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	<title>Forum Cultura &#187; La biblioteca del tour manager</title>
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		<title>Libri da camerino (e non solo)</title>
		<link>http://www.forumcultura.it/2009/07/02/libri-da-camerino-e-non-solo/</link>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 15:42:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ater</dc:creator>
				<category><![CDATA[La biblioteca del tour manager]]></category>

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		<description><![CDATA[di Paolo Belluso Ho notato, curiosando tra le letture degli altri, che nei camerini dei teatri si trovano pochissimi best seller. Chissà perché. Vedo molti romanzi, molti saggi, pochi classici, pochissimi libri di poesia, ma quasi nessuno che sia un campione di vendite. Di questa scarsità nei teatri non sono ancora riuscito a capire il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Paolo Belluso</em></p>
<p>Ho notato, curiosando tra le letture degli altri, che nei camerini dei teatri si trovano pochissimi best seller. Chissà perché. Vedo molti romanzi, molti saggi, pochi classici, pochissimi libri di poesia, ma quasi nessuno che sia un campione di vendite. Di questa scarsità nei teatri non sono ancora riuscito a capire il motivo. Se sono best seller dovrebbero essere quelli che vendono di più, no? Ho notato anche che alcuni dei saggi che vedo hanno titoli così strani da far sospettare che sono stati scelti per quella stranezza, come se fosse un gioco.<span id="more-295"></span></p>
<p>Devo confessare a questo punto che io stesso ho sviluppato, quasi senza accorgermene, un gusto (ma proprio nel senso di godimento !) discutibile per la scelta dettata dalla singolarità del titolo. A volte il contenuto è all’altezza del titolo, a volte no. Naturalmente un titolo buffo o assurdo si dà per scontato nei libri comici, ed è più sorprendente in un saggio.</p>
<p>E’ un esercizio frivolo, lo ammetto, ma che può anche procurare piacevoli sorprese. A chi non legge molto consiglio di dosare questo criterio, come si farebbe con cibi molto speziati nella propria dieta. Ogni tanto, però…</p>
<p>In questi ultimi anni, sul quaderno dove annoto i titoli dei libri, che porto con me in tutte le tournées, ho segnato in rosso quelli dai titoli più strani. Il primo, quello che mi ha spinto a iniziare questa classifica, non è stato, come uno potrebbe immaginare, <strong>Lo zen e l’arte della manutenzione della bicicletta</strong> di Robert Pirsig, e nemmeno <strong>Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano</strong> di Gino e Michele, ma <strong>Il pene e la demoralizzazione dell’Occidente,</strong> di Jean Paul Aron e Roger Kempf, un dotto saggio del 1979 sulla genealogia della morale borghese. Gli ultimi titoli in rosso, in ordine di tempo: <strong>La mamma di Psycho era lui con la parrucca</strong> – cento finali di film per farvi odiare dagli amici – (grazie Syllas!) e il <strong>Metodo antistronzi</strong> (The No-Asshole Rule), interessante e utilissimo saggio di Robert Sutton, docente di Stanford, sulla qualità dei rapporti nelle aziende e sui loro effetti. Ma anche <strong>C’erano bei cani ma molto seri,</strong> l’amoroso libro di Alberto Spampinato su suo fratello Giovanni, giornalista ucciso dalla mafia nel 1972. Qui il titolo mi sembra pura poesia, e il contenuto, fin dalla prima pagina, fuga subito il sospetto che si tratti di un’astuta tecnica di marketing, come avviene per altri libri. La voce narrante, calda, autentica e bellissima, garantisce una lettura che non si dimentica facilmente, e che consiglio a tutti.</p>
