Intervista a Silvano Conti, coordinatore nazionale Cultura e Spettacolo CGIL

Pubblicato il 3 luglio 2009 da ater

di Graziella Bertani

 

Citato anche sul nostro sito, lo scorso 10 giugno, a Roma, alla Casa del Cinema, si è svolto il Convegno Lavorare oggi nella Cultura e nello Spettacolo – Emergenza Occupazione, organizzato dalla CGIL, che ha visto le conclusioni di Guglielmo Epifani.

Il tema ci ha indotti a porre alcune domande a Silvano Conti, coordinatore nazionale Cultura e Spettacolo della CGIL.

 

Che cosa si intende col termine “occupazione” nella cultura e nello spettacolo? Che categorie include?

Per produzione culturale e nello spettacolo s’intende un’occupazione prevalentemente intermittente o occasionale (circa 400.000 addetti, di cui solo 30.000 circa a tempo indeterminato) e include la prosa, la musica, la danza, il cinema, lo spettacolo viaggiante, i circhi e l’industria dell’intrattenimento.

 

Che cosa rappresenta il lavoro nella cultura e nello spettacolo? Sono profili facilmente assimilabili ad altri settori produttivi?

No. Non sono assimilabili. Il concetto è che il lavoro, nella fattispecie delle figure artistiche, è il prodotto e il produttore di sé.

L’occupazione, in questo settore, rappresenta una composizione in un unicum di eccellenze non facilmente riproducibili. Ecco perché non si capisce l’accanimento di questo Governo, di questo Ministero contro il mondo del lavoro. Un esempio: tagli del 35% all’intervento delle risorse pubbliche e ulteriori tagli alle Regioni e alle altre Amministrazioni nell’ordine del 40% quando, di converso, tutti i paesi europei non solo investono fortemente risorse in termini anticiclici nella produzione culturale e nella creatività. Col nostro 0,16-0,20 % del PIL noi siamo buoni ultimi.

 

Come mai il comparto cultura e spettacolo da sempre costituisce una cosiddetta “fascia debole”? Perché? Forse anche per una mancata interazione con altri settori oppure per la sua eccessiva frammentazione?

Perché manca una figura giuridica, una rete legislativo-protettiva per le figure artistiche (come, invece, avviene in Francia). Qui persiste un approccio generale che vede queste attività non come una professione ma come un divertimento, che implica molta applicazione sì, ma come un divertimento, non come professione.

Naturalmente anche la frammentazione contribuisce a questo stato. Ecco perché noi riteniamo che sarebbe veramente importante un profilo contrattuale che ricomponesse in grandi aggregati i contratti (musica, prosa e cinema).

La legge 163, che istituisce il FUS (Fondo Unico dello Spettacolo), doveva essere accompagnata da riforme settoriali mai avviate e da finanziamenti decentrati (Regioni, Province, Comuni).

In carenza di criteri nell’erogazione siamo senza certezze.

Giudichiamo positivamente gli sforzi e i criteri e i parametri ai quali stanno lavorando le Regioni, ma in tema di risorse, alla luce della riforma del titolo V della Costituzione, manca  una legge di sistema.

Noi insistiamo che nelle nuove leggi di sistema, sia per lo spettacolo dal vivo che per il cinema, intervengano leve fiscali premianti per chi investe in cultura.

Siamo anche ben lontani dai consistenti finanziamenti dei privati.

Richiediamo inoltre l’applicazione della tax-credit, già applicata al cinema, anche per lo spettacolo dal vivo.

 

Che cosa incide maggiormente sulla qualità di uno spettacolo: la sensibilità, la competenza di chi ci lavora quotidianamente in perfetta sinergia con la parte creativa oppure la presenza di personaggi di chiara fama anche se talvolta avulsi dal contesto all’interno del quale sono chiamati ad agire?

L’uno e l’altro. Noi abbiamo professionalità anche nelle maestranze. Basti pensare all’opera. Tutte le professioni si integrano. Molte volte le nostre maestranze sono sul confine tra Arte e Mestiere, addirittura simboleggiano tradizioni famigliari irripetibili.

Un esempio: cosa sarebbe il cinema senza i suoi truccatori?

 

Il 10 giugno scorso, organizzato dalla CGIL e concluso da Guglielmo Epifani, si è svolto un convegno sul tema dell’emergenza occupazionale: qual è l’analisi della CGIL?

Siamo un settore costretto a procedere all’impronta, un settore in agonia.

