Intervento di Andrea Marcucci

Pubblicato il 10 febbraio 2009 da ater

Il ridimensionamento della cultura, danno per il sistema Paese
di Andrea Marcucci

C’è un riflesso preoccupante nella politica di tagli drastici che ha contraddistinto fin dal suo esordio il governo in carica. Lo ha descritto bene Eugenio Scalfari in un fondo su Repubblica di qualche giorno fa.
“Cultura, ricerca, beni culturali, spettacolo, patrimonio pubblico, paesaggio, sono considerati come altrettanti elementi opzionali dei quali si può tranquillamente fare a meno”.


E’ questa ‘filosofia’, prima e più dei tagli che l’hanno resa esplicita, che merita di essere contrastata perchè rischia di arrecare un danno enorme al sistema paese, alla sua identità, alla sua capacita di competere sui mercati globali.
L’entità del terremoto che sta attraversando la cultura l’ha registrata il presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali Salvatore Settis: nel triennio 2009-2011 il Ministero dei beni e delle attività culturali dovrà fare a meno di 922 milioni di euro.
E che sia la cultura il ramo privilegiato della manovra economica del governo lo dimostra ancora di più un altro dato: i tagli previsti dalla finanziaria di Tremonti nel triennio ammonteranno a 33 miliardi di euro, il 2,8 percento destinati ai Beni culturali, che pesano sul bilancio dello Stato solo per lo 0,28 per cento.
Io non credo che fra destra e sinistra le cose siano uguali. Con i governi precedenti si erano stanziati molti fondi, con un picco nel 2001, che ha portato un finanziamento di quasi il doppio. Non credo sia un caso invece che dal 2001 al 2006,appunto col governo Berlusconi, i ministri che vi sono stati, prima Urbani e poi Buttiglione hanno fatto dei tagli per cui i fondi sono invece progressivamente calati.
Così come non posso nascondere che nelle due finanziarie che noi abbiamo fatto , in un quadro di crisi difficilissimo siamo riusciti a invertire la tendenza e a ricreare un meccanismo di crescita degli investimenti, fino a questa finanziaria 2009 che andremo ad approvare che non solo ripercorre la logica dei tagli ma la ripercorre con una drammaticità che va al di fuori delle stesse previsioni.
Anche perché per coprire l’ICI sono stati tagliati tutti i fondi per la cultura a livello comunale .
Questo non vuol dire che con noi le cose funzionavano e con loro non funzionano, perché è un ministero totalmente mala organizzato un ministero che subisce ancora oggi da parte degli enti locali una visione quantitativa e mai qualitativa, sia nella logica della spesa, con continue richieste di fonti aggiuntive. Una delle prime sorprese che ho avuto a testimonianza che il nostro ministero non era e non è adeguato è che nel momento in cui arriviamo al governo, nessuno si era reso conto che nelle nostre intendenze culturali c’era qualcosa come 650 milioni di euro non spesi delle annualità precedenti.
Cioè la capacità di spesa del nostro ministero era una incapacità di spesa, perché si facevano i programmi poi eravamo in sotto organico, non c’erano i tecnici, non c’erano le stazioni appaltanti, c’era un meccanismo per cui qualora si riuscivano ad avere i fondi per un lavoro non era assolutamente detto che quel progetto si realizzasse, partisse e si concretizzasse.
Noi abbiamo passato 18 mesi a riorganizzarci, abbiamo creato una stazione appaltante regionale, abbiamo dato i poteri ai responsabili regionali,che diventino loro gli interlocutori con gli assessori.
Però alcune volte si è spinti a fare delle riforme, noi abbiamo dovuto fare delle riforme perché altrimenti non avremmo avuto nemmeno la visibilità di quello che stava succedendo.
Il quadro è sicuramente complesso e molto preoccupante. Ad aggiungere rispetto al tema dei fondi e della qualità dei fondi si è fatto un taglio selettivo questa volta, che io non sto a dire se è giusto o se è sbagliato, anzi in termini di principio è giusto non fare un taglio trasversale. All’interno del ministero si è compresso il FUS con un taglio del 15,6% un taglio pesantissimo, anche perché non è su tutti i fondi del 2008 ma è sul FUS eliminando già in partenza tutti i fondi aggiuntivi che noi avevamo dato. Il FUS viene in realtà ridotto del 35% . questa è una scelta che avrà delle conseguenze pesantissime, sulla fondazione sinfonica, sulla produzione cinematografica, teatrale, sullo spettacolo dal vivo a tutti i livelli.
Non so come verrà gestito questo taglio, non so se poi nel corso dell’anno prossimo, e noi in parlamento lavoreremo per questo, affinchè arrivino risorse aggiuntive provenienti da risparmio o da Acus
Quello che assolutamente non condivido sia nella cultura che nella università e nella scuola è che si taglia senza avere un progetto. Non si dice niente, si taglia sugli enti lirici e sulle fondazioni senza sapere cosa succederà, secondo me le riforme al buio si potrebbero definire la logica della Asfissia.