<p>Più spesso, comunque, i libri che sfoglio, o che sbircio solamente, in teatro, attirano l’attenzione per altri motivi che non per il titolo. Così, negli uffici del Teatro Comunale di Ferrara (eh sì, i libri non si trovano solo in palcoscenico o nei camerini) ho preso in mano <strong>Il borgo e la fabbrica</strong> perché sapevo che l’autore, Vittorio Passerini, è stato un intellettuale fondamentale nello sviluppo del sistema teatrale emiliano, oltre che presidente dell’ATER. Le storie del libro (la prefazione è di Paolo Volponi) prendono spunto da fatti recenti o più remoti, creando un affresco sensuale e magico di un’Italia e di una sensibilità che ci paiono così lontane da provocare un piacere misto a nostalgia, come quando si sente il profumo delle pesche che mangiavamo da bambini e che ora quasi non si trovano più. Le <em>madeleines</em> per fortuna si trovano ancora.</p>
<p>Dalla sartoria del Teatro San Carlo di Napoli un consiglio per chi vuole leggere solo per rilassarsi: i gialli di Alexander Mc Call Smith, soprattutto quelli della serie che ha per protagonista una improbabile Miss Marple del Botswana, Mma Precious Ramotswe, a cui non potrete non affezionarvi sin dalla prima pagina. Il romanzo che mi ha iniziato al mondo semplice e rassicurante di Mma (Grazie Laura!) è stato <strong>The Kalahari typing school for men</strong> (a proposito di titoli particolari ) che in italiano è stato tradotto con “Un peana per le zebre”, povere zebre e poveri noi. Il primo libro della serie di Mma Ramotswe, <strong>The N.1 Ladies’ Detective Agency,</strong> del 1999, è stato tradotto in 42 lingue ma purtroppo non in italiano. Una curiosità per la gente di teatro: “Sandy” Mc Call Smith ha creato la N.1 Ladies’ Opera House, in un vecchio garage in Botswana, un paese dove tutti sembrano essere molto intonati e appassionati di canto. Chi volesse far parte degli Amici del N.1 Ladies’ Opera House (non è uno scherzo!) può scrivere a <a href="mailto:opera@mccallsmith.com">opera@mccallsmith.com</a>. Anche l’ultimo libro di questo prolifico autore ha a che vedere con il nostro ambiente: è <strong>La’s orchestra saves the world</strong>, che non ho ancora letto. Vi farò sapere.</p>
<p><strong>Lo zen e l’arte della manutenzione della bicicletta</strong> di Robert M. Pirsig, ed. Adelphi</p>
<p><strong>Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano</strong><em>, </em>di Gino e Michele, ed. Baldini Castoldi Dalai</p>
<p><strong>Il pene e la demoralizzazione dell’Occidente</strong>, di JP Aron e R Kempf,  ed. Sansoni</p>
<p><strong>La mamma di Psycho era lui con la parrucca</strong><em>,</em> di <a href="http://www.spoilerin.com/sp/">Spoilerin.com</a>, ed. Rizzoli</p>
<p><strong><a title="Il metodo antistronzi" href="http://metodoantistronzi.splinder.com">Il Metodo Antistronzi</a></strong><em>,</em> di Robert I. Sutton, ed. Elliot</p>
<p><strong>C’erano bei cani ma molto seri</strong><em>,</em> di Alberto Spampinato, ed. ponte alle Grazie</p>
<p><strong>Il borgo e la fabbrica</strong><em>,</em> di Vittorio Passerini, ed. Gabriele Corbo</p>
<p><strong>Un peana per le zebre</strong><em>,</em> di Alexander Mc Call Smith, ed. Guanda</p>
<p><strong>The N.1 Ladies’ detective Agency</strong><em>,</em> di Alexander Mc Call Smith, ed. Polygon</p>
<p><strong>La&#8217;s orchestra saves the world</strong>, di Alexander Mc Call Smith, ed. Polygon</p>
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		<title>Le quinte di copertina</title>
		<link>http://www.forumcultura.it/2009/05/13/la-quinta-di-copertina/</link>
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		<pubDate>Wed, 13 May 2009 07:34:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ater</dc:creator>
				<category><![CDATA[La biblioteca del tour manager]]></category>

