalizzazione amplificano o mitigano conflitti e tensioni?

Ancor più potente di queste idee è lo spettro dell’omologazione culturale, evocato dalla compressione spazio-temporale causata dalla globalizzazione, particolarmente rilevante oggi a causa dell’unione tra la “digitalizzazione” e Internet, spettro che molte persone ritengono stia travolgendo culture e valori locali in tutto l mondo. Questo concetto è stato affrontato da 46 autori di 21 diversi paesi del mondo che hanno esaminato l’economia culturale (cultural economy, come il titolo dell’opera di recente pubblicazione) intesa come le diverse forme di attività economica i cui frutti o prodotti hanno un significato estetico o semiotico di rilievo. In che modo la globalizzazione influenza la produzione, distribuzione e consumo di tali beni e servizi? Che tipo di impatto ha avuto la mercificazione sui valori della cultura? In che modo si sono modificati i rapporti tra creatori, produttori e fruitori della cultura? Quanto forte è l’economia culturale nei diversi paesi del mondo e nelle diverse regioni dei singoli paesi? Quali sono le sfide culturali che le società si trovano ad affrontare in quest’arena?

Nel rispondere a queste domande, diversi autori di contributi hanno esplorato “gap” di proprietà, rappresentanza e peso politico a livello sia locale che globale. Anche se la globalizzazione ha ampliato notevolmente il raggio d’azione e la potenza dei produttori di cultura per certi aspetti, la ha ridotta per certi altri. Da qui discende il supporto ad alcuni protocolli quali Open Knowledge, Open Archives, Open Access, Open Source.

Le analisi e gli approfondimenti dei geografi culturali ed economici sono molto utili in questo ambito, in quanto essi stessi esplorano diversi schemi di concentrazione e dispersione spaziale della produzione di cultura. Da questo lavoro emergono i modi in cui in tutto il mondo sempre più agglomerati di produttori di cultura si formano ed emergono, ciascuno con i suoi prodotti specifici, man mano che i singoli centri mobilitano e impiegano le potenzialità e le positività tipiche del luogo e si costruiscono reputazioni legate a specifici tipi o design di prodotti e a forme di espressione semiotica. Una vasta gamma di fattori distinti rende possibile resistere ai processi per mezzo dei quali alcuni produttori e/o gruppi di produttori stabiliscono monopoli in tutto il mondo. Quindi, per Allen Scott,
“la globalizzazione sembra sempre meno produrre uno schema di omologazione e standardizzazione di massa. Al contrario, sembra proprio che stiamo entrando in un’epoca in cui la produzione culturale si fa sempre più policentrica e polisemica. L’espressione più evidente di questo stato di cose è il continuo emergere di un mosaico globale di centri di produzione culturale legati tra loro da complessi rapporti di cooperazione e collaborazione.”

“Imperialismo culturale”
Questi “complessi rapporti di cooperazione e collaborazione” ci obbligano a rivedere, con un punto di vista nuovo, la vecchia tesi dell’imperialismo culturale, senza dubbio il più antico insieme di teorie sulla globalizzazione culturale. Si trattava di un’insieme di idee che, in sostanza, potevano essere ridotte a due visioni distopiche: la prima era quella di una cultura globale dominata dalla mercificazione come pratica comune del capitalismo globale, e l’altra la paura dell’egemonia culturale della cultura occidentale o, in molte versioni, americana. A parlarne fu Herbert Schiller, studioso marxista americano, il cui Communication and Cultural Domination (1976) parlava di imperialismo culturale e analizzava il funzionamento della monocultura capitalistica globale, ovvero i modi in cui le multinazionali, tra cui i media, dei paesi industrializzati dominino quelli in via di sviluppo, attraendo, facendo pressione, forzando e a volte addirittura corrompendo le classi dirigenti di quei paesi affinché consumino prodotti e servizi del primo mondo, finendo così per plasmare le istituzioni ad immagine e somiglianza dei valori e delle strutture dei paesi dominanti, e in alcuni casi trasformandole in veicoli di promozione di tali valori e strutture.

