Le quinte di copertina

Pubblicato il 13 maggio 2009 da ater

di Paolo Belluso

La sarta di Romolo Valli era famosa per chiedere sempre consigli su libri da leggere a chiunque incontrasse in teatro (e forse non solo in teatro). Per questo uno dei titoli di questa rubrica avrebbe potuto essere “La sarta di Romolo Valli”.

Io sono amministratore di compagnia, professione che alcuni addirittura chiamano tour manager, e come la sarta di Valli ho la tendenza non solo a chiedere consigli e a scambiare pareri sui libri, ma anche a proporre scambi di letture durante le tournée. Noi dello spettacolo abbiamo un sacco di tempo per leggere, in fondo: quante ore passate in pullman o negli aeroporti, nelle hall degli alberghi e in camerino. Un sacco di tempo “di risulta”, rispetto a chi conduce vite dagli orari più regolari.Chissà se la gente di teatro legge più degli altri. A me pare di sì. Comunque di libri ne girano tanti. Conosco anche un paio di tecnici che scrivono romanzi e racconti brevi, e sono anche piuttosto bravi. Potrei intervistarli, magari, adesso che, scrivendo, sono quasi un loro collega.

Forse dovrei iniziare presentando libri sul teatro, o ambientati in teatro, e infatti avevo pensato a Il Club dei filosofi dilettanti di Alexander Mc Call Smith, che inizia con una morte misteriosa in una sala da concerto, o addirittura avrei potuto cominciare parlando del Dizionario tecnico del teatro. Di questo posso parlare, in effetti, è presto fatto: si tratta un dizionarietto illustrato, edito in Svezia, che vi consente  di sapere come si dice martello o sipario  in sedici lingue. Con illustrazioni che mostrano com’erano i proiettori negli anni trenta, più o meno. Ho chiesto a molti tecnici e non ne ho trovato ancora uno che lo usi regolarmente. Io l’ho sfogliato un po’ e poi sono passato ad altro. Al massimo, se uno ha proprio molto tempo a disposizione, può usarlo per decifrare una scheda tecnica di qualche anno fa, che è sempre una cosa utile, per carità.

Invece vorrei presentarvi non solo un libro ma addirittura un intero catalogo. Pensa la megalomania. Vorrei presentarvi una parte dello scaffale del “motivational and self help” – in italiano “motivazionale e auto-aiuto” (aiuto! che brutto! Ma si dice?). Nei paesi anglosassoni questo è uno dei generi più prolifici e di maggior successo. Lo spunto per questa scelta me lo ha dato un libro che stava leggendo la settimana scorsa un macchinista americano al Carlo Felice di Genova: The Talent Code. Ancora inedito in Italia. Ho dato una sbirciata alla quarta di copertina, e (traduco) :
Qual è il segreto del talento? Qual è la chiave per decifrarlo? Il giornalista Daniel Coyle ha svolto un’approfondita ricerca in nove dei più grandi vivai di talenti al mondo, luoghi piccoli che producono un’alta percentuale di persone di successo, da una scuola elementare in California a un campo di baseball nei Caraibi, da una scuola di musica nello stato di New York a un campo di tennis a Mosca, per scoprire che tutti questi luoghi che producono eccellenza hanno qualcosa in comune nei metodi d’insegnamento e di motivazione. Il sottotitolo di The Talent Code dice, più o meno : “Non si nasce grandi, lo si diventa. Ecco come”.

Volendo fare una storia dei vivai nei quali si coltiva del talento degli italiani si potrebbero dare moltissimi esempi simili a quelli che descrive e analizza Coyle, basti pensare all’esempio più fulgido della storia, quello della Firenze del Rinascimento, o  quelli delle altre capitali italiane, ma anche alle città di piccola e media dimensione che nel secondo dopoguerra, soprattutto in certe zone del paese, hanno fatto da letto caldo a percentuali insolite di talenti nei campi più vari, dalla meccanica alla musica, dalla gastronomia alla piccola industria. Non so se esista uno studio sulle cause strutturali di questi fenomeni virtuosi in Italia nel dopoguerra. Se esiste, dubito però che possa avere l’agilità pragmatica di questo testo. Il libro di Coyle parte, infatti, da due basi che sono tipiche della cultura americana: il giornalismo di approfondimento e la tradizione del self improvement. Il taglio è giornalistico, alterna descrizioni dei personaggi intervistati, insegnanti e allievi, a considerazioni sulla neurologia dell’apprendimento. E’ pragmatico ma ispira.

In Italia ci vergogniamo persino ad avvicinarci allo scaffale di questo genere di libri (io lo faccio con consapevole spavalderia). E non deve essere per un problema di qualità di scrittura, perché poi leggiamo tanti romanzi o saggi che in quanto a stile sono peggiori di “Come diventare ricchi in due settimane”.

Devono essere altri i motivi, e probabilmente in parte hanno a che vedere con la nostra cultura religiosa in senso lato. L’accento che i protestanti mettono sulla responsabilità individuale è certamente alla base del forte incoraggiamento a migliorare la propria situazione individuale, e a fare anziché delegare. Nei paesi a influenza protestante, in una forte tradizione di proselitismo, le persone di successo condividono volentieri i “segreti” della propria riuscita, e il ricorso ai coach è senz’altro più comune che qui da noi.