Io non le difendo, credo che abbiano sbagliato, che si siano gestite male, che l’assenza di cooperazione fra diverse fondazioni lirico sinfoniche o tra esse e gli altri organismi sia stato un errore. Però credo che se si parla degli errori bisogna anche fare un calcolo delle eccellenze, dei pregi, di quante sono le persone che frequentano il nostro paese per il lavoro delle fondazioni lirico sinfoniche, anche in termine di incassi di Iva per lo Stato in termini di viaggi,alberghi e incassi che vengono fatti intorno alla produzione delle Fondazioni lirico sinfoniche.
Per cui io credo che le analisi bisogna farle bene.
Io sono dispiaciuto che la proposto del senatore Fontana non sia andata avanti, Elena Montecchi aveva ben lavorato e in questo concordo col senatore.
Sicuramente sulle fondazioni bisogna metterci le mani, sicuramente gli organi di controllo non hanno fatto il loro dovere e non lo stanno facendo ancora oggi.
Ma non si può dare la colpa solo agli organi di controllo, perchè alcune volte le regioni e gli enti locali sul territorio, le amministrazioni, le popolazioni hanno indotto alla mala gestione. E comunque io credo che l’analisi debba essere un analisi di dettaglio.
Io sono dell’idea che la cultura è per noi un valore aggiunto per vivere in questo paese, come qualità della vita, e questo prima di tutto. Bisogna cambiare l’approccio che si ha nei confronti della cultura .
Non bisogna fermarsi sul FUS, ma bisogna investire sulla cultura.
È necessario rinvestire nella cultura, e fare una profonda rivisitazione del sistema e bisogna adottare una visione di lungo termine, e ad averla deve essere tutto il Ministero, e tutte le istituzione partendo dalle regioni che hanno una specifica capacità legislativa e anche finanziaria e poi convogliare su questo un confronto reale con tutto il paese e in particolare con tutto il paese che opera nella cultura.
La crisi finanziaria nel mondo può cambiare gli esempi collettivi che i media ci hanno fatto vedere fino ad oggi, ma noi lavoriamo per cambiare i meccanismo che fino ad oggi non hanno funzionato.
Oggi per la prima volta si sa sia qual è il taglio del 2009, ma anche quello che sarà nel 2010 e nel 2011. e se le cose andranno così noi non saremo più a parlare di FUS nel 2011, non esisterà più il ministero, non esisterà più il cinema coofinanziato.
Noi abbiamo fatto un calcolo che potremmo coofinaziare al 10% al 15%. Cosa vuol dire? Che solo le grandi multinazionali saranno in grado di produrre o di aprire perché per il 90% dovranno loro finanziare con i loro fondi e naturalmente il cinema indipendente andrà a morire.
Certamente la collaborazione è mancata è questo forse è il dato più grave.
Un pesante ridimensionamento che riguarda soprattutto la cultura e la pubblica istruzione, non soltanto per eliminare sprechi ma soprattutto per recuperare risorse dirottandole verso altre destinazioni.
Un’inversione di tendenza, che amareggia in particolar modo, perchè con il ministero Rutelli, durante il quale ho ricoperto l’incarico di sottosegretario, in venti mesi di attività di governo, avevamo posto le basi, non senza difficoltà, per un rilancio complessivo del sistema culturale italiano.
Partivamo da due consapevolezze, che credo siano oggi ancora più attuali. La prima è che la conoscenza, la formazione, la valorizzazione del patrimonio culturale, i linguaggi e le espressioni contemporanee della creatività e dello spettacolo rappresentano un investimento per il paese e non un costo inutile.
La seconda è che il bilancio della cultura è prioritariamente una responsabilità pubblica, come indica l’articolo 9 della nostra Carta costituzionale.
L’indicazione che viene dall’Europa è che esiste un legame indissolubile tra l’ambiente culturale, le professioni e le industrie creative.
D’altra parte lo aveva suggerito il Censis più di dieci anni fa nel rapporto citato per la convocazione di questo convegno: “lo spettacolo rappresenta un volano di sviluppo economico dalle potenzialità enormi e ancora per lo più insondate”.
Risulta sempre più evidente che la ricchezza del patrimonio culturale italiano si possa ben sposare con le creazioni e i saperi professionali della contemporaneità: artistici e dello spettacolo, ma anche dei settori del turismo culturale, del design, della moda, delle industrie audiovisive, dell’editoria, dell’artigianato, delle imprese specializzate nelle tecnologie per la cultura.
Per questo nel corso della nostra esperienza di governo, avevamo rafforzato il Fondo unico per lo spettacolo (nel triennio 2006 – 2008, + 414 milioni di euro, pari al 42,9% di maggiori risorse disponibili) sviluppando contemporaneamente meccanismi di controllo della spesa.