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		<description><![CDATA[di Paolo Belluso La sarta di Romolo Valli era famosa per chiedere sempre consigli su libri da leggere a chiunque incontrasse in teatro (e forse non solo in teatro). Per questo uno dei titoli di questa rubrica avrebbe potuto essere “La sarta di Romolo Valli”. Io sono amministratore di compagnia, professione che alcuni addirittura chiamano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Paolo Belluso</p>
<p></em>La sarta di Romolo Valli era famosa per chiedere sempre consigli su libri da leggere a chiunque incontrasse in teatro (e forse non solo in teatro). Per questo uno dei titoli di questa rubrica avrebbe potuto essere “La sarta di Romolo Valli”.</p>
<p>Io sono amministratore di compagnia, professione che alcuni addirittura chiamano tour manager, e come la sarta di Valli ho la tendenza non solo a chiedere consigli e a scambiare pareri sui libri, ma anche a proporre scambi di letture durante le tournée. Noi dello spettacolo abbiamo un sacco di tempo per leggere, in fondo: quante ore passate in pullman o negli aeroporti, nelle hall degli alberghi e in camerino. Un sacco di tempo “di risulta”, rispetto a chi conduce vite dagli orari più regolari.<span id="more-225"></span>Chissà se la gente di teatro legge più degli altri. A me pare di sì. Comunque di libri ne girano tanti. Conosco anche un paio di tecnici che scrivono romanzi e racconti brevi, e sono anche piuttosto bravi. Potrei intervistarli, magari, adesso che, scrivendo, sono quasi un loro collega.</p>
<p>Forse dovrei iniziare presentando libri sul teatro, o ambientati in teatro, e infatti avevo pensato a <strong>Il Club dei filosofi dilettanti</strong> di Alexander Mc Call Smith, che inizia con una morte misteriosa in una sala da concerto, o addirittura avrei potuto cominciare parlando del Dizionario tecnico del teatro. Di questo posso parlare, in effetti, è presto fatto: si tratta un dizionarietto illustrato, edito in Svezia, che vi consente  di sapere come si dice martello o sipario  in sedici lingue. Con illustrazioni che mostrano com’erano i proiettori negli anni trenta, più o meno. Ho chiesto a molti tecnici e non ne ho trovato ancora uno che lo usi regolarmente. Io l’ho sfogliato un po’ e poi sono passato ad altro. Al massimo, se uno ha proprio molto tempo a disposizione, può usarlo per decifrare una scheda tecnica di qualche anno fa, che è sempre una cosa utile, per carità.</p>
<p>Invece vorrei presentarvi non solo un libro ma addirittura un intero catalogo. Pensa la megalomania. Vorrei presentarvi una parte dello scaffale del “motivational and self help” &#8211; in italiano “motivazionale e auto-aiuto” (aiuto! che brutto! Ma si dice?). Nei paesi anglosassoni questo è uno dei generi più prolifici e di maggior successo. Lo spunto per questa scelta me lo ha dato un libro che stava leggendo la settimana scorsa un macchinista americano al Carlo Felice di Genova: <strong>The Talent Code</strong>. Ancora inedito in Italia. Ho dato una sbirciata alla quarta di copertina, e (traduco) :<br />
Qual è il segreto del talento? Qual è la chiave per decifrarlo? Il giornalista Daniel Coyle ha svolto un’approfondita ricerca in nove dei più grandi vivai di talenti al mondo, luoghi piccoli che producono un’alta percentuale di persone di successo, da una scuola elementare in California a un campo di baseball nei Caraibi, da una scuola di musica nello stato di New York a un campo di tennis a Mosca, per scoprire che tutti questi luoghi che producono eccellenza hanno qualcosa in comune nei metodi d’insegnamento e di motivazione. Il sottotitolo di <strong>The Talent Code</strong> dice, più o meno : “Non si nasce grandi, lo si diventa. Ecco come”.<br />