Anche se “l’imperialismo culturale” non è più al centro dell’attenzione dei circoli accademici, rimane comunque un concetto significativo se non altro perché è divenuto parte del vocabolario generale della cultura e viene menzionato in tutti i contesti. L’idea principale è che la cultura “Occidentale” o americana eserciti il suo potere su tutte le altre attraverso la diffusione di valori, beni di consumo e stili di vita. Il concetto racchiude però in sé altre forme di dominazione: del centro sulla periferia, della modernità sulle tradizioni (ormai morenti), e del capitalismo su più o meno tutto e tutti.

In effetti, i processi storici successivi riassunti sotto l’etichetta di imperialismo tout court – e quindi anche “imperialismo culturale” – hanno da sempre avuto una dimensione culturale. Oggi tale dimensione riguarda i modi in cui la trasmissione di prodotti e stili dai paesi dominanti agli altri porta a schemi di domanda/consumo che a loro volta sono sostenuti da (e promotori di) valori culturali, ideali e costumi del paese da cui provengono. In tal modo, sostiene la teoria, le culture locali di molti paesi sono state dominate e, in misure differenti, invase e rimosse dal loro stesso contesto e sfidate: per alcune persone oggi gli americani sono invasori, ciò è particolarmente vero per molti dei miei connazionali francesi, mentre per molti altri l’invasore è, più genericamente, “occidentale”.

La teoria fornì la spinta principale al movimento per un Nuovo Ordine Mondiale di Informazione e Comunicazione (NWICO) formatosi nell’UNESCO alla fine degli anni ’70, che utilizzava una variante del concetto nota come “imperialismo dei media” che si può definire come il processo mediante il quale proprietà, strutura, contenuto o distribuzione dei media in ogni paese sono, singolarmente o nel loro insieme, soggette a forti influenze esterne dovute agli interessi di un altro paese o più paesi nell’ambito dei media, senza che vi sia per il paese influenzato la possibilità di influenzare a sua volta.

Tutte queste teorie presumevano, o presumono tuttora, una certa intenzionalità del paese dominante nell’esercizio dell’influenza e l’esclusiva negatività di tale influenza sul paese dominato. Tali teorie presumono che i consumatori dei prodotti-media dominanti siano obbligatoriamente influenzati dai valori intrinsechi degli stessi. Presumere la presenza di effetti ideologici e culturali profondi partendo dalla semplice presenza di prodotti culturali è fare un “passo” veramente troppo lungo. Molti altri sono i punti deboli identificati nella teoria, ma piuttosto che discuterne in questa sede preferisco citare tre altri sistemi che offrono interpretazioni diverse da quelle del modello dell’imperialismo culturale:

• Il modello dei flussi culturali o della rete vede il processo di trasmissione come un insieme di influenze che non hanno necessariamente origine nello stesso luogo né viaggiano necessariamente nella stessa direzione. I riceventi possono infatti essere anche trasmittenti. In questo modello la globalizzazione culturale è una rete priva di un centro o periferia definiti, una rete la cui configurazione muta costantemente. La globalizzazione come aggregato di flussi culturali e reti è un processo meno coerente e unitario dell’imperialismo culturale, un processo in cui le influenze culturali si muovono in molte direzioni differenti aumentando l’ibridizzazione piuttosto che l’omologazione.

• Il modello ricettivo sostiene che i destinatari siano differenti tra loro nel modo in cui reagiscono attivamente o passivamente alla cultura veicolata dai mass-media, e che i diversi gruppi etnici, nazionali o culturali interpretano gli stessi elementi in modo diverso. Da questo derivano le diverse risposte empiriche alla globalizzazione culturale dal pubblico di diversi paesi, fenomeno che si osserva facilmente in molti paesi in via di sviluppo in cui l’”Orgoglio Culturale” è più forte. Questo modello non considera la cultura a diffusione globale come una minaccia per le identità nazionali o locali. La cultura non si trasferisce in modo lineare e univoco. Il movimento tra le diverse aree della cultura prevede sempre interpretazioni, traduzioni, mutazioni, adattamenti e “indigenizzazioni” man mano che la cultura ricevente mette in campo, dialetticamente parlando, le sue risorse culturali per un confronto con gli elementi culturali “importati”.

