L’intervento di Christopher Gordon

Pubblicato il 2 febbraio 2009 da ater

L’Italia contemporanea in un contesto comparativo

Quando ero un adolescente, nella Scozia dei primi anni ’60, “talent” (talento), in slang, significava, genericamente, una ragazza bella e appetibile. Il collegamento tra Salsomaggiore, il “talento” e Miss Italia che mi venne in mente immediatamente quando ricevetti l’invito a partecipare a questa importante conferenza mi fece spuntare un sorriso di nostalgia sul volto!Tuttavia, anche se Berlusconi è certamente famoso per le sue imbarazzanti battute sessiste e per aver dato all’Italia la peggiore televisione d’Europa, il talento (e la sua possibile perdita) di cui si parla in questa sede è una cosa molto più seria.

Gli innocenti graffiti che vidi sui muri durante la mia prima visita in Italia nel 1957, cioè “W COPPI” (il campionissimo) sembrano oggi avere lasciato il passo ai ben più sinistri SÃŒ POLENTA, NO CUSCUS che di recente ho visto deturpare i muri di Verona e Brescia. A quanto pare la continua guerra civile tra polentoni e terroni è un’ulteriore prova della saggezza e lungimiranza di Massimo d’Azeglio che, nel 1870, dichiarò Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli Italiani. In effetti, forse, uno dei talenti più sviluppati negli italiani è il riuscire a sopravvivere ai sistemi disfunzionali di governo del paese, che sembrano appositamente progettati per complicare e immiserire la vita dei cittadini e nel saper trovare, con allegria ed ironia, modi sempre più nuovi e creativi di aggirare tali sistemi.

Per quanto riguarda la politica culturale, il testo principale di riferimento per l’analisi dei paradigmi in funzione dal 1945 è stato pubblicato nel 1988. Gli autori sono due studiosi Canadesi [Chartrand & McCaughey] le cui riflessioni sono state stimolate dall’osservazione della loro stessa nazione che comprende sia sistemi politici di matrice anglosassone che francese. Dopo la prima crisi petrolifera causata dai paesi dell’OPEC nel 1973 divenne chiaro che i paesi “sviluppati” dell’Europa Occidentale non erano più in grado di sostenere aumenti incrementali del welfare. Era necessario fare scelte politiche che tenessero conto dell’economia, e in questo campo la Gran Bretagna, con l’elezione della Thatcher nel 1979 fu uno dei pionieri delle privatizzazioni, del New Public Management e degli annessi e connessi all’introduzione della competitività, efficienza ed efficacia nel settore della pubblica amministrazione. Anche se c’erano certamente obiettivi politici di profilo più alto da riformare prima, era ben evidente che anche la cultura prima o poi ci sarebbe finita in mezzo.

È lecito sostenere che, fino alla metà degli anni ottanta, i paradigmi della politica culturale dei diversi paesi erano abbastanza diversificati da essere facilmente riconoscibili. Parlando metaforicamente possiamo identificare questi paradigmi come segue:

• Ingegnere [URSS, Cina]
• Architetto [Francia]
• Sponsor [UK, Olanda, Paesi scandinavi]
• Facilitatore [USA]

Queste metafore descrivono un ventaglio di approcci che va dalla totale pianificazione e controllo statali alla totale assenza di una qualsiasi politica strategica, che lascia spazio solo alle iniziative individuali basate sulla cultura delle donazioni per beneficenza fiscalmente deducibili. Naturalmente c’erano differenze significative nel modo in cui tali modelli politici venivano attuati nella pratica, a causa del fatto che la governance di un paese nasce, attraverso una serie di complicati processi, dalla storia, dal sistema legale e politico del paese stesso. I paradigmi suindicati inoltre non descrivono adeguatamente paesi a governo federale (come la Svizzera o la Germania) o paesi a forte orientamento sociale costruiti su una base geografica molto ampia come è il caso della Svezia. Il sistema Italiano del dopoguerra, deliberatamente frammentato e caotico nato dopo la soppressione del MinCulPop nell’Aprile del 1944 non è mai stato riconducibile ad un unico modello. Tale modello è infatti una complessa mescolanza di diritto romano, due sistemi monarchici (Piemonte/Savoia e Regno delle Due Sicilie), lo stato pontificio oppressivo e corrotto, comuni dinamici e industrializzati ed una lunga tradizione di città stato fieramente dipendenti e in forte competizione, avvolte da una cappa di centralismo napoleonico autoritario e regionalismo pieno di compromessi.