<br />Volendo fare una storia dei vivai nei quali si coltiva del talento degli italiani si potrebbero dare moltissimi esempi simili a quelli che descrive e analizza Coyle, basti pensare all’esempio più fulgido della storia, quello della Firenze del Rinascimento, o  quelli delle altre capitali italiane, ma anche alle città di piccola e media dimensione che nel secondo dopoguerra, soprattutto in certe zone del paese, hanno fatto da letto caldo a percentuali insolite di talenti nei campi più vari, dalla meccanica alla musica, dalla gastronomia alla piccola industria. Non so se esista uno studio sulle cause strutturali di questi fenomeni virtuosi in Italia nel dopoguerra. Se esiste, dubito però che possa avere l’agilità pragmatica di questo testo. Il libro di Coyle parte, infatti, da due basi che sono tipiche della cultura americana: il giornalismo di approfondimento e la tradizione del self improvement. Il taglio è giornalistico, alterna descrizioni dei personaggi intervistati, insegnanti e allievi, a considerazioni sulla neurologia dell’apprendimento. E’ pragmatico ma ispira.</p>
<p>In Italia ci vergogniamo persino ad avvicinarci allo scaffale di questo genere di libri (io lo faccio con consapevole spavalderia). E non deve essere per un problema di qualità di scrittura, perché poi leggiamo tanti romanzi o saggi che in quanto a stile sono peggiori di “Come diventare ricchi in due settimane”.</p>
<p>Devono essere altri i motivi, e probabilmente in parte hanno a che vedere con la nostra cultura religiosa in senso lato. L’accento che i protestanti mettono sulla responsabilità individuale è certamente alla base del forte incoraggiamento a migliorare la propria situazione individuale, e a fare anziché delegare. Nei paesi a influenza protestante, in una forte tradizione di proselitismo, le persone di successo condividono volentieri i “segreti” della propria riuscita, e il ricorso ai coach è senz’altro più comune che qui da noi.</p>
<p>In Italia invece forse vediamo gli uomini e le donne di successo più come casi eccezionali che come prodotti di un metodo, e ne attribuiamo la riuscita al carattere, che senz’altro c’entra, alla spregiudicatezza, che può esserci anch’essa, al caso, per chi ci crede, ma  non all’applicazione consapevole di certe regole o a certe situazioni ambientali nelle quali possiamo intervenire. Le persone di successo suscitano tra i nostri connazionali un misto di venerazione e d’invidia se non di disprezzo, sentimenti che a volte coesistono nella stessa persona. In qualche modo rispettiamo- e rinforziamo- la distanza tra noi e “loro”. Alcuni caratteri nazionali, che tutti conosciamo, impediscono a questa situazione di mutare: lo scetticismo (vi ricordate come fino a pochi anni fa solo accennare ai corsi di scrittura provocava un generale moto d’irrisione?), l’anarchia che ci rende insofferenti alle regole, anche quelle da cui trarremmo beneficio, il fatto di considerarci geni, compresi o incompresi, sempre moolto aiutati in questo da papà e mamma. E la passione divorante per il lamento, che ci vieta di assumerci l’intera responsabilità del nostro destino individuale. Abbiamo, per tutti questi motivi, un forte “pudore” a documentarci sui segreti di chi “ce l’ha fatta”.</p>
<p>A questa forma di pudore nostrano sembra aver messo fine, almeno per un po’, la fortuna di <strong>The Secret</strong> di Rhonda Byrne. In teatro conosco poca gente che non l’abbia almeno sentito nominare. E’ diventato rapidamente un fenomeno, com’è accaduto per i libri di Dan Brown, per Harry Potter e ora per la trilogia di Stieg Larsson, e questo fenomeno ha dato la stura a un’infinità di altri libri e di gadget. Un’impresa di marketing davvero notevole. Ai pochi che non hanno ancora sentito parlare del “Segreto” dirò solo che si tratta di un libro (e di un film) che fa pubblicità a un nucleo di personaggi diversi tra loro ma che hanno in comune il pensiero positivo e l’impegno  di far diventare ricco, bello e magro chiunque si rivolga loro. </p>
