Proviamo ad uscire dall’inquietudine dell’indignazione in cui versa oggi il mondo del teatro, e a capire se si riesce a far qualcosa, che a me pare il compito più difficile.
Cerchiamo di fare un ragionamento per preservare e sviluppare quel qualcosa di buono che c’è. Gli artisti ci sono. Il sistema teatrale, come forma organizzativo-politica è piuttosto precario in Italia, ma di fatto esiste se per sistema intendiamo una dislocazione articolata di teatri, come luoghi fisici e come modalità operative e impostazioni artistiche. Il nostro Paese, da questo punto di vista, rispecchia pienamente la storia del nostro passato teatrale: mi riferisco in particolare al teatro di giro, dalla commedia dell’arte fino ad oggi.
In questa storia si innestano gli interventi innovatori di Paolo Grassi e di Giorgio Strehler: grazie a loro si è cominciato a parlare in Italia di “stabilità“. E abbiamo qui un testimone autorevole come Carlo Fontana che, pur essendo soprattutto un uomo di musica, di lirica (lo conosciamo come Sovrintendente della Scala, e ancor prima, del Teatro Comunale di Bologna), ha conosciuto i protagonisti e gli eventi di quegli anni. La nascita dei Teatri Stabili è stata un avvento di novità nella cultura del nostro Paese, il punto di partenza per la costruzione di una cultura del teatro sul territorio: e questo è l’elemento centrale.
Anche se la prima esperienza di Teatro Stabile in Italia – il Piccolo di Milano appunto – è nata da gente che il teatro lo faceva, in seguito, l’aspetto politico-istituzionale, e spesso, in maggior misura quello politico, ha assunto un peso sempre più rilevante, e questo ha fatto sì che il resto dei Teatri Stabili pubblici siano nati con una vocazione diciamo di carattere politico, per lo meno nella gestione burocratica, piuttosto che con l’idea di costruire una cultura teatrale sul territorio. Tuttavia la nascita degli Stabili pubblici costituisce un fatto sicuramente positivo perché, nonostante tutto, hanno avuto un ruolo importante nel dare vita a una stabilità teatrale nel nostro Paese.
E questo è un elemento che dobbiamo sicuramente preservare.
Negli anni 80 la stabilità si è accresciuta con la nascita degli Stabili privati, che per affermarsi hanno dovuto lottare con le istituzioni locali e anche con la politica nazionale, perché non si voleva riconoscere il ruolo di stabilità a un gruppo teatrale che sentiva il bisogno di lavorare sul territorio, dare forma alla propria creatività, sviluppare la propria ricerca teatrale in un luogo che avesse come referente immediato il proprio territorio, per poi, come è avvenuto per il Piccolo Teatro, essere anche di interesse nazionale. Se diamo la possibilità a realtà radicate sul proprio territorio di produrre cultura di teatro ed eventi artistici di valore, è possibile che le loro opere abbiano un respiro più ampio e una risonanza nazionale. Tali realtà, secondo me, vanno assolutamente preservate.
All’interno di questo quadro generale c’è poi l’aspetto che riguarda il cosiddetto teatro di giro, per far riferimento a quella che è un po’ la nostra storia, e tutto quel fronte del teatro nato a partire dagli anni 60, dalle cantine romane fino ad arrivare a nostri giorni, tutto il lavoro sulla ricerca, sulla sperimentazione che comprende gruppi nuovi e meno nuovi che questa storia l’hanno fatta. Molti di loro sono rappresentati anche all’estero. Molti infatti sono riusciti a elaborare un linguaggio che ha delle componenti di universalità in grado di superare le barriere linguistiche, lavorando sulla scrittura scenica e visiva.
Questo per grandi linee è la nervatura del nostro sistema teatrale. A questo sistema però, detta in termini di qualità, bisognerebbe dare una sostanza politica. E non come avviene oggi che, solo quando conviene, si chiama “sistema”; senza un programma condiviso nei rapporti con le istituzioni centrali o anche territoriali.
Questo ha portato il teatro a non avere una forte credibilità politica. Soprattutto oggi occorre che la gente di teatro – e per fortuna c’è chi la pensa a questo modo – capisse che il suo compito è quello di fare teatro, rapportandosi alle istituzioni, e non fare teatro pensando al contributo pubblico, per esempio. In rapporto a quello che è oggi la disponibilità delle risorse pubbliche, bisognerebbe trovare la chiave per non continuare questo assurdo gioco del gatto e del topo con il Ministero.
Da questo convegno sarebbe interessante se venisse fuori una qualche risposta su questo punto – vedo che molti di voi sono nell’AGIS – proprio perché credo ci sia un vizio di fondo istituzionale da un lato e un vizio di fondo nel nostro settore dall’altro. In quella sede si dovrebbe portare avanti un cambiamento nei rapporti con il governo centrale per cercare di elaborare con esso nuove e più efficaci strategie di intervento.
Il tema centrale è: a fronte di minori risorse in che modo rispondiamo? Dovremmo rispondere che a fronte di una minore disponibilità bisognerebbe ci fosse anche la possibilità di ridurre i costi. Invece non possiamo farlo, perché appena riduci i costi, il Ministero riduce i fondi, innescando inevitabilmente un meccanismo perverso. E allora si è costretti all’indebitamento. È un cane che si morde la coda, che ci porterà a un’autodistruzione generale.
Secondo me bisognerebbe cominciare a costruire una maggiore credibilità politica che il teatro in questi anni non è riuscito a darsi. Non è riuscito a costruirla nemmeno con la delega alle regioni in materia di spettacolo. Ci sono solo pochissime regioni che hanno elementi di virtuosità, e quelle, si può pensare possano diventare riferimento del FUS, come ha detto Cacciari: “… Così spenderei anche meno soldi di treni, di aerei per andare a Roma, il che non sarebbe male…”. Anche quelli sono costi. Poi c’è la maggioranza dei teatranti che teme una gestione del FUS da parte delle Regioni, e che dice “No no, per l’amor di Dio se tu il FUS lo dai alla mia regione, lo utilizzano per tutto tranne che per noi”.
Questa è la dimostrazione che non esiste in Italia un vero sistema teatrale, eppure se in un posto c’è un teatro lirico, un teatro di prosa e una compagnia di giro e dei gruppi di giovani che fanno ricerca, ci sono i presupposti per creare un sistema e ben strutturato.
Detto questo, con cui ho cercato di fare una radiografia del sistema teatrale italiano, credo che lo Stato dovrebbe essere chiamato in causa per un progetto di investimento serio per il teatro. In questi giorni avrete sicuramente sentito parlare tanto di infrastrutture e di investimenti sulle infrastrutture. Ma oggi le infrastrutture non sono più i distretti industriali – che vanno curati e sostenuti, per l’amor di dio. Solo ritengo non sia più quella la nuova infrastruttura, non sono più i centri commerciali e quello che viene chiamato il terziario.
Oggi per costruire una nuova economia legata all’idea di modernità e di sviluppo bisogna pensare a quelle che sono realmente le nuove infrastrutture, e le nuove infrastrutture sono i luoghi dove si fa ricerca, comunicazione, arte: è qui che si sviluppano i nuovi processi industriali ed economici, è qui che si fa cultura per lo sviluppo sociale ed economico. Parlo delle infrastrutture culturali, e quindi anche dei nostri teatri, compresi quelli che hanno 400 anni, quelli del ‘700 o del ‘600, e i teatri romani che abbiamo.
La domanda che mi pongo allora è questa: riusciremo noi ad avere la forza di spiegare che il nostro mondo, il mondo della cultura, rientra negli investimenti infrastrutturali?
Grazie