
- Un momento del convegno di Salsomaggiore
Non è stato semplice organizzare quest’appuntamento, spiegarne l’originalità di approccio. In Italia ci sono molte occasioni per lamentarsi o protestare contro i tagli alle risorse per la cultura, meglio se nell’occasione c’è il direttore generale Salvo Nastasi o il Ministro, magari sono utili per qualche questua. Non difettano le opportunità di formazione per tecnici e manager della cultura. Sono rarissime le occasioni di approfondimento per gli amministratori pubblici, coloro i quali nei Comuni, Province e Regioni determinano buona parte della vita culturale del paese.
Non ci sono sedi in cui tutti gli attori, politici, organizzatori, artisti, si trovino a discutere liberamente, lontani dalle contingenze, sui fondamenti dell’attività culturale e artistica, sui suoi statuti, ragioni, e funzioni.
Per questo abbiamo chiamato l’incontro di oggi forum, un’Agorà libera, aperta dalla prolusione di un artista, a testimoniare la centralità dell’atto creativo.
In tre frasi abbiamo concentrato il senso di ciò che vogliamo dire:
“quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola ” Joseph Goebbels; Il talento degli italiani; Pensare amministrare creare.
Quando parliamo di cultura, di arte, ci occupiamo di libertà; il nostro talento è quella presenza così diffusa di arte di differenze nel territorio, quel saper fare così sapiente del nostro artigianato, che fa dell’Italia un paese unico e affascinante pensare, amministrare, creare la giusta sequela del buon governo.
Gli intellettuali, gli artisti, sono stati i primi cittadini globali del mondo e gli italiani in modo speciale, eppure di globalizzazione parlano i politici, gli economisti, ma assai poco gli intellettuali e gli artisti. Non mi pare ci sia nel nostro paese un’adeguata riflessione su ciò che ha significato e prodotto, ciò che chiamiamo globalizzazione (il turbo capitalismo, la rivoluzione informatica, le migrazioni di uomini e cose) nella produzione estetica e artistica, nel suo ruolo e organizzazione, nella funzione degli intellettuali.
Quali forme estetiche sono state create negli ultimi trent’anni?
Postmoderno, minimalismo, multi etnicità, serialità sono temi sui quali ognuno di noi, artisti o operatori, ha riflettuto. Non mi pare, però si possa dire che questa riflessione sia stata sistematica e/o posta alla base delle nostre azioni intellettuali e politiche.
Il crollo del turbo capitalismo cui assistiamo in questi mesi rende inevitabile farvi i conti, come fossimo giunti allo zenit di un ciclo iniziato oltre quaranta anni fa e che si potrebbe caratterizzare a grandi linee in alcuni fenomeni.
Sviluppo intenso e violento di nuove aree del mondo, dimensione globale del mercato, che ha ampliato il suo dominio a tutte le aree del mondo ed invaso con le sue regole e modi tutti gli aspetti della vita umana (fino al commercio degli uomini), espansione portentosa della possibilità di movimento di merci e informazioni. Non solo la produzione, anche la vita segue il ritmo del Just in time.
Dall’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte siamo passati al dominio del verosimile; possiamo colorare i film, clonare qualsiasi attore, schiantarci in moto in un video gioco e ricominciare da capo, potremmo da casa nostra compilare un’esecuzione della nona di Beethoven eseguita da orchestre e direttori diversi, non siamo più in grado di giudicare una voce perché in studio possiamo correggerla, e così nella fotografia. Non sappiamo se ciò che vediamo su internet e in tv è vero verosimile o inventato. Non necessitiamo più della memoria, tutto è in un non luogo che si chiama rete e un Tom Tom ci guida alla meta. E’ stata uccisa l’interpretazione e la verità, se non fatta come esperienza personale. Insomma potremmo capovolgere Blade Runner e dire ” noi umani abbiamo inventato cose che voi replicanti non potevate neppure immaginare”.
Negli ultimi trenta anni gli occupati in lavori creativi, dagli avvocati alle cubiste passando per gli scrittori, sono divenuti maggioranza (Richard Florida). Non compriamo più un oggetto principalmente per il suo valore d’uso o di scambio bensì per quello simbolico.