<p>Sono “coaches”, come si dice in italiano? Coach. Nemmeno personal trainer  è italiano – beh, personal trainer di comportamento, di vita, diciamo: coach). Nel sito di <strong>The secret</strong> li chiamano Maestri. Il loro convincimento comune è il seguente: come fossero magneti, i nostri pensieri, anche quelli inconsci, attirano realtà affini.  Pensieri di abbondanza generano abbondanza, pensieri di rabbia e d’inadeguatezza generano altra rabbia e altra inadeguatezza.  Per dimostrare quest’assioma i vari autori scomodano la Tradizione, la filosofia e la fisica: da Ermete Trismegisto alla fisica quantistica.</p>
<p>Le affermazioni ripetute come sermoni in The Secret ci imbarazzano, il tono è quello della televendita, ma proprio questo imbarazzo mi ha incuriosito, e ho trovato molto interessante  la lettura di <strong>Le origini del Segreto e i suoi protagonisti</strong>,  in cui Alexandra Bruce descrive i movimenti Christian Science e New Thought , all’origine di questa proliferazione editoriale del self-improvement. La Bruce  traccia la storia del New Thought, partendo dalla metà dell’Ottocento, e spiega in modo molto sintetico come negli Stati Uniti questi movimenti diventino vere e proprie “chiese” come la Unity School of Christianity, anche detta Unity, di cui farebbe parte, ad esempio, la più famosa anchor-woman americana, Oprah Winfrey che tanto ha fatto per far conoscere al grande pubblico i Maestri di <strong>The Secret</strong>. </p>
<p>Cristianesimo (protestante), buddismo, induismo, occultismo, New Age, massoneria, pensiero positivo confluiscono in gradi diversi in questi movimenti . Ma mentre da noi la massoneria, per esempio, è affare, per lo più segreto, di pochi, e rinforza la percezione della sua vocazione elitaria, negli USA costituisce un fenomeno più allargato che, al pari di tutte le chiese, o “denominazioni”, cerca attivamente l’inclusione e la condivisione tramite il proselitismo.  Da noi il proselitismo non si fa per passione o per convincimento puro. Essendo per l’eternità divisi in Guelfi e Ghibellini lo possiamo solo fare contro qualcun altro o qualcos’altro.</p>
<p>Con Eric, il tecnico che leggeva <strong>The Talent Code</strong>, parlando di tutte queste cose, riflettevamo sul fatto che solo vedendo il rapporto di un’altra cultura con temi come la religione, la speranza e la condivisione possiamo vedere davvero la nostra, di cultura. Lui osservando l’Italia nel suo rapporto sconcertante con le risorse e con il talento apprezzava alcune cose degli Stati Uniti. Io nel considerare le strutture religiose che si creano a catena negli Stati Uniti percepisco come il nostro rapporto con la Chiesa Cattolica esiste, ed è forte, anche quando non sentiamo di averlo. E rifletto in una prospettiva diversa sui telepredicatori e sulle loro tecniche, in America e in Italia. Tutto questo in quinta, prima della prova generale.</p>
<p>Tra <strong>The secret</strong> e <strong>The Talent Code</strong>? <strong>The Talent Code</strong>!</p>
<p><em><a href="http://www.thetalentcode.com"><strong>The Talent Code</strong><br />
</a></em>di David Coyle<br />
<em><br />
<a href="http://www.thesecretitalia.it"><strong>The Secret</strong><br />
</a></em>di Rhonda Byrne</p>
<p><em><strong>Le origini del Segreto e i suoi protagonisti</strong><br />
</em>di Alexandra Bruce</p>
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