La parola italiana “politica” corrisponde, in inglese, a due parole diverse cioè ‘politics’ (il processo politico) e ‘policy’ (i risultati tangibili del processo, che si riflettono nel sistema decentrato di governance detto “arm’s length”), ed è inoltre importante notare come in francese oggi si faccia differenza tra il sostantivo più vecchio, la politique e il più nuovo le politique che ha un significato simile a quello di “policy”. Tuttavia, per quanto posso capirne io, la politica culturale è un concetto che lascia spazio ad un dibattito acceso e ai fraintendimenti in quanto si tratta di un concetto non solo contestabile dal punto di vista formale, ma anche equivoco e ambiguo a causa dell’impossibilità di definire significati precisi in contesti differenti (fatto che causa altrettanto caos all’interno dell’Unione Europea quando si tenta di definire e articolare la politica culturale). In Gran Bretagna, di recente, il dibattito sulla politica culturale ha iniziato a farsi domande su cosa stia effettivamente andando male a causa dei fraintendimenti in merito al valore della cultura. Si sostiene che la politica culturale e le sue manifestazioni siano divenute oggetto esclusivo di un dibattito chiuso tra gli esperti, scisso dalla politica e dal pubblico. Ciò si riflette in un trattamento mediatico principalmente negativo: i media si concentrano o sugli scandali o sulla cultura popolare e commerciale che tocca le vite delle persone solo a livello superficiale, di puro intrattenimento, o sulle celebrità e le mode passeggere.

La cultura crea potenziale, piuttosto che produrre effetti o “prodotti” ben specifici. Si tratta, per dirla con le ottime parole usate per la descrizione di questa conferenza, di , “un volano di sviluppo economico dalle potenzialità enormi e per lo più insondate”. Si tratta di una posizione difficile da difendere, dovendo combattere da un lato contro gli integralisti della cosiddetta economia liberista, ossessionati da cifre, misure e “indicatori di realizzazione”, e sull’altro fronte contro la stampa in cerca di bersagli facili. Per dirla come Chris Smith, il più intelligente ministro della Cultura che la Gran Bretagna abbia mai avuto, il problema principale di quello che è stato soprannominato sistema “New Public Management” è “come quantificare ciò che è importante, piuttosto che dare troppa importanza a ciò che è quantificabile”.

Il Consiglio d’Europa, nel suo approfondito commento del 1997 sulla politica culturale in Europa per l’UNESCO (In from the Margins) ha identificato quattro principi fondamentali che, a proprio parere, dovrebbero essere alla base di ogni politica culturale:

• promozione dell’identità culturale
• promozione della diversità culturale
• promozione della creativitÃ
• promozione della partecipazione.

Spinti dall’irresistibile influenza del New Public Management e dal bisogno urgente di provare a ricostruire le economie di mercato e i sistemi democratici nei paesi dell’Europa Centrale, dell’Est e Meridionale dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1989 tutti gli stati europei hanno cercato elementi dei vari paradigmi da prendere in prestito e adattare alla situazione attuale. Ciò spesso ha prodotto una macedonia dal sapore strano in cui la frutta esotica viene aggiunta in fretta e furia alla più tradizionale macedonia di frutta di stagione, il tutto senza uno chef qualificato che assaggiasse il piatto per stabilire se la ricetta funzionava o se avesse senso anche solo pensarla.

Un esempio è l’adozione, da parte degli olandesi, del sistema di finanziamento britannico su base rinnovabile (rolling triennium) – da loro poi trasformato in modo radicale in un sistema di concessioni a durata quadriennale fissa nel 1993. Dopo la fine del primo periodo di finanziamento ci fu un bagno di sangue. I funzionari del Ministero avevano troppo potere personale che gli consentiva di decidere chi poteva sopravvivere in un dato settore. In un’epoca in cui i finanziamenti pubblici erano in declino, come si poteva pensare di trattare una filodrammatica o un teatrino comunale “più o meno” allo stesso modo, dal punto di vista delle politiche culturali, di elementi strutturali fondamentali dell’industria del turismo come il Rijksmuseum o la Concertgebouw Orchestra di Amsterdam? Qui si potrebbe intravedere il minaccioso spettro di Patrimonio spa (su cui tornerò tra poco), per non parlare degli spettacolari e maldestri errori di calcolo che la hanno preceduta, come la disastrosa trovata di Gianni de Michelis’ del 1986, il Progetto giacimenti culturali.

