Beni culturali: saper “dare i numeri”

Pubblicato il 27 marzo 2009 da ater

di Rita Borioni

Il dibattito che si sta svolgendo negli ultimi mesi rispetto ai finanziamenti e alle politiche per i beni culturali, mostra una dose di approssimazione e di imprecisione che sembra crescere proporzionalmente all’infittirsi del dibattito stesso.
Il settore dei beni culturali ha vissuto per decenni nella quasi assoluta indifferenza della politica (specie di quella statale) e dell’economia ma che da alcuni anni è diventato di enorme interesse per diversi dicasteri.
Lo stesso Ministero, che per anni era ridotto a soddisfare le pretese dei partiti minori, rappresentando le cifre decimali nella distribuzione delle poltrone secondo il manuale Cencelli (1), è divenuto un ambito approdo per Ministri e Sottosegretari.
Gli anni Ottanta hanno rappresentato l’inizio di un’inversione di tendenza: le file alle mostre di Van Gogh e l’ondata emotivo-culturale scatenata dall’esposizione dei bronzi ritrovati al largo di Riace, portarono all’attenzione prima dei media e poi della politica un settore che fino ad allora era stato confinato tra le amorevoli e sicure mani di pochi e devoti funzionari del Ministero per i beni culturali e ambientali e di qualche appassionato quadro delle amministrazioni comunali. Le poche centinaia di migliaia di visitatori non ponevano problemi rispetto alla valorizzazione del patrimonio e alle politiche di fruizione, i turisti si adattavano agli orari “corti” di musei e aree archeologiche, le cartoline le vendevano i custodi, le file davanti ai musei erano una chimera.
Uno dei primi sintomi di questo rinnovato interesse si manifestò con l’avvio di progetti, ampiamente finanziati dallo Stato, che coinvolgevano più o meno direttamente il settore dei beni culturali. Il più famoso fu certamente quello denominato Giacimenti Culturali.
Il patrimonio culturale diventa pian piano per politici ed economisti, il “nostro petrolio”, una grande risorsa, un volano di sviluppo, una ricchezza da valorizzare.
Si aprono nuovi musei, si finanziano scavi, si avviano cantieri di restauro (quasi sempre grazie a stanziamenti straordinari) si pubblicizzano le giornate del patrimonio culturale, vengono riallestiti vecchi e gloriosi musei, il pubblico inizia ad affluire più numeroso. Si inizia a parlare di turismo culturale, di indotto, di occupazione di settore, di percentuali del PIL prodotte dal comparto della cultura e della creatività, di spesa pubblica e di ruolo del privato, di servizi aggiuntivi, di produttività culturale ma anche economica dei musei e dei siti archeologici, di imprenditoria culturale.
Dati, numeri, quantità di pubblico, consistenza degli introiti da bigliettazione e entrate derivate da royalties diventano in breve temi di discussione sulla bocca di amministratori pubblici e privati: motivi buoni per giustificare tagli finanziari o provvedimenti di urgenza, materia di controversia, argomenti per censurare le politiche dei governi precedenti, le capacità di gestione degli addetti, la qualità dei contenuti prodotti o degli allestimenti.
Si usano cifre assolute o percentuali a seconda che si voglia evidenziare l’aumento o il calo dei visitatori; si omettere di distinguere tra gli istituti culturali dello Stato e quelli degli enti territoriali,
È pur vero che dati, numeri, percentuali, quote di finanziamenti, entrate ed uscite nel settore pubblico e privato non sono sempre chiarissimi o univocamente accettati ma alcuni sono certi, oggettivi ed innegabili.
Non si tratta di esercitarsi nella sterile arte della puntualizzazione fine a se stessa o di “fare le pulci” a questo o quel Ministro o giornalista, ma di riordinare le idee e fare un po’ di chiarezza specie perché certi dati vengono piegati a seconda della tesi che si vuole sostenere, dei tagli che si vogliono far digerire, delle chiusure che si vogliono imporre, delle nomine a cui si vuole procedere.