In questi mesi invece si vuol far credere che investire risorse nel teatro, nella musica, nell’opera lirica, nella danza, nel cinema, significa sprecare soldi pubblici o peggio mantenere i privilegi di caste professionali.
Così per far passare all’opinione pubblica tagli che rischiano di mettere in ginocchio l’intero sistema culturale, che poi è lo specchio dell’identità nazionale, si accredita l’idea che questi settori produttivi costituirebbero un’appendice parassitaria che vive di assistenzialismo.
Non si può neanche sostenere che alla diminuzione della spesa pubblica possa in egual misura subentrare il sostegno dei privati.
In nessun paese del mondo lo spettacolo – specialmente quello più “alto” – può esistere se privato del sostegno pubblico; non diversamente da quanto avviene per la scuola, la formazione e la ricerca (e senza dimenticare che una parte rilevante di quelle risorse ritornano nell’alveo pubblico sotto forma di imposte, contributi sociali e previdenziali).
Abbiamo chiaro, per tornare ad un argomento di attualità, che è fondamentale riqualificare la spesa per il settore delle fondazioni lirico sinfoniche, che le risorse non devono essere attribuite in base a valutazioni politiche bensì a seguito di una individuazione tecnica autonoma dalla volontà del Ministro e del Governo; che i criteri di scelta devono essere selettivi ed orientati alla qualità.
La settimana scorsa, in commissione cultura al Senato, il ministro Bondi ha abbandonato l’idea di un decreto legge ha indicato la strada di un disegno di legge che tenga conto delle indicazioni degli operatori e degli enti locali.
Noi ci auguriamo che sia il segno di un’inversione di rotta e che sull’argomento specifico si possa valorizzare il patrimonio delle fondazioni italiane, dal Maggio musicale fiorentino al teatro comunale di Bologna, dal Carlo Felice di Genova al San Carlo di Napoli.
Lo ha ricordato il maestro Zubin Metha in un appello al ministro Bondi, “laddove si e’ investito nella realizzazione di spazi e strutture adeguate, come a Los Angeles, Valencia o Montreal, si e’ registrata una vera e propria ‘esplosione’ di cultura ed un ritorno economico per le citta’ stesse”.
Per questo, con l’allora ministro Rutelli, siamo riusciti ad aprire numerosi cantieri, che mi auguro si possano chiudere, anche se ad inaugurarli saranno altri. Voglio ricordare soltanto gli interventi previsti per i 150 anni dell’unità italiana: il nuovo Palazzo del Cinema e dei Congressi di Venezia; il nuovo Auditorium del Maggio a Porta al Prato a Firenze; la riorganizzazione del Museo Archeologico di Reggio Calabria; il Centro per la Scienza e le Tecnologie di Roma.
Lo Stato deve infatti concepire i luoghi della cultura come vere e proprie macchine di crescita economica, civile, sociale, oltre che di esplorazione delle espressioni del passato e di incontro con le tendenze culturali del tempo.
Ma è ugualmente dannoso coltivare l’illusione che si sta diffondendo in questi mesi: le infrastrutture culturali non saranno mai in attivo, almeno se ci riduciamo a leggerne le prestazioni in termini strettamente finanziari (anche se la quota di introiti è estremamente variabile, e in molti casi permette ritorni significativamente più alti di quanto non fosse solo pochi anni fa). Ma, di fronte all’assunzione di responsabilità da parte delle amministrazioni locali, al concorso delle Regioni, delle Fondazioni, di Camere di Commercio, sponsor e partner commerciali, il ritorno di interesse per il territorio è generalmente positivo.
Soltanto così l’Italia riuscirà ad invertire la crisi profonda che la attraversa, investendo sulla cultura come motore di crescita economica del paese.
Lo diceva Richard Florida già nel 2003 nel suo “L’ascesa della classe creativa”: “Non saranno più le persone creative ad andare dove c’è il lavoro, bensì il lavoro ad andare dove ci sono le persone creative”. Inutile aggiungere che le persone creative si formano soltanto laddove ci sono risorse e luoghi per formarle.
Per questo credo che sia fondato l’appello che Francesco Rutelli ha lanciato nel corso dell’incontro organizzato il 17 novembre dall’associazione Bianchi Bandinelli sulla priorità e sull’inderogabilità della battaglia, in parlamento e nel paese, ai tagli alla cultura.
Se riusciremo a far crescere la consapevolezza che la cultura è un fattore essenziale del nostro futuro, essa sarà sicuramente dotata di più robuste risorse pubbliche, con una larga convergenza, questo è il mio auspicio, ben oltre le diverse visioni e opinioni politiche.
Noi abbiamo dato a questo governo dei segnali,noi non possiamo subire, come non può subire l’università, il meccanismo della asfissia e tutte le istituzione s tutti i livello ci devono aiutare per convincerli di avere una strategia di medio lungo termine.
Grazie

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