A proposito dell’Italia, credo sia opportuno che vi spieghi le origini del mio attuale interesse nella politica culturale di questo paese. Il Consiglio d’Europa (con sede a Strasburgo) ha, fin dalla fine degli anni ottanta, svolto un programma permanente di valutazione approfondita delle politiche culturali degli stati membri, un programma che per ora ha completato e pubblicato l’analisi di 28 paesi (la Turchia verrà esaminata nel 2009). La metodologia usata è un adattamento delle Education Policy Reviews dell’OCSE – anche se gli obiettivi di ricerca e valutazione della “cultura” sono chiaramente molto più difficili da definire rispetto agli aspetti quantificabili dell’istruzione. La valutazione viene effettuata da un piccolo team (quattro o cinque persone) di “esperti” indipendenti stranieri rispetto al paese in esame. Ho avuto la fortuna – o forse la sfortuna – di essere nominato relatore per questo processo applicato all’Italia, che durò quasi 18 mesi e si svolse nel 1994/95.

Essendo il Consiglio d’Europa un organismo internazionale e almeno in parte “diplomatico”, il suo partner italiano era il Ministero degli Affari Esteri. Tuttavia, poiché il solo coinvolgimento esplicito del Ministero con la cultura è rappresentato dagli istituti italiani all’estero, in questo contesto il suo ruolo principale fu quello di coordinamento e consulenza. All’inizio del processo, nel 1994, la figura identificabile come ministro della “cultura” era Alberto Ronchey, responsabile del Ministero per i beni culturali e ambientali. Poco tempo dopo la conclusione del processo di revisione si sarebbero succeduti ben quattro diversi ministri! Ho già parlato di quali fossero al momento i temi più importanti all’ordine del giorno del CdE all’epoca. Era nostro compito, nei rapporti con una vasta gamma di autorità nazionali, regionali e locali oltre che con artisti e produttori, avere un programma di lavoro ed un ordine del giorno da rispettare. Non credo sia scorretto affermare che, mentre i beni culturali hanno fatto del loro meglio per rispettare le nostre decisioni quanto più possibile e addirittura in alcuni momenti hanno provato a controllare i nostri processi (ma senza successo) il Dipartimento dello Spettacolo ebbe addirittura problemi a riconoscere che il processo fosse in corso, fatto che portò in più di una occasione a situazioni di notevole imbarazzo diplomatico.

I funzionari del governo centrale si impegnarono – a dispetto degli sforzi degli affari esteri – a fare sì che non riuscissimo mai ad incontrare, né tanto meno a discutere con (o ad essere influenzati da) Ronchey, l’uomo i cui timidi provvedimenti di riforma del gennaio del 1993, si temeva, avrebbero trasformato istantaneamente Pompei in Disneyland. Contemporaneamente, la scandalosa ed eterna soap-opera della soprintendenza di Pompei, detta “autonoma” dal 1997, anche se il suo budget per due terzi (quelli relativi ai costi del personale) è sotto il controllo del Ministero così come le sue soffocanti procedure burocratiche e la sua finanza e contabilità obsolete, continuò a rendere il cambiamento tanto impossibile quanto la prospettiva di una amministrazione efficace.