• Il modello negoziazione e competizione, basato sul riconoscere che la globalizzazione ha stimolato lo sviluppo di una serie di strategie da parte dei paesi, regioni, città e organizzazioni culturali per gestire, contrastare o agevolare le forze culturali globalizzanti. Tra tali strategie ne troviamo alcune che mirano a mantenere e proteggere forme e fenomeni culturali ereditati dal passato, altre che ridanno vita a tradizioni culturali, strategie di resistenza alle imposizioni culturali e strategie per elaborare e confezionare, o addirittura alterare o trasformare, le culture locali e nazionali per permetterne il consumo a livello globale. In questa prospettiva, la globalizzazione permette ai paesi di provare a mantenere, collocare o proiettare le loro culture locali in uno spazio globale.

Queste sono le teorie che riguardano i destinatari della globalizzazione, o la “domanda”.

Per quanto riguarda l’offerta, invece di avere un potere dominante generato da una sola fonte, troviamo forze e flussi complessi e contingenti al lavoro in una economia culturale multicentrica, man mano che il numero di produttori, distributori e consumatori è cresciuto drammaticamente, prima in Europa e poi in Asia, grazie alla Cina e all’India che insieme aggiungono quasi due miliardi di nuovi fruitori. Anche se i potenti gruppi dell’industria dei media hanno contribuito attivamente a tali forze e flussi, anche le società locali del settore si sono espanse rapidamente.

In India, la Star TV di Rupert Murdoch pensava di riuscire a scalzare la compagnia televisiva di stato dalla sua posizione di monopolio, ma si ritrovò, con sua grande sorpresa, ad affrontare dozzine di nuovi concorrenti locali, molti dei quali trasmettevano in una delle tante lingue del subcontinente, e tutti a vocazione squisitamente commerciale. Il risultato fu che Star TV dovette localizzare i suoi programmi e le pratiche istituzionali per adattarle alle forze e ai flussi della concorrenza del luogo. E in molti altri casi, le multinazionali dei media hanno dovuto adattarsi alle condizioni locali nello stesso momento in cui le imprese televisive e cinematografiche locali acquisivano pratiche e prospettive maggiormente globalizzate. Invece di schemi di dominazione/sottomissione, le aziende e le istituzioni del settore dei media oggi sembrano saper reagire alla dinamica tira-molla della globalizzazione man mano che la connettività aumenta e ispira cambiamenti significativi nelle pratiche testuali e istituzionali.

La teoria dell’Imperialismo Culturale non concepisce le strategie alternative di competizione, in particolare la differenziazione dei prodotti, da parte dei produttori nei centri non dominanti. Ciò che si vede emergere lungo l’intero spettro dell’economia culturale è una serie di raggruppamenti e insiemi, ciascuno unico, di produttori, che rivitalizzano il paesaggio delle città e delle regioni. Lo scenario che ne emerge è quello di un numero e una varietà di agglomerati di produttori di cultura in aumento invece che in diminuzione in tutto il mondo. Il mondo sembra diventare sempre più cosmopolita ed eclettico nelle modalità di consumo della cultura.

Certamente molti di questi agglomerati di produttori sono destinati alla stagnazione e al declino man mano che i loro prodotti vengono isolati dal mercato da centri e paesi con livelli di efficienza e potenza di marketing superiori e con prodotti maggiormente in grado di attrarre i consumatori. Altri prodotti potrebbero essere in grado di sopravvivere a questi effetti concentrandosi su specifiche nicchie di mercato, e questo è particolarmente vero per quei luoghi che già detengono un qualche monopolio di sostanza, stile o espressività a livello locale. Non tutti i tentativi di differenziare la produzione avranno successo, ma almeno alcuni di essi riusciranno a prosperare, specialmente in quei luoghi in cui gli sforzi per organizzare una distribuzione più ampia ed efficace e delle reti di commercializzazione hanno successo. Un tempo l’alta moda mondiale era dominata dai grands couturiers parigini. Oggi si trovano centri di altrettanta importanza a New York, Londra, Milano, Tokyo e altri ancora, che hanno successo grazie alla bravura degli stilisti e alla continua evoluzione degli stili.