Se si tenesse anche conto del fatto che i nostri lavoratori non dispongono di ammortizzatori sociali, essi da intermittenti ed occasionali diventano invisibili.

 

Come leggere le analisi e le previsioni economiche presentate da Confindustria nei giorni scorsi  nel settore cultura e spettacolo?

Conveniamo con Confindustria che la crisi non è psicologica ma un fatto fortemente reale che incide sulla spesa e sui consumi materiali e immateriali.

Alcuni indicatori ENPALS e SIAE ci dicono che anche i nostri settori sono in profonda sofferenza.

 

Quali proposte per uscire dalla crisi?

Iniziamo con una notizia positiva, poi continueremo con il rosario delle nostre problematiche… Si è conclusa positivamente l’occupazione di Villa Piccolomini con il provvedimento della Regione che consente di restituirla agli attori. Si è vinta una battaglia di alta civiltà al di là e al disopra di ogni tatticismo.

Occorre pensare per il settore ad ammortizzatori sociali specifici poiché l’estensione sic et sempliciter di quelli tradizionali, pensati per un modello di lavoro industriale soggetto a crisi cicliche causerebbero processi catastrofici di dispersioni professionali non automaticamente riproducibili

Gli artisti, i tecnici e le maestranze dei nostri settori sono lavoratori a cui occorre calzare una politica del lavoro specifica in entrata e in uscita che preveda una reintroduzione del collocamento, soppresso in questi mesi,… e adeguamenti specifici, come attuati in altri settori (agricoltura, etc.) dopo il protocollo sul Welfare, così come necessita una rivisitazione compiuta sul Sistema Previdenziale, sui temi: massimali, età pensionistica/tersicorei, totalizzazione, riscatto laurea/conservatori ecc.

In embrione ritengo importantissimo il percorso fatto sulla Formazione con la Regione Lazio avviando l’elaborazione del Repertorio delle Professioni (Regione capofila nazionale) sulla formazione. Ciò permette di utilizzare in modo finalizzato e compiuto gli importanti finanziamenti del Fondo Sociale Europeo visto che i Fondi Interprofessionali lambiscono in modo molto marginale (nonostante i nostri sforzi) i nostri settori. Per i nostri mondi lavorativi (penso alla filiera cinema-audiovisivo) e per i processi innovativi in atto questo è un punto fondamentale e strategico.

 

Concludendo?

Concluderei ipotizzando un percorso da mutuare unitariamente.

Credo che di fronte ai processi reali e politicamente indotti nel settore occorra riattivare gli Stati Generali della Cultura e dello Spettacolo con un forte raccordo con le Confederazioni su tutte le battaglie che abbiamo di fronte. E dovremo riprendere i 10 punti del nostro manifesto programmatico, che sono a tutt’oggi attuali.

  • Silvano Piovesan scrive:

    Buona giornata. Rileggendo l’opportuna formulazione (terminologica, induttiva e dialettica).
    dell’intervista metterei in rilievo:

    1- valorizzazione del lavoro: naturalmente e giustamente la figura del lavoratore rappresenta il produttore e il prodotto
    2- certamente trovare un denominatore comune e ridurre la frammentazione rappresenta una strategia fondamentale soprattutto in questa fase così delicata.
    3- una DEBOLEZZA sostanziale della concezione della cultura sottovaluta il rapporto positivo derivante dal pensiero che provoca il momento produttivo
    4- un’INESISTENTE fascia giuridica e’ palese. Italia tra gli ultimi dei Paesi per concezione produttiva di cultura ne è la conseguenza
    5- risultato: l’investimento culturale diventa non solo sterile ma improprio
    6 – il problema della ATIPICITA’ della produzione culturale
    si ripercuote anche sulle considerazioni delle sinergie che, assenti
    producono traumi che portano ad una differenziazione e sperequazione tra individuo leadership ed esecutori di gran lunga superiore rispetto quanto avvenga in altri comparti
    7 – La tematica dunque riguarda l’ approfondimento di alcuni concetti
    fondamentali e, tra questi, il considerare improprio il sindacalismo nel mondo dello spettacolo percepito come DIFESA dei più DEBOLE , cioe’ di nuove schiavitù, senza riconoscimento di diritti che, inevitabilmente, porterebbe al peggioramento
    della produzione culturale
    8 – STATI GENERALI della CULTURA
    credo anche io che sia la sola strada da praticare
    ma che escluda la polemica, a favore dell’individuazione non di strategie di parti, ma di comuni valori e certezze filosofiche e giuridiche fondamentali del vivere oggi

    Silvano Piovesan

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