Si potrebbe pensare che provare a dare una valutazione convincente della politica culturale di un paese come l’Italia sia una missione impossibile. Ciononostante, con le pur limitate risorse a nostra disposizione, ci concentrammo sullo studio di un gruppo attentamente selezionato di regioni e città da cui speravamo di riuscire a trarre delle valide conclusioni generali. Naturalmente investimmo molto tempo nell’attento esame dei Ministeri e delle istituzioni di portata nazionale situate a Roma (e nel Lazio). Scegliemmo l’Emilia Romagna (e Bologna) come esempio di buona pratica di riferimento e di cooperazione superiore alla media. Inoltre, con grande stupore del Ministero, scegliemmo Torino e il Piemonte come regione che, a nostro parere, stava sviluppando nel modo più rapido delle politiche progressiste e delle partnership pubblico/privato nel settore della cultura (e dire che ci era stato detto che non c’era niente da vedere a Torino a parte il Museo Egizio, perché lì facevano solo automobili). Insistemmo per poter studiare una regione autonoma, e scegliemmo la Sicilia (anche se il Ministero ci consigliò caldamente di scegliere il Trentino Alto Adige) e scegliemmo Napoli come esempio di grande conurbazione del Mezzogiorno.

I frutti della nostra indagine confermarono piuttosto rapidamente che l’intenso individualismo e la competizione tra città dell’Italia poteva essere sia un vantaggio che una maledizione allo stesso tempo poiché, almeno in parte, permetteva alla mano morta della burocrazia centralizzata di lavorare indisturbata. Va detto che questo genere di rivalità è fortemente radicata nella cultura del paese. Adoro la stupidissima barzelletta (che risale al 13° secolo) che mi ha raccontato una fonte affidabile in Toscana:

Domanda: Perché i fiorentini pescano in Arno?
Risposta: Per far morire di fame i pisani.

[Pisa, va detto, sembra generare sentimenti negativi molto forti come dimostra il ben più cupo detto livornese, tutt'ora in uso: meglio un morto a casa che un pisano all'uscio.]

I milanesi prendono in giro la metropoli del nord loro rivale (Torino): Torinesi: falsi e cortesi, battuta molto simile a quella che gli abitanti di Glasgow dicono della mia città natale Edimburgo. Nel corso del nostro viaggio ci convincemmo sempre più di avere intrapreso lo studio della capitale mondiale del campanilismo e della dietrologia mentre i burocrati del governo centrale a Roma sembravano volere disperatamente controllare un contesto economico e politico ben più ampio e che non erano in grado di capire.

Nella nostra relazione abbiamo sì lodato gli elevatissimi livelli (senza pari in tutto il mondo) del settore del restauro, l’intraprendenza e la creatività che pervadeva il settore culturale e il graduale progresso nelle pratiche del settore, soprattutto a livello locale e regionale, ma abbiamo anche avuto modo di confermare e comprovare le nostre conclusioni in merito agli effetti negativi dell’eccessiva centralizzazione, dell’inflessibilità, del maniacale mantenimento di pratiche e processi arcaici e dell’ignorante paura dei cambiamenti. Soprattutto, eravamo preoccupati dell’incapacità delle figure di alto livello (di potere politico, preparazione accademica e “professionale”) di gestire le proprie responsabilità o di riuscire a formulare una panoramica strategica, incapacità che porta all’inevitabile e ormai endemica crisi dell’amministrazione e al pessimo uso dei fondi pubblici. Era chiaro per noi che se i professionisti della pubblica amministrazione che operavano nel settore della cultura continuavano a rifiutarsi di prendere in considerazione e farsi carico di processi di cambiamento sostenibili (che avrebbero potuto adattare e di cui avrebbero potuto aiutare lo sviluppo in modo appropriato), allora era solo questione di tempo prima che queste figure divenissero oggetto di riforme rozze e non negoziabili imposte dall’alto da politici frustrati. Rileggendo ora, a distanza di tredici anni, le raccomandazioni che scrissi nel 1995 e guardando cosa è successo dopo, è difficile resistere alla tentazione di dire “ve l’avevo detto”.

Permettetemi di spiegare ciò che voglio dire con un esempio classico. All’epoca passammo del tempo a Roma a discutere con i funzionari dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, centro specializzato composto da funzionari altamente qualificati che svolgono un notevole ed attento lavoro di documentazione del patrimonio culturale. Fondato nel 1975, l’Istituto è l’evoluzione della precedente Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti istituita con decreto del 1969 a seguito del rapporto della Commissione Franceschini. C’era solo un problema: a noi tutti sembrò, all’epoca della visita, che nessuno di coloro che lavoravano all’Istituto avesse un’idea chiara dello scopo del suo lavoro, a parte la funzione accademica fine a se stessa. Per questo, dopo quasi vent’anni di sforzi pare va che circa il 15% – ad essere ottimisti – della totalità del lavoro dell’Istituto fosse stata completata. Andando di questo passo, il lavoro sarà completato quando gran parte delle persone da noi intervistate saranno morte da almeno 70 anni!