Abbiamo svariati modelli di automobili, ma i motori o altre componenti fondamentali sono gli stessi, anche tra case costruttrici diverse. Moltissimi prodotti hanno oramai costi bassi di produzione e altissimi di progettazione e promozione, è il modello Ikea o dei Cd musicali da edicola (tutti rigorosamente con diritti d’autore scaduti). Un cd di musica contemporanea ha un mercato limitatissimo ma i prezzi sono altissimi.
La politica è determinata dalla capacità di comunicare ossia di far credere, vale a dire di recitare una storia credibile e non necessariamente vera. Conseguentemente è dominata non dai politici ma dai comunicatori.
Venti anni fa l’ufficio più importante di un’amministrazione comunale era quello addetto ai lavori pubblici, oggi è il servizio di comunicazione del sindaco, con tanto di assistenti all’immagine, la comparsata dell’illustre personaggio (notare che usiamo in questi casi la parola “personaggio” e non personalità) non è più esclusiva della discoteca o del programma Tv, è divenuta una risorsa della politica. Non sapremo mai se al ministro Carfagna è venuta la passione politica ed è pentita dei suoi scollacciati calendari (a giudicare dalle sue attuali opinioni su sesso e famiglia) o semplicemente recita un diverso copione.
…IN sostanza noi viviamo nell’epoca dell’immagine, del capitalismo mediatico della merce feticcio per eccellenza, nella società dello spettacolo. Il bello è che spesso sono gli artisti a non averne la dovuta consapevolezza critica.
Qualcuno ha chiamato questa fase tardo capitalismo e post modernismo, caratterizzato dal dominio contemporaneo del mercato e della logica dello spettacolo sulle cose e sugli uomini. E’ crollata la torre d’avorio dentro in cui si rifugiavano artisti e intellettuali. Questa fase dello sviluppo capitalismo ha distrutto la distanza fra la cultura e il reale, ha distrutto la distanza fra il colto e il popolare, ha cancellato quella che Walter Benjamin chiamava la relativa autonomia della cultura.
La cultura, la creatività, lo spettacolo, intervengono in tutte le sfere sociali, permeato ogni esperienza psicologica, invade ogni angolo della vita umana, dalle cose che mangiamo, che vestiamo, compriamo, pensiamo, generando una” grande mela estetica” capace di mischiare e digerire tutto. Sono oltre vent’anni che non esistono fenomeni significativi di controcultura. Lo stesso tema della democratizzazione della cultura è stato risolto con la logica del mercato, oggi tutti possono accedere al consumo di oggetti ed esperienze artistiche e non attraverso i centri culturali polivalenti, le biblioteche, i teatri, bensì comprando un quotidiano o un settimanale con allegato l’opera lirica piuttosto che il romanzo importante. In qualsiasi stazione si possono trovare in vendita a fianco a fianco, Laura Pausini e Mozart. I mediatori non sono gli intellettuali, gli operatori culturali, bensì i comunicatori e addetti al marketing.
L’esperienza delle generazioni più giovani, la loro conoscenza del mondo avviene prevalentemente attraverso l’immagine, la televisione, i computer, i video giochi, è dominata dalla cultura visuale, che agisce con la tecnica della seduzione, non come il linguaggio scritto e parlato caratterizzato dalla logica dell’interpretazione decifrazione.
Utilizzando le immagini, l’ipertesto ad esempio, i bambini imparano di più, memorizzano meglio, la rete ci fa accedere a informazioni che avremmo ignorato, possiamo scrivere, riscrivere, correggere con molta più facilità. Anche in questo caso come prima riguardo alla democratizzazione/popolarizzazione della cultura, non do giudizi, racconto semplicemente ciò che vedo, perché lo ritengo necessario per parlare del nostro tempo, dello statuto e ruolo di ciò di cui ci occupiamo e soprattutto della libertà oggi.
La libertà come noto è negativa e positiva. Libertà negativa è non avere divieti. Non mi è vietato viaggiare, ma se non ho i soldi per farlo mi manca la libertà positiva.
Allo stesso modo, posso accedere ad un numero infinito d’informazioni attraverso la rete e le televisioni, la video società mi immerge in un’ avvolgente e costante esperienza estetica di cui prevalentemente non possiedo i codici, sono oggetto della seduzione della voluta confusione tra vero e verosimile; insomma si pone un nuovo problema di libertà positiva.
La seduzione esercitata dalla società mediatica e della rappresentazione pone un problema nuovo di comprensione o meglio di libertà positiva (non è libertà non avere divieti, lo è poter disporre di sé).E lo propone prima di tutto agli artisti e agli intellettuali.