In Italia invece forse vediamo gli uomini e le donne di successo più come casi eccezionali che come prodotti di un metodo, e ne attribuiamo la riuscita al carattere, che senz’altro c’entra, alla spregiudicatezza, che può esserci anch’essa, al caso, per chi ci crede, ma  non all’applicazione consapevole di certe regole o a certe situazioni ambientali nelle quali possiamo intervenire. Le persone di successo suscitano tra i nostri connazionali un misto di venerazione e d’invidia se non di disprezzo, sentimenti che a volte coesistono nella stessa persona. In qualche modo rispettiamo- e rinforziamo- la distanza tra noi e “loro”. Alcuni caratteri nazionali, che tutti conosciamo, impediscono a questa situazione di mutare: lo scetticismo (vi ricordate come fino a pochi anni fa solo accennare ai corsi di scrittura provocava un generale moto d’irrisione?), l’anarchia che ci rende insofferenti alle regole, anche quelle da cui trarremmo beneficio, il fatto di considerarci geni, compresi o incompresi, sempre moolto aiutati in questo da papà e mamma. E la passione divorante per il lamento, che ci vieta di assumerci l’intera responsabilità del nostro destino individuale. Abbiamo, per tutti questi motivi, un forte “pudore” a documentarci sui segreti di chi “ce l’ha fatta”.

A questa forma di pudore nostrano sembra aver messo fine, almeno per un po’, la fortuna di The Secret di Rhonda Byrne. In teatro conosco poca gente che non l’abbia almeno sentito nominare. E’ diventato rapidamente un fenomeno, com’è accaduto per i libri di Dan Brown, per Harry Potter e ora per la trilogia di Stieg Larsson, e questo fenomeno ha dato la stura a un’infinità di altri libri e di gadget. Un’impresa di marketing davvero notevole. Ai pochi che non hanno ancora sentito parlare del “Segreto” dirò solo che si tratta di un libro (e di un film) che fa pubblicità a un nucleo di personaggi diversi tra loro ma che hanno in comune il pensiero positivo e l’impegno  di far diventare ricco, bello e magro chiunque si rivolga loro.

Sono “coaches”, come si dice in italiano? Coach. Nemmeno personal trainer  è italiano – beh, personal trainer di comportamento, di vita, diciamo: coach). Nel sito di The secret li chiamano Maestri. Il loro convincimento comune è il seguente: come fossero magneti, i nostri pensieri, anche quelli inconsci, attirano realtà affini.  Pensieri di abbondanza generano abbondanza, pensieri di rabbia e d’inadeguatezza generano altra rabbia e altra inadeguatezza.  Per dimostrare quest’assioma i vari autori scomodano la Tradizione, la filosofia e la fisica: da Ermete Trismegisto alla fisica quantistica.

Le affermazioni ripetute come sermoni in The Secret ci imbarazzano, il tono è quello della televendita, ma proprio questo imbarazzo mi ha incuriosito, e ho trovato molto interessante  la lettura di Le origini del Segreto e i suoi protagonisti,  in cui Alexandra Bruce descrive i movimenti Christian Science e New Thought , all’origine di questa proliferazione editoriale del self-improvement. La Bruce  traccia la storia del New Thought, partendo dalla metà dell’Ottocento, e spiega in modo molto sintetico come negli Stati Uniti questi movimenti diventino vere e proprie “chiese” come la Unity School of Christianity, anche detta Unity, di cui farebbe parte, ad esempio, la più famosa anchor-woman americana, Oprah Winfrey che tanto ha fatto per far conoscere al grande pubblico i Maestri di The Secret

Cristianesimo (protestante), buddismo, induismo, occultismo, New Age, massoneria, pensiero positivo confluiscono in gradi diversi in questi movimenti . Ma mentre da noi la massoneria, per esempio, è affare, per lo più segreto, di pochi, e rinforza la percezione della sua vocazione elitaria, negli USA costituisce un fenomeno più allargato che, al pari di tutte le chiese, o “denominazioni”, cerca attivamente l’inclusione e la condivisione tramite il proselitismo.  Da noi il proselitismo non si fa per passione o per convincimento puro. Essendo per l’eternità divisi in Guelfi e Ghibellini lo possiamo solo fare contro qualcun altro o qualcos’altro.

Con Eric, il tecnico che leggeva The Talent Code, parlando di tutte queste cose, riflettevamo sul fatto che solo vedendo il rapporto di un’altra cultura con temi come la religione, la speranza e la condivisione possiamo vedere davvero la nostra, di cultura. Lui osservando l’Italia nel suo rapporto sconcertante con le risorse e con il talento apprezzava alcune cose degli Stati Uniti. Io nel considerare le strutture religiose che si creano a catena negli Stati Uniti percepisco come il nostro rapporto con la Chiesa Cattolica esiste, ed è forte, anche quando non sentiamo di averlo. E rifletto in una prospettiva diversa sui telepredicatori e sulle loro tecniche, in America e in Italia. Tutto questo in quinta, prima della prova generale.

Tra The secret e The Talent Code? The Talent Code!

The Talent Code
di David Coyle

The Secret
di Rhonda Byrne

Le origini del Segreto e i suoi protagonisti
di Alexandra Bruce

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