Tutto questo enorme e costoso sistema risulta, se pensato come un sistema di protezione e gestione del rischio nei beni culturali (rispetto ai diversi, ma funzionali, sistemi in uso in Francia o Gran Bretagna), privo di una funzione strategica chiaramente identificata e di una funzione amministrativa ben definita. Ecco, questo mi sembra un esempio perfetto dei pericoli a cui può portare l’ossessione dell’Italia nei confronti della ricerca scientifica e tecnologica – giustificata e incoraggiata dall’articolo 9 della Costituzione del 1947 – a svantaggio dello sviluppo di un minimo e imprescindibile buon senso amministrativo. A parer mio, il rifiuto di accettare l’idea che ci saranno sempre alcune priorità che possono, e devono avere la precedenza su altre è una dimostrazione di irresponsabilità professionale. Non è assolutamente possibile, a prescindere da ciò che dice la legge, che tutti i beni culturali italiani abbiano lo stesso e inalienabile valore. I professionisti del settore dovrebbero essere meglio qualificati e maggiormente in grado di prendere decisioni difficili di questo tipo. Non esercitare tale facoltà di giudizio è un esempio di negligenza amministrativa – anche se il “sistema” e il suo pesante apparato giuridico-burocratico rendono estremamente difficile esercitare tali responsabilità.

è su questo punto che trovo da ridire con commentatori quali Salvatore Settis, fautori della difesa quasi a spada tratta di una categoria professionale quasi sempre connotata come vittima innocente della crudele ed insensibile classe politica Italiana. Ma in tutte le democrazie, i politici ci sono e ci saranno sempre (nel Regno Unito, sotto elezioni si dice spesso “non importa per chi voti, il governo viene eletto comunque…”). Chi si prende la briga di affiancarsi ai politici e dargli consigli in modo da provare a mitigare le loro pericolose idee dottrinarie o per prevenire il disastro per mezzo di riforme intelligenti per contrastare le legittime accuse di inflessibilità? Le pratiche amministrative tradizionali e la forma mentis legalistica/burocratica di molti professionisti del settori sono, a parere mio, una parte molto significativa del problema. Problema che resta perché la gente è troppo spaventata per riuscire a superarlo anche solo col pensiero. Sono teorici della terra piatta nell’era post-Copernicana, condannati ad una navigazione pericolosa… eppur si muove!

Ho sperimentato questo fenomeno in prima persona durante i miei tentativi di discutere della legge Ronchey nel 1994, tentativi che ebbero come unico esito il rifiuto continuo di pensare al potenziale positivo o a strategie di limitazione dei danni in caso di necessità. Nel mio paese vi sono certamente diversi esempi di riforme, imposte in maniera dogmatica dagli integralisti thatcheriani su istituzioni di alto profilo, riforme che sono poi andate troppo oltre (ad esempio il Victoria and Albert Museum e il British Museum) e che di conseguenza richiesero modifiche ed un ritorno alla normalità. Lungi da me anche solo tentare di giustificare Patrimonio Spa, ma mi sembra che la reazione offesa dei funzionari MiBAC alla notizia che le vendite previste dal piano di Patrimonio Spa sarebbero state gestite dal Ministero dell’Economia e non dal proprio è indice di arroganza e ingenuità allo stesso tempo.

A rischio di sembrare ingenuo anche io, desidero fare quattro osservazioni (non connesse tra loro), in merito alla gestione della politica culturale italiana dalla mia esperienza degli ultimi quindici anni.
1. Poiché passo molto tempo in Italia, e sono solito frequentare spettacoli dal vivo e visitare musei e luoghi di interesse, noto spesso che gli orari di apertura o delle attività e degli eventi sono più comodi e a misura di utenti e il comportamento del personale è molto più amichevole nelle istituzioni e negli eventi comunali o locali piuttosto che in quelli dipendenti da ministeri o enti del governo centrale. Non si tratta di un caso, si tratta di diversi atteggiamenti, formazione, responsabilità e motivazione.