La logica del mercato ha trasformato lo spettatore, verso cui l’operatore culturale aveva un approccio educativo, in consumatore verso cui il manager dello spettacolo agisce come un venditore, non molto differente di chi vende tonno o profumi. Passa spesso in secondo piano la qualità di cittadino dello spettatore, portatore del diritto naturale alla conoscenza e alla libertà. Se ci pensate bene, è da questa impostazione che nasce il grande successo degli “eventi.”
Le idee, i prodotti simbolici, la creatività, l’intelligenza, sono divenute merce. Ne è un esempio, l’importanza del possesso dei brevetti, della ricerca privata (vedi il caso Genoma) dei diritti artistici, oramai non più esclusivamente legati all’artista ma merce scambiabile sul mercato. Il caso dei diritti di Let IT venduti e rivenduti a più riprese lo dimostra.
Viviamo quindi immersi nella creatività, in una nuova grande mediocrità effetto della democratizzazione della cultura prodotta dal mercato e dai mass media.
L’epoca moderna e la sua cultura hanno lasciato tracce materiali, la piazza la cattedrale, il mercato, hanno disegnato città di cui sappiamo tracciare la topografia, la mappa e ritrovarci, il postmodernismo ha generato linguaggi simili alle periferie delle nostre città, luoghi privi d’identità, uguali e riproducibili in ogni luogo, dei quali è difficile tracciare la topografia e facile perdersi.
Toto e Peppino in “Toto Peppino e la malafemmina, ” non si perdono neppure nella grande Milano, essa ha in comune con il paesello natio, si segni essenziali d’identificazione, la piazza da cui il nipote dovrà certamente transitare. Nulla di più preciso è stato detto sulla modernità perduta o racchiusa per sempre nei centri storici.
Per questo il tema del suo sostentamento, dell’organizzazione, dello statuto delle attività culturali è importante per lo sviluppo economico, per la creazione di un ambiente favorevole allo sviluppo, ma soprattutto per arricchire la civiltà, la consapevolezza umana e sociale, la giustizia, l’emancipazione, la libertà.
L’arte e la cultura aiutano a tracciare la mappa della propria esistenza individuale e sociale, a comprendere il vero e il falso delle narrazioni che la società dello spettacolo ci fa scorrere davanti e in cui siamo immersi. Da questo punto di vista lo spettacolo dal vivo, per la sua unicità spazio-temporale, per la centralità dell’interpretazione ha un’importanza eccezionale.
I fenomeni che ho sommariamente descritto hanno un’enorme forza al contempo distruttiva e creatrice.
Questo mi pare il punto di partenza, cui ancorare il lavoro dell’intellettuale e dell’artista contemporaneo.
La motivazione dell’investimento in cultura non è la ricaduta turistica e tanto meno come afferma il ministro Bondi, la tutela del bello.
Siamo ossessionati dal bello, la nostra società ne ha fatto un dovere sociale, Berlusconi con i suoi capelli tinti, il giovanilismo mostrato ora, che ha settantatré anni, le Terme trasformate da luogo di salute a Beauty farm, ne sono tutte dimostrazioni evidenti.
L’importanza di un festival non dovrebbe essere data da quanti turisti attrae ma dalla traccia che lascia in chi vi ha partecipato direttamente o indirettamente.
Quindi i tagli, non sono un banale sacrificio dovuta alla crisi economica come dice il ministro Bondi, una razionalizzazione davanti agli sprechi come sostiene Brunetta, o un taglio a cose superflue come, di fatto, pensano molte amministrazioni.
Sono il segno di una grave miopia che impoverisce il nostro futuro, la ricchezza dello sviluppo economico, la democrazia, la qualità della nostra società.
Queste sono le ragioni di fondo per cui bisogna con vigore, specie nell’attuale drammatico frangente economico, opporsi ai tagli alle risorse a sostegno dell’arte.
E’ il talento degli italiani che nella Repubblica Romana, costruiscono la politica e la democrazia, nell’Italia del rinascimento con le botteghe degli artisti, creano l’umanesimo, l’anelito alla libertà delle comunità, come “il Dipinto del buon governo “di Ambrogio Lorenzetti ci mostra.
E’ sempre il talento degli italiani, che nelle parole di Manzoni e nella musica di Verdi conquista l’indipendenza e nel realismo cinematografico riscatta l’anima di un popolo.