 In sostanza è accaduto che a fronte di un mutamento culturale che sembrava affacciarsi nel nostro paese, la politica si è spesso limitata a dichiarazioni di intenti alle quali non è seguita una seria riconsiderazione delle nuove esigenze che quei mutamenti comportavano, sia in termini di stanziamenti finanziari che di rigenerazione degli strumenti organizzativi (non ultimo quello relativo di qualità e quantità del personale), crogiolandosi nell’illusione (colpevole) che sarebbe bastato aprire nuovi musei per aumentare il numero dei visitatori e di fidealizzarli alla fruizione. Ed infatti, è difficile rinvenire tra la consistente messe di nuove norme, qualche provvedimento volto a sostenere e a potenziare i consumi e la fruizione del patrimonio culturale da parte degli italiani.
Alcuni mesi or sono è giunta notizia della pessima posizione dei musei italiani  nella classifica dei musei mondiali. Primi tra gli italiani sarebbero gli Uffizi che si attestano solo al ventunesimo posto.
Il dato nudo e crudo è sconfortante e se da una lato mette in una luce assai tetra le capacità del personale di musei e soprintendenze, dall’altra giustificherebbe l’assunzione di provvedimenti straordinari e la chiamata alle armi di figure dalle consolidate competenze manageriali.
Ma proviamo ad uscire dal gap delle classifiche e riflettiamo. Abbiamo già detto che gli italiani non sono esattamente idei diligenti ed affezionati fruitori di istituti culturali. Nei musei, di solito, ci troviamo le scolaresche, i turisti, gli studiosi, alcuni appassionati. Questo a meno che il museo sia stato inaugurato da poco o ci sia una mostra molto pubblicizzata: in qual caso le file (che pure sono sempre più rare) sono composite e variegate.
Ma andiamo a vedere la classifica.
Al primo posto con 8,3 milioni di visitatori c’è il Louvre e al secondo posto con poco più di 5,5 milioni troviamo il Centre Pompidou. Seguono il British Museum e la Tate Modern di Londra. Sotto i 5 milioni ci sono il Metropolitan di New York e ad un’incollatura la National Gallery di Washington. Finalmente arrivano i Musei Vatican, la National Gallery di Londra, il Museo d’Orsay di Parigi e, al decimo posto, il Prado di Madrid. Per arrivare fino al ventunesimo posto incontriamo musei di Taipei, Glasgow, Chicago, Tokyo e Barcellona oltre che di Mosca e di  Huston.
Una cosa va evidenziata innanzi tutto: da questa classifica sono esclusi i siti archeologici e quindi non sono computati gli oltre due milioni e mezzo di visitatori di Pompei e neanche il circuito archeologico “Colosseo, Palatino, Fori Romano” che ha accolto nel 2007 poco meno di 4,5 milioni di visitatori.
Perché, sia detto per inciso, i problemi di classifica degli istituti italiani sono causato anche (ma non solo, è ovvio) dalla presenza di un gran numero di siti “irregolari”: scavi, chiese, monumenti, palazzi storici, monasteri, brani di antiche vie che, evidentemente, non sono computabili dal punto di vista della bigliettazione e, quindi, non danno punti classifica.
Ma un altro elemento andrebbe sottolineato. La quasi totalità dei musei meglio piazzati dei nostri, sono enormemente più grandi degli Uffizi che può disporre di circa 5500 mq di spazio espositivo contro i 60.000 mq del Louvre o i 30 chilometri di corridoi dell’Hermitage di San Pietroburgo.  Per tacere del fatto che la National Gallery (che gode di uno spazio espositivo di circa 20.000 mq) è un museo ad entrata gratuita, come il British Museum, la Tate Modern e la National Gallery di Washington.
Non c’è dubbio, credo, che alla luce di questo parziale approfondimento muti anche il senso della ventunesima posizione degli Uffizi. Senza dimenticare che il primo museo della classifica, il Louvre, può disporre di un bilancio annuo di 140 milioni di euro.
Rimane fermo, tuttavia, il fatto che gli italiani amano i loro beni culturali quasi esclusivamente quando debbono far bella figura con gli stranieri o quando, impegnati in qualche viaggio di piacere, si mettono diligentemente in fila di fronte ai portoni dei musei.
Viene da domandarsi se, come dice il Ministro Bondi, l’italiano medio non si rechi davvero al museo a causa della scarsa efficienza gestionale e della mancanza di comunicazione esterna. È difficile pensare che un milanese debba essere avvisato dell’esistenza della pinacoteca di Brera o che un romano abbia dimenticato che in cima al Campidoglio ci sono i Musei Capitolini.
Non sarà piuttosto che l’educazione al patrimonio negli ultimi decenni non è stata curata come era necessari, o che i modelli diffusi attraverso i media comprendono molte cose ma certo non la necessità di incrementare le competenze culturali ?