Da qui deriva lo scenario più plausibile di un aumento dei produttori di cultura piuttosto che una diminuzione in tutto il mondo. Le tecnologie del trasporto e delle telecomunicazioni ora disponibili tendono a ridurre, se non eliminare, le economie di scala nei sistemi di distribuzione, rendendo possibile per i produttori specializzati nei centri più piccoli di giocarsela nei mercati più sperduti del globo. Un chiaro esempio di questo scenario è presente nel settore discografico dove le nuove tecnologie basate su internet permettono a gruppi anche piccoli di produzione di raggiungere velocemente pubblici distribuiti su scala geografica molto ampia. Internet inoltre elimina diversi strati di intermediari tra produttori e consumatori, aumentando quindi il potere discrezionale di questi ultimi e aumentando la loro capacità di richiedere e influenzare le dimensioni della scelta di prodotti.

Data la persistenza, e in alcuni casi crescita, dell’importanza delle economie di agglomerazione nei sistemi di produzione della cultura, ne consegue che le continue riduzioni dei costi di distribuzione non saranno, probabilmente responsabili di una generica delocalizzazione e de-territorializzazione quanto piuttosto di una spinta a favore dell’aumento di una vasta gamma di gruppi relativamente piccoli distribuiti su di un numero ancora più modesto di gruppi più grandi. In altre parole, la riduzione dei costi di distribuzione può, ragionevolmente, presumersi foriera di un aumento dei profitti nei centri più grandi (che verrebbero quindi aiutati a mantenere la propria posizione di egemonia) ma anche di un abbassamento della soglia di ingresso dei centri più piccoli che potranno sopravvivere, a condizione che riescano a realizzare in modo efficace strategie di competitività – quali la ricerca della differenziazione del prodotto e dell’eccellenza del design – per compensare le loro basi territoriali relativamente deboli. La loro sopravvivenza può essere ulteriormente assicurata nel caso i decisori a livello di sito di produzione siano in grado di elaborare sistemi efficaci per la fornitura di servizi di coordinamento e indirizzo tese all’espansione delle economie di agglomerazione e la correzione di effetti negativi di lock-in dipendenti dal tempo.

Oltre ai gruppi di aziende di proprietà locale che in genere costituiscono la maggioranza degli agglomerati produttivi, le multinazionali rappresentano una forza ancora maggiore nella produzione e distribuzione di prodotti culturali. Molte di queste società (soprattutto media americani e giganti dell’industria dello spettacolo) hanno acquisito un considerevole controllo su alcuni specifici mercati di prodotti. Allo stesso tempo, le maggiori multinazionali con interessi nell’economia culturale (tra le più grandi vi sono, ad esempio, Sony Corp., Disney Co., Daewoo Corp., Time Warner Inc., Bertelsmann AG., L’Oréal SA., Seagram Co., Havas SA., Christian Dior SA., e altri) tendono, al giorno d’oggi, a mostrare una sorprendente varietà di provenienza geografica. Ciò che è ancora più importante per i nostri scopi, tuttavia, è quanti di questi operano attivamente una diversificazione, in particolar modo per acquisizioni di unità produttive affiliate, in agglomerati di produzione di prodotti culturali in tutto il mondo. In parallelo con tale diversificazione, le grandi aziende con una forte produzione di tipo simbolico hanno mostrato una certa inclinazione al micro-marketing dei loro prodotti, come mostrato in settori quali industria della birra e discografico. Ci sono anche segni contrari, che suggeriscono cioè che, nonostante un trend societario (fordista) iniziale che prevede la standardizzazione dei prodotti, oggi la diversificazione rappresenta una strategia produttiva molto più fattibile, e questo, in molti casi, contribuisce a rinforzare ulteriormente il trend di diversificazione geografica dell’economia culturale globale. Anche nel caso di prodotti cinematografici, la roccaforte delle società americane del settore dei media non è comunque inespugnabile ed è sempre più sotto attacco sia da dentro che da fuori degli USA man mano che i registi e i cineasti indipendenti di paesi di tutto il mondo come Australia, Gran Bretagna, Cina, Hong Kong, India, Nigeria e altri paesi cercano di coltivare nicchie di mercato alternative.