Civismo, libertà, eleganza, differenza sono i nostri talenti, se abbiamo difettato in filosofia, in autorevolezza dello stato, se le nostre istituzioni sono state e sono deboli, abbiamo primeggiato nel fornire attraverso le storie mappe di libertà.
Lo possiamo leggere iscritto nel territorio, quel cangiante e ricco paesaggio ambientale, urbano, umano che fa dell’Italia la terra amata da tutti per la poliedricità e piacevolezza del vivere, che ora stiamo rapidamente annegando nella volgarità, nell’incultura, nella mediocrità dei media.
Alle tre T di Richard Florida noi aggiungiamo quella di territorio. A Parigi qualche anno fa organizzarono la prima notte bianca, dall’anno successivo nel nostro paese ne sono nate a centinaia, mutando persino colore. Dal primigenio festival della filosofia ora ne sono sorti molti altri, alcuni ridondanti molti originali e utili.
Certo la piccola dimensione rende difficile realizzare economie di scala favorisce, richiede maggiore abilità e fantasia per utilizzarne appieno i vantaggi. E’ in verità una grande ricchezza, avvantaggia la creazione di quell’ambiente creativo nutrimento essenziale dell’economia della conoscenza, favorisce l’uguaglianza delle opportunità tra centro e periferia, è la rete prima di internet.
L’arte è il terzo occhio che oltre il razionalmente comprensibile ci svela i giochi della seduzione della video società.
L’investimento in arte e cultura è quindi prima di tutto un investimento in libertà, in strumenti utili agli individui a muoversi nell’enorme periferia esistenziale che è il mondo post moderno.
Lo spettacolo dal vivo ancora di più per le sue peculiarità, contrasta come vera controcultura lo spirito del tempo, costringendo a un’esperienza individuale e irripetibile. Lo spettacolo dal vivo è oggi lo spazio dell’uomo sociale.
La capacità critica che per questa via i cittadini elaborano è preziosissima in quest’epoca di populismo politico, di destra e di sinistra.
In conclusione creatività e cultura sono i due pilastri, della civiltà di una comunità, della sua qualità sociale, di uno sviluppo economico che riunisca l’uomo e il prodotto del suo lavoro, di una società giusta.
…
Al talento degli Italiani fa da contrappunto una vera e propria recessione culturale. Noi siamo il paese dove la democratizzazione della cultura ha più che altrove significato banalizzazione e potere della tv di basso profilo; alla richiesta sessantottina di accesso al sapere e alla scuola per i ceti popolari, la risposta è stata il lento degrado della pubblica istruzione, ai pochi consumatori forti corrisponde un consumo di prodotti culturali di qualità molto ristretto.
La televisione ha nel dopoguerra unificato la lingua nel paese dei dialetti, sviluppato la percezione unitaria di una nazione di comuni e città, con l’avvento della tv commerciale è giustamente terminata la funzione educativa del mezzo passando direttamente a quella condizionante, trasformando il video utente in merce per l’inserzionista commerciale.
E oggi la destra persa la forza eversiva della rivoluzione liberista, in difficoltà per le conseguenze di ciò che essa stessa ha suscitato, modi di vita, paure, aspirazioni, aggressività diffusa, volgarità, attrazione di forza lavoro a basso prezzo, riesce a proporre solo risposte d’ordine.
Non a caso il ministro Gelmini e il ministro Tremonti, concordano nell’individuare nel 1968 nelle sue istanze di libertà il problema, la fonte delle inquietudini, cui rispondere con la triade Dio, patria, Famiglia.
Dopo la seduzione non poteva non venire l’ordine autoritario.
Lo spettacolo, l’arte, poiché portatori di spirito critico, di domande e inquietudini, sono inutili se non dannosi.
Salvo naturalmente promuoverne la dimensione mondana, affidandone la gestione all’elite economico-finanziaria del paese, riproducendo l’antico teatro di corte.
L’arte ridotta a compiacimento estetico, rassicurante decorativo, il famoso bello di cui parla il Ministro Bondi.
Francamente una situazione deprimente, cui io penso occorra contrapporre un progetto politico culturale alternativo, basato sul merito e la qualità.