Altro vezzo tutto italiano è quello di attribuirsi percentuali variabili, ma sempre assai consistenti, del patrimonio culturale mondiale.  Recentemente il Ministro Bondi in un articolo de il Giornale (del 22 novembre 2008, pag. 35) ha dichiarato che il nostro paese accoglie “la maggior parte” delle opere d’arte presenti nel mondo. Bene, sia detto una volta per tutte: questo dato non ha alcuna base scientifica. L’Italia accoglie il maggior numero di siti inseriti nella lista Unesco rispetto ad ogni altro paese ma ciò non comporta alcuna primizia numerica di altro genere; anche perché i 43 siti italiani rappresentano appena uno stiracchiato 5 per cento degli 878 siti totali contenuti nella lista Unesco (2) .  Ed in effetti quel dato del  70 o 75 per cento di beni culturali mondiali tanto decantato deriva, sempre secondo l’UNESCO, dalla percentuale di furti di opere d’arte denunciati nel nostro paese sul totale mondiale dei furti…

Un’ultima notazione (tra le tante possibili) riguarda un recente rapporto di Confcultura e Federturismo-Confindustria su “Arte, turismo e indotto economico” presentato lo scorso febbraio. Qui si parla, tra l’altro, degli introiti derivati dai servizi aggiuntivi che ammonterebbero a 43,5 milioni di euro. Il rapporto di Confcultura, tuttavia, dimentica di specificare che quella cifra è prodotta unicamente dai  servizi aggiuntivi dei musei di proprietà dello Stato. Il che diventa tanto più importante dal momento che i musei statali in Italia rappresentano appena il 15 per cento del  totale, mentre i musei degli enti locali raggiungono la percentuale del 55 per cento circa, mentre un altro 5 per cento è rappresentato dai musei appartenenti alle università ed il restante 30 per cento appartiene a privati e alla CEI.

Va detto, però che tra i tanti numeri dati (o, se preferiamo, forniti) dalla politica in questo settore, l’unico grande buco informativo riguarda l’effettiva consistenza di bilanci e tagli al settore.
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1) Tra le poche eccezioni di un panorama non sempre confortante va segnalata la figura di Giovanni Spadolini che contribuì in maniera fondamentale alla nascita del Ministero per i beni culturali e ambientali.

2) Cfr. il sito del World Heritage dell’Unesco: http://whc.unesco.org/en/list.

  • carmine lepore scrive:

    le cifre e i numeri sono sempre interessanti, ancora più interessante sarebbe poter far gestire siti archeologici, musei, pinacoteche, biblioteche o in generale i luoghi definiti di “cultura” a professionisti che potrebbero, come facciamo noi nel nostro piccolo, interfacciarci con gli Enti Locali (comuni e comunità montane) che hanno poche risorse.

  • Lorenzo Maggini scrive:

    Ho avuto modo di leggere adesso questa informativa sui beni culturali italiani. Vorrei far notare che le percentuali italiane indicate dall’ormai ex Ministro Bondi (“la maggior parte”, “60-70%” ecc)non mi sembrano così di fuori: infatti, è vero che l’Italia ha solo il 5% dei siti mondiali UNESCO, ma ciascuno di questi siti contiene una quantità enorme di beni artistici(che ovviamente sono beni UNESCO) : si pensi al solo Centro Storico di Firenze, vale per 1 sito, ma quante opere d’arte, capolavori di ogni genere che hanno trasformato il pensiero stesso occidentale? E così a Roma, Venezia, Siena, Napoli…Quale altra nazione può vantare altrettanto?
    Credo che dovremmo essere più consapevoli, come popolo italiano, di ciò che rappresenta la nostra nazione, al di là dei simboli da cartolina che, comunque, sono gia tanti.Ed esserne orgogliosi e, quindi, valorizzare e tutelare meglio questo immneso patrimonio, superiore quantitativamente e qualitativamente, ribadisco, a qualsiasi altro.
    Grazie per l’attenzione.

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