Tutto ciò mostra come sia da abbandonare l’idea dell’egemonia Occidentale in favore di un pensiero in cui un vasto insieme di processi agisce a livello trans-locale e interattivamente. In altre parole, piuttosto che essere l’arena del potere centralizzato, l’ambiente dei media globali, sempre più interconnesso, sembra essere ogni giorno di più il risultato di processi e rapporti complicati e disordinati. Tali processi hanno portato all’uso di aggettivi come frattale, disgiuntivo e rizomatico per definire un terreno complesso di circolazione testuale, ricezione e appropriazione.

Naturalmente è decisamente errato concludere che la globalizzazione debba obbligatoriamente funzionare in un modo tale da rimuovere o ridurre le iniquità e le asimmetrie. Molti divari rimangono. Andy Pratt, ad esempio, sostiene che “lo schema seguito non è per nulla sorprendente, ed è dominato dal controllo delle società multinazionali al Nord e nelle città, e da una serie di raggruppamenti e agglomerati che si formano attorno a quei mercati in cui i consumatori hanno redditi elevati e liquidità“. Sia gli uni che gli altri svolgono funzioni quale controllo sui diritti di proprietà intellettuale e di distribuzione (o cessione degli stessi) e, nonostante ci siano eccezioni, limitano molto la possibilità di sfruttare la grande forza dei paesi in via di sviluppo: il possesso di idee creative e la capacità di innovare con esse. Chiaramente nel concetto di controllo delle culture vi è una forte componente di lotta per il potere e la supremazia, ma per poter affrontare l’argomento è necessaria una comprensione più sfaccettata e variegata dei processi coinvolti, e delle possibili risposte agli stessi. Chiaramente, un sistema di offerta culturale puramente orientato al mercato non può non tenere conto di tali problematiche, con nuove forme e funzioni di e per il processo decisionale e nuovi modelli di governance, saranno fondamentali. Ciò di cui abbiamo bisogno è “‘una politica culturale energica ma, negli aspetti più importanti riflessiva (nel senso di reazione cosciente al contenuto simbolico dei prodotti economici), condizione necessaria per il rafforzamento della democrazia nella società moderna.”

Riflessioni conclusive…
Questo settore è un terreno accidentato che mette in gioco sentimenti e affetti. C’è allo stesso tempo il rifiuto e l’accettazione di una cultura “mondiale” o “globale” vista come una cornucopia di prodotti omologati destinati al consumo di massa. Tale cultura “globale” rappresenta un nuovo livello contenente diversi tipi di strutture, complessità, ordine e disordine nell’organizzazione della cultura umana. Non è una omologazione di sistemi di espressione e significato ma un flusso intenso di significati competenti, oltre che di persone, beni e servizi, in una singola rete globale di relazioni sociali. Questo sistema globale è stato preceduto da secoli di commercio intercontinentale che è divenuto un sistema economico globale grazie alle conquiste su scala mondiale del capitalismo occidentale. Tuttavia, lo sviluppo di una Cultura Mondiale oggi disponibile sotto forma di merce ha anche stimolato la ri-pluralizzazione culturale man mano che le comunità di tutto il mondo mobilitano una politica culturale vera: difesa cosciente della propria cultura, che viene proclamata diritto inalienabile, concepita come valore già di per sé, e giustificata in quanto “tradizione” ereditata.