Un modo molto concreto di farlo è mutare i criteri con cui sono attribuiti i finanziamenti del fondo unico dello spettacolo, oggi per larga parte dipendenti dalla quantità di contributi enpals versati, o nel caso delle fondazioni liriche in base ai personali stabili in carico ai singoli enti, attribuendo maggior valore al progetto artistico e ai risultati conseguiti. D’altra parte credo sia giunto il momento di prendere atto che il Fus è morto, sia quantitativamente sia concettualmente.
Dal 1985 a oggi il Fus è diminuito in cifra costante di oltre il 50%, e se lo spettacolo italiano non è completamente scomparso, si deve alla progressiva crescita dei finanziamenti erogati dagli enti locali e in particolare dalle Regioni e dalle fondazioni bancarie.
E così mentre noi si discuteva inutilmente di Legge quadro sul teatro, di applicazione del nuovo titolo quinto della costituzione, il federalismo culturale e la privatizzazione della spesa culturale, avveniva, di fatto, mutando nella pratica la vita teatrale a tutto vantaggio degli eventi e a discapito delle istituzioni culturali.
L’ulteriore riduzione del FUS 2009-10-11, la drammatica situazione della finanza locale, la crisi di risorse delle fondazioni bancarie, rompe questo “naturale o selvaggio equilibrio creatosi” obbligando ad affrontare finalmente il problema alla radice.
In primo luogo occorre il coraggio di dire anche in questo periodo di emergenza economica che i finanziamenti per la cultura e in primo luogo il FUS devono essere aumentato, ne va oltre che della civiltà e del futuro del paese, del posto di lavoro di molti lavoratori in molti casi precari e privi di protezioni sociali.
In secondo luogo occorre qualificare le risorse per la cultura, non sotto la voce spesa bensì investimenti, in questo modo si potrebbe passare a un’assegnazione triennale, con una quota certa e una variabile secondo i risultati raggiunti e da attribuirsi a consuntivo.
Tutto il sistema diverrebbe allo stesso tempo più flessibile e maggiormente in grado programmare, uscendo da una situazione di minorità e precarietà che ci sta emarginando dal contesto internazionale.
In campo musicale e coreutico, la nostra legislazione riconosce, di fatto, solo le Fondazioni liriche sinfoniche, relegando il resto dell’attività all’ambito del marginale. Non a caso il regolamento delle ICO, per fare un esempio, è un evidente invito a rimanere alla dimensione “promozionale”. Non casualmente sono ancora così importanti gli enti di promozione o l’ETI con le loro logiche paternalistiche e talvolta un po’ clientelari.
Cose semplici ma che muterebbero significativamente la vita artistica del nostro paese. Avremmo bisogno di un soggetto capace di supportare l’import e l’export e di promuovere le reti di diffusione della danza, del teatro contemporaneo e della musica. Dovremmo spostare quote di risorse dal sostegno all’offerta a supportare la domanda, dalla produzione all’ospitalità.
E qui c’è una responsabilità anche per i direttori artistici, troppo concentrati a pensare alle loro carriere e al ritorno mediatico o alla recensione del critico, più che al lavoro sul pubblico.
Questa è l’altra faccia della medaglia per cui si può lasciar morire lo spettacolo italiano d’inedia, si può tollerare il blocco dei tir in autostrada, ma non si può accettare lo sciopero in occasione della prima del Teatro alla Scala. In un caso è il teatro per sé, nel secondo è il teatro di corte, ed, infatti, al sé non interessano gli altri e a corte non si sciopera.
Siamo nel contrario del teatro popolare, del teatro servizio pubblico spazio civile.
E’ la rappresentazione di un paese, dove la corte ha le sue feste, gli intellettuali la loro sempre più piccola nicchia autoreferenziale, al popolo la televisione con le sue “ghigliottine” e qualche evento in cui identificarsi (una mostra sugli impressionisti non manca mai).
Questa è in fondo la visione culturale de neo liberismo, del tardo capitalismo italiano, quello di cui il crollo di Wall Street ha decretato il fallimento. Se non è possibile sul fronte economico aspettare semplicemente che passi la nottata, su quello della” Kultur “dei valori, non si può certo rispondere semplicemente con il richiamo all’ordine antico del dio patria famiglia di ottocentesca memoria, come detto è la stessa globalizzazione di mercati e informazioni che ne nega la possibilità, non si ferma più il vento ai confini della nazione e delle menti E’ qui che gli artisti, gli operatori culturali, gli intellettuali devono tornare a tracciare le mappe, la topografia della nostra civiltà e vita quotidiana.
Finalmente un libero luogo di incontro!