Buongiorno e grazie.
Ritengo necessario fare una analisi di dove siamo e quali siano i provvedimenti necessari per rilanciare la cultura in Italia.
Innanzi tutto dobbiamo prendere atto che la cultura non è tra le priorità politiche di questo paese.
Abbiamo avuto due importanti tornate elettorali e durante le lunghe campagne si è discusso praticamente di tutto, ma non vi è stato alcun rappresentante di nessun partito, a sinistra come a destra che abbia posto al centro delle discussioni questioni relative alla politiche culturali.
E’ evidente, quindi, che vi è un problema, a cui si deve aggiungere un conservatorismo trasversale, anche in questo caso, a destra come a sinistra. La politica culturale è immobile prigioniera di lobby che lavorano continuamente per non cambiare nulla.
Anche dal punto di vista dell’informazione, giornali e televisioni, la situazione è tragica. Viviamo in un paese che non distingue nulla. I festival sono tutti uguali, le mostre d’arte sono tutte uguali, ma, come tutti sanno, non è così. Siamo arrivati al punto che l’Isola dei Famosi viene propagandata, da destra fino all’estrema sinistra, come il prototipo di televisione intesa come servizio pubblico.
Un dramma, ma si deve prendere atto che questa è la situazione in cui ci muoviamo. All’interno di un quadro deprimente opera una legislazione ferma da decenni che non affronta nessun problema.
Un sistema legislativo unico in Europa in cui, come avviene per la pubblica istruzione, non vi è alcuna continuità tra un governo e l’altro. Ogni esecutivo propone riforme, sui beni culturali, sullo spettacolo, convoca estenuanti riunioni con le regioni, gli Enti locali, nel rispetto della natura concorrente della materia, poi finisce la legislatura e tutto viene abbandonato.
Con il precedente governo di centro destra si era raggiunto un accordo in materia di spettacolo, è arrivato il centro sinistra e l’ha messo da parte. Con il centro sinistra si era costruito il Patto Stato – Regioni, è arrivato il centro destra e il Patto è stato disdetto unilateralmente dal Governo.
A tutto questo si aggiunge una crisi economica che produce un reale problema di risorse, non soltanto dello Stato ma pure delle Fondazioni Bancarie e degli stessi Enti Locali.
Sono convinto che in una tale situazione occorra essere molto pragmatici e siccome risulta evidente a tutti dove sono i problemi maggiori, lavorare, non tanto su improbabili progetti, ma indicare priorità di intervento.
Per esempio, prima di affermare la necessità di trasferire competenze alle regioni occorre ragionare su di un sistema di regole condiviso, altrimenti non si risolve nulla e si scaricano solo i problemi.
La prima emergenza da affrontare è come gestire quello che viene considerato il nostro grande patrimonio in tema di spettacolo, mi riferisco alla musica lirica. La percentuale nel finanziamento complessivo con cui si finanzia questo segmento culturale è decisamente troppo alta. Non può essere che circa il 50% del FUS viene dedicato alla lirica e al cinema, alla musica, al teatro, alla danza si destini il resto.
Il sistema, inoltre, funziona seguendo il perverso meccanismo secondo cui più si spende più si è finanziati.
Non esiste un premio sulla circuitazione, non viene definito il ruolo degli Enti Lirici, istituiti per legge, rispetto ai teatri di tradizione. Non vi è un unico contratto sui lavoratori stabili ma sono normali contratti integrativi e separati.
Le risorse pubbliche sono utilizzate in modo irrazionale, occorre, quindi, un progetto di riforma che permetta di razionalizzare e, di conseguenza, ridimensionare la spesa nel settore.
In secondo luogo si deve operare per istituire un’unica legge sullo spettacolo e non una serie infinita di leggi settoriali soltanto così è possibile superare il problema, tipicamente italiano, della parcellizzazione degli approcci cultuali secondo le divisioni alto e basso / colto e popolare ecc…
Soltanto con un’unica legge si favoriscono le contaminazioni linguistiche e si supera la frammentazione, spesso corporativa, dell’offerta.
Perché è indubbio che esiste il talento degli italiani, ma l’attuale sistema legislativo non ne permette la piena espressione.
Per quel che riguarda i beni culturali, è importante sottolineare come sia la tutela che la valorizzazione debbano essere perseguite.
Purtroppo in Italia c’è chi pensa che la valorizzazione consista nel noleggiare le nostre opere d’arte e chi ritiene che la tutela sia legata all’assenza totale di una impostazione economica relativa alla gestione. Non funziona così. Un’efficace tutela può accompagnarsi ad un’equilibrata valorizzazione.
Vi è poi il grave problema delle competenze, talmente grave da impedire la realizzazione di una rete museale efficace. Vi sono musei nazionali, provinciali, comunali, ognuno con contratti del personale, orari, aperture, servizi diversi. Il potenziale visitatore è costretto ad un vero e proprio slalom, con una evidente disfunzionalità e diseconomicità del sistema.
La cultura ha necessità di tempo. Non è possibile ragionare credibilmente in termini finanziari e di sviluppo per la durata di una legislatura. Sono, invece, spesso inseguite politiche tutte rivolte ad un immediato ritorno di immagine. E’ il fenomeno, tutto italiano, delle mode culturali.
In Emilia-Romagna, tentiamo di applicare modalità virtuose. Abbiamo una legge di sistema, individuiamo indirizzi di lavoro, diamo finanziamenti certi su base triennale, sosteniamo gli approcci innovativi.
Proprio sull’esperienza della nostra regione è fondamentale legare una maggiore qualità della spesa ad un rapporto stretto con i soggetti pubblici e con quelli, per esempio, del privato sociale, cresciuti sul territorio, anche grazie agli investimenti delle Istituzioni. E’ fondamentale accompagnare la crescita del territorio con la crescita di esperienze cultuali in grado di proporre programmazioni aperte, aggiornate, innovative.
In conclusione, siamo disponibili, come abbiamo sempre fatto, a discutere lealmente, con il governo di proposte di riforma, anche graduali, del sistema culturale. L’Italia ha necessità di aggiornare la propria legislazione a quella degli altri paesi europei, soltanto in questo modo si aprirà la strada alla valorizzazione del talento degli italiani.
Vi ringrazio.
Ogni iniziativa in cui ci si confronti sulla cultura in senso ampio, come quella organizzata dall’Ater, credo sia comunque ben venuta, anche se non riesce poi a cambiare effettivamente il problema di fondo del nostro paese. che non è un problema tanto di risorse creative, e forse neanche di risorse politiche, ma come detto dai relatori, di impostazioni, scelte o non/scelte politiche. La mia sensazione, come operatore che da oltre 15 anni lavoro nel campo della cultura e dello spettacolo, avendo anche lavorato spesso all’estero, è che noi operatori culturali non risciamo veramente a fare rete diffusa tra di noi e che non veniamo considerati dal mondo politico come un settore strategico per l’economia de paese. Fino a quando non cambierà quindi questo gap, potremo continuare a parlare e fare progetti o proclami, ma nulla cambierà. In questo paese non è possibile auspicare una rivoluzione dall’alto, quindi forse bisogna attivarsi tutti insieme, senza farsi la guerra tra generi e forme, ma cominciare a considerarsi come un comparto unito. Con lo spirito di premiare – cominciando tra di noi – chi pratica comportamenti gestionali virtuosi.