Quest’ultimo fenomeno è di per se un prodotto dell’incompletezza del processo di globalizzazione. Di certo, l’espansione colonialista Occidentale non è avvenuta in un vuoto culturale; le sue vittime passate avevano i propri modi di esistenza e resistenza, attraverso i quali le influenze culturali europee venivano mediate e orientate. Costretto a scendere a compromessi con i sistemi culturali locali, non fosse altro nel nome del profitto o del dominio, l’Occidente non offrì mai un’alternativa totale alle culture indigene, ma solo spizzichi e bocconi di tecnologia, o oggetti di consumo privati dell’intento originale di chi li aveva prodotti, insieme a frammenti di ideologie politiche e religiose ugualmente alienate dalla propria storia europea. Gli effetti totalizzanti dell’espansione dell’Europa sono stati senza dubbio esagerati. In Africa, in Nuova Guinea, in Amazzonia o nello Yemen, il sistema mondiale fa parte di qualcosa ancora più importante cosmologicamente, il sistema mondiale di ciascuna persona.

C’è però un altro tipo di incompletezza nel sistema mondiale della cultura, nella sua indeterminatezza politica ed economica. Non esiste uno stato o una provincia, né tanto meno un Burattinaio Invisibile del mercato che coordina le azioni dei vari agenti indipendenti. Al contrario, le multinazionali e i flussi internazionali di capitali sono completamente fuori controllo.

A livello locale, quindi, l’ordine mondiale viene percepito come incerto e incoerente. Anche se le loro tradizioni e relazioni sono sotto l’effetto di forze esterne potenti e mutevoli, la gente trova sempre più difficile trovare una proporzione politica o economica tra gli sforzi e i risultati ottenuti. La gente si rivolge alla propria “cultura” che offre allo steso tempo della resistenza al dominio del sistema globale esterno e una struttura da contrapporre all’entropia generale.

Oggi, in condizioni al tempo stesso simili e molto diverse da allora, le persone e le comunità ripetono i processi che nel tardo 18° secolo portarono alla nascita del concetto stesso di cultura, in Germania. Per usare le parole di uno storico a riguardo delle profetiche riflessioni sul pensiero della cultura di Johann-Gottfried Herder:
“Le teorie sulla Kultur possono essere spiegate in gran parte come espressione, o reazione, ideologica dell’arretratezza politica, sociale ed economica della Germania rispetto a Francia ed Inghilterra. …[sono] delle espressioni tipicamente ideologiche, anche se non le uniche di questo tipo, della reazione di società arretrate all’accerchiamento e inglobamento delle proprie culture tradizionali da parte della cultura dell’Occidente.”

Oggi, dove si percepisca il pericolo della dissoluzione o addirittura dell’estinzione, i valori e lo stile di vita assumono una loro coscienza e divengono un grido di battaglia, uno slogan di affermazione e volontà di uno spazio nella cultura planetaria. Prima, la cultura veniva solo vissuta. Ora è divenuta un progetto cosciente. Ogni lotta per la vita diventa una lotta per uno stile di vita.

(1) La mutevole natura del concetto di “cultura”. Da cui deriva la necessità di affrontare il problema non impugnando la pistola ma prendendo in mano il dizionario. La definizione operativa che utilizzeremo è la seguente: costrutto sociale, fatto di articolazione e ricezione del significato, che comprende sia l’esperienza viva e creativa degli individui che l’insieme di manufatti, simboli, testi e oggetti. in altre parole: eredità passata e creazione contemporanea, che racchiude sia realizzazione che rappresentazione. La cultura racchiude in sé l’arte e il parlare d’arte, il mondo simbolico dei significati e la produzione materiale e merceologica delle industrie culturali ma anche le espressioni della cultura nella vita quotidiana: spontanee o pianificate, organizzate o disorganizzate. La cultura racchiude sia l’identità collettiva che quella individuale.

(2) = compressione dello spazio-tempo = movimento iper-accelerato degli oggetti (beni, servizi, finanza e altre risorse etc.), significati (lingue, simbolo, conoscenza, identità, etc.) e persone attraverso le regioni e gli spazi intercontinentali.

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