2. Per molti anni sono stato coinvolto nella formazione di amministratori e manager del settore culturale nell’eccellente corso tenuto all’Università di Bologna. Gli studenti sono tutti molto intelligenti e motivati ma devo ancora incontrarne uno intenzionato a fare carriera nella burocrazia statale. Ho scritto a Buttiglione, quando era Ministro, parlandogli di questo fatto, che ritenevo un problema di grande rilevanza per il futuro dell’Italia. Inutile dire che non ho mai ricevuto alcuna risposta.

3. La mia impressione è che la “fuga di cervelli” dall’Italia stia aumentando, in particolare a seguito del recente cambio di governo. Diversi operatori culturali indipendenti scelgono di andare altrove, mentre gli accademici abbandonano il rigido sistema italiano che ritengono sempre più inflessibile, oppressivo e demotivante per imprese e iniziative.

4. Per più di 20 anni sono stato coinvolto in un gran numero di reti culturali paneuropee. Queste reti, di norma, sono dominate da paesi del Nord Europa (inclusa la Francia, se si accetta l’idea di considerarla sia un paese mediterraneo che uno dell’Arco Atlantico). In genere gli italiani si uniscono con molto entusiasmo a queste reti all’inizio, ma si annoiano molto velocemente quando si rendono conto di non ottenere alcun vantaggio o guadagno immediato e se ne vanno.

Per concludere la mia riflessione, lasciate che riassuma alcuni punti della lezione principale sul modo in cui la politica culturale si sia evoluta altrove e sia stata adattata per sfruttarla in modo vantaggioso. Le sempre maggiori paure dei professionisti in merito alla “strumentalizzazione” (economica e sociale) della cultura, a partire dagli anni ottanta, possono anche essere legittime, ma questo problema, se di problema si tratta, non scomparirà semplicemente facendo finta che non ci sia. Serve molta più chiarezza nel discorso riguardante la politica culturale, sia quella “esplicita”, che quella “implicita” (prodotto di altre politiche). L’Unione Europea può fornire contributi notevoli alla politica culturale in questo secondo senso del termine (come Veltroni, quando era ministro, dimostrò con un’intelligente opera di coordinamento delle opportunità a livello di infrastrutture offerte dai Fondi Strutturali disponibili al Mezzogiorno per mezzo dei Programmi UE Obiettivo 1 2000-2006, Asse II [di sei ] – risorse culturali). Blair nel Regno Unito fece qualcosa di molto simile subito dopo essere stato eletto nel 1997 nell’ambito delle politiche di inclusione sociale. Un’azione governativa globale per ridurre l’esclusione sociale era, all’epoca, un impegno principale tra quelli del manifesto politico, e Blair istituì un’unità speciale dell’Ufficio del Primo Ministro a cui tutti i ministri del governo dovevano fare rapporto entro sei mesi per spiegare come le loro politiche individuali avrebbero affrontato il tema dell’esclusione sociale. Ciò voleva dire permettere alla cultura, ad esempio, di meglio definire i problemi che si venivano a creare nei rapporti con la pubblica istruzione o con la sanità, i trasporti, le amministrazioni o i servizi sociali.

I professionisti e le istituzioni culturali devono ristabilire il proprio rapporto con la società democratica e i media che sembrano ossessionati dalle celebrità (persone famose per il fatto di essere famose) e il gossip di bassa lega. La cultura deve impegnarsi nella lotta virtuosa per essere rispettata come creatrice di valore piuttosto che come semplice depositaria di arte, esperienze temporanee e patrimonio storico. Le situazioni di fondo e le tendenze con cui i professionisti del settore si troveranno ad avere a che fare diventeranno sempre più simili tra loro nei diversi paesi e comprendono o comprenderanno i seguenti fattori.

• Il decentramento- nel senso territoriale e legislativo – è un trend irresistibile. Il desiderio di potere dei livelli più bassi delle amministrazioni statali probabilmente non diminuirà, ma è anche vero che i governi centrali non amano perdere il controllo delle risorse o dell’autorità. L’equilibrio tra esperienza professionale e responsabilità locale può essere fissato con accordi e negoziazioni formali.

