La vita culturale è un diritto del cittadino

Pubblicato il 11 agosto 2009 da ater

di Maurizio Roi

All’ultimo momento la mobilitazione di molti importanti artisti, l’impegno bipartisan di un gruppo di parlamentari, l’iniziativa delle organizzazioni dello spettacolo, di molti lavoratori, l’attenzione dei giornali, l’Unità in testa, ha convinto il presidente del Consiglio che c’era «un’emergenza spettacolo», e a trarre dal Fondo della Presidenza del Consiglio per le emergenze 60 milioni di euro. Peccato che l’emergenza l’avesse creata il suo stesso governo con il taglio al Fus.

È un risultato importante, al di là della cifra ottenuta, per la sopravvivenza dello spettacolo italiano, dimostrazione di quanto l’unità e la determinazione possano ottenere. Per la sostanza e ilmodo com’è avvenuta, ciò che è stato sconfitto è il presupposto ideologico che anima una parte del centrodestra, in base al quale il problema dello spettacolo in Italia sono gli sprechi, e la non totale adesione alle regole del mercato. Se quel presupposto fosse vero, come continuano a dire gli onorevoli Carlucci e Barbareschi che pure si sono impegnati in questa battaglia per il reintegro del Fus, i tagli sarebbero non solo giustificati ma utili. Ma rinunciare alla funzione equilibratrice dello Stato significa un impoverimento e una gestione della nostra vita culturale per pochi e ancor più legata al potere.

Il discorso sugli sprechi poi non è privo di fondamento, ma non può essere imbracciato dal ministro della cultura che sugli sprechi ha il compito di vigilare e i poteri per farli cessare.

Da anni andiamo parlando dell’eccesso di sindacalizzazione delle orchestre e dei cori delle Fondazioni Lirico Sinfoniche, ma nelle altre compagini europee non è certamente inferiore. In casi come questi comunque si garantiscono i diritti acquisiti e si cambia regime in una trattativa tra le parti. Ma questo è un paese dove nel momento stesso in cui si negano le risorse per la vita delle istituzioni culturali e di spettacolo, si trovano i soldi per ingaggiare qualche star o dar vita a un evento utile alla visibilità del potente di turno.

Questo è sì uno spreco, e prima ancora che di soldi, d’intelligenza, di moralità.

Ciò che serve è cambiare presupposti, avviare un periodo di riforme serie e profonde a partire da una legge-quadro e finalmente mettere all’ordine del giorno non la difesa della nostra industria culturale italiana, a cui i 60 milioni di euro sono del tutto insufficienti, ma il suo sviluppo e quello della nostra vita culturale che, non dimentichiamolo, sono un diritto dell’uomo e dei cittadini.

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