• La cultura come contributo fondamentale alle politiche di sviluppo e recupero è un dato di fatto immutabile ed è tra l’altro una componente legittima degli interventi dell’UE (anche se nel Regno Unito in questo periodo stiamo assistendo al saccheggio dei fondi per l’arte e il patrimonio storico ottenuti dalle lotterie a favore delle Olimpiadi del 2012). Che ci piaccia o no, l’approccio usato ora è maggiormente pragmatico e interdisciplinare, ed è destinato a rimanere tale.

• Le interconnessioni tra le politiche culturali esplicite e implicite all’interno di una moderna economia di mercato richiedono, per essere gestite, una certa capacità di valutare gli effetti culturali di un azione in un ampio contesto economico e sociale. Paradossalmente, forse, tale fatto potrebbe offrire una maggiore protezione alla cultura “vera e propria”, protezione che non potrebbe ottenere in altro modo. Il continuo sviluppo degli Osservatori Culturali in Italia, e le iniziative come il “Regional Culture Data Framework” del Ministero corrispondente nel Regno Unito come base di conoscenza approfondita per gli investimenti su base regionale è la strada per il futuro.

• La ridistribuzione dei poteri tra centro e periferia potrebbe, per motivi pratici e storici, avere alcune zone di ridondanza e di sovrapposizione di responsabilità. Al fine di evitare infiniti conflitti e sprechi è pertanto necessario stabilire chi ha quali responsabilità e individuare un modo “neutrale” di valutare le prestazioni (come nel sistema dei “contratti” che coprono periodi fissi di tempo, in uso in Francia e Olanda, oppure il summenzionato sistema britannico del “rolling triennium”). Il classico, prolungato dibattito italiano sul Museo Egizio ha portato la Regione Piemonte quest’estate a sentirsi rispondere, all’ennesima richiesto di trasferimento di responsabilità, che sarebbe stato “troppo difficile” gestire contemporaneamente tutela e valorizzazione – un problema che però il Ministero non sembra avere avuto nella valutazione del proprio ruolo di amministratore, almeno finora! È proprio la forma mentis e l’atteggiamento individuale di ciascuno dei professionisti e dell’establishment legale la causa principale del perdurare delle difficoltà. Né l’establishment né i professionisti sono in grado di capire la natura multi-dimensionale dei problemi di amministrazione.

• La deregulation al giorno d’oggi è in genere accompagnata da una forte spinta verso pratiche e principi del New Public Management. I livelli di spesa pubblica continueranno, in assoluto, a diminuire, quindi l’adattamento e l’adozione di misure di aumento dell’efficienza (piuttosto che l’opposizione istintiva ed automatica alle stesse) sono spesso i modi migliori di preservare ciò che riteniamo più prezioso per il medio termine e per i posteri.

• In molti paesi dell’Europa Occidentale le politiche, per quanto riguarda l’elargizione di fondi, tendono a trattare arti visive, musei e patrimonio storico, cinema e teatro in modi diversi, spesso incoerenti tra loro e completamente avulsi da (a) la creazione artistica contemporanea e le sue modalità di produzione e (b) la fruizione della cultura da parte dei cittadini e dei clienti. Al mercato non interessa pagare per mantenere certi mastodonti e i politici hanno esaurito la capacità di sopportare ragionamenti capziosi, ricchi di indebite generalizzazioni e fallacie di accidente, che appaiono sempre meno convincenti ogni giorno che passa.

Nella stessa estate in cui vidi i graffiti “W COPPI” di cui parlavo all’inizio, Tomasi di Lampedusa stava probabilmente terminando la stesura de il Gattopardo con la sua citazione più famosa – che tutto cambi, perché nulla cambi. Il dilemma della cultura del 2008, secondo me, è riuscire a trovare un equilibrio funzionale tra la mentalità arcaica che resiste ciecamente ad ogni cambiamento e la necessità di fare i conti con le irresistibili forze del cambiamento, il tutto nel modo più positivo e produttivo possibile.

  • morbilla 2008 scrive:

    “Il dilemma della cultura del 2008, secondo me, è riuscire a trovare un equilibrio funzionale tra la mentalità arcaica che resiste ciecamente ad ogni cambiamento e la necessità di fare i conti con le irresistibili forze del cambiamento, il tutto nel modo più positivo e produttivo possibile”

    Parole stimolanti… parlarne?

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