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	<title>Forum Cultura &#187; Interviste</title>
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		<title>Intervista a Silvano Conti, coordinatore nazionale Cultura e Spettacolo CGIL</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 08:52:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ater</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[di Graziella Bertani   Citato anche sul nostro sito, lo scorso 10 giugno, a Roma, alla Casa del Cinema, si è svolto il Convegno Lavorare oggi nella Cultura e nello Spettacolo &#8211; Emergenza Occupazione, organizzato dalla CGIL, che ha visto le conclusioni di Guglielmo Epifani. Il tema ci ha indotti a porre alcune domande a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Graziella Bertani</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Citato anche sul nostro sito, lo scorso 10 giugno, a Roma, alla Casa del Cinema, si è svolto il Convegno <strong>Lavorare oggi nella Cultura e nello Spettacolo &#8211; Emergenza Occupazione,</strong> organizzato dalla CGIL, che ha visto le conclusioni di Guglielmo Epifani.</p>
<p>Il tema ci ha indotti a porre alcune domande a <strong>Silvano Conti</strong>, coordinatore nazionale Cultura e Spettacolo della CGIL.<span id="more-305"></span></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Che cosa si intende col termine “occupazione” nella cultura e nello spettacolo? Che categorie include?</strong></p>
<p>Per produzione culturale e nello spettacolo s’intende un’occupazione prevalentemente intermittente o occasionale (circa 400.000 addetti, di cui solo 30.000 circa a tempo indeterminato) e include la prosa, la musica, la danza, il cinema, lo spettacolo viaggiante, i circhi e l’industria dell’intrattenimento.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Che cosa rappresenta il lavoro nella cultura e nello spettacolo? Sono profili facilmente assimilabili ad altri settori produttivi?</strong></p>
<p>No. Non sono assimilabili. Il concetto è che il lavoro, nella fattispecie delle figure artistiche, è il prodotto e il produttore di sé.</p>
<p>L’occupazione, in questo settore, rappresenta una composizione in un unicum di eccellenze non facilmente riproducibili. Ecco perché non si capisce l’accanimento di questo Governo, di questo Ministero contro il mondo del lavoro. Un esempio: tagli del 35% all’intervento delle risorse pubbliche e ulteriori tagli alle Regioni e alle altre Amministrazioni nell’ordine del 40% quando, di converso, tutti i paesi europei non solo investono fortemente risorse in termini anticiclici nella produzione culturale e nella creatività. Col nostro 0,16-0,20 % del PIL noi siamo buoni ultimi.</p>
<p> </p>
<p><strong>Come mai il comparto cultura e spettacolo da sempre costituisce una cosiddetta “fascia debole”? Perché? Forse anche per una mancata interazione con altri settori oppure per la sua eccessiva frammentazione?</strong></p>
<p>Perché manca una figura giuridica, una rete legislativo-protettiva per le figure artistiche (come, invece, avviene in Francia). Qui persiste un approccio generale che vede queste attività non come una professione ma come un divertimento, che implica molta applicazione sì, ma come un divertimento, non come professione.</p>
<p>Naturalmente anche la frammentazione contribuisce a questo stato. Ecco perché noi riteniamo che sarebbe veramente importante un profilo contrattuale che ricomponesse in grandi aggregati i contratti (musica, prosa e cinema).</p>
<p>La legge 163, che istituisce il FUS (Fondo Unico dello Spettacolo), doveva essere accompagnata da riforme settoriali mai avviate e <strong>da finanziamenti decentrati</strong> (Regioni, Province, Comuni).</p>
<p>In carenza di criteri nell’erogazione siamo senza certezze.</p>
<p>Giudichiamo positivamente gli sforzi e i criteri e i parametri ai quali stanno lavorando le Regioni, ma in tema di risorse, alla luce della riforma del titolo V della Costituzione, manca  una legge di sistema.</p>
<p>Noi insistiamo che nelle nuove leggi di sistema, sia per lo spettacolo dal vivo che per il cinema, intervengano leve fiscali premianti per chi investe in cultura.</p>
<p>Siamo anche ben lontani dai consistenti finanziamenti dei privati.</p>
<p>Richiediamo inoltre l’applicazione della tax-credit, già applicata al cinema, anche per lo spettacolo dal vivo.</p>
<p> </p>
<p><strong>Che cosa incide maggiormente sulla qualità di uno spettacolo: la sensibilità, la competenza di chi ci lavora quotidianamente in perfetta sinergia con la parte creativa oppure la presenza di personaggi di chiara fama anche se talvolta avulsi dal contesto all’interno del quale sono chiamati ad agire?</strong></p>
<p>L’uno e l’altro. Noi abbiamo professionalità anche nelle maestranze. Basti pensare all’opera. Tutte le professioni si integrano. Molte volte le nostre maestranze sono sul confine tra Arte e Mestiere, addirittura simboleggiano tradizioni famigliari irripetibili.</p>
<p>Un esempio: cosa sarebbe il cinema senza i suoi truccatori?</p>
<p> </p>
<p><strong>Il 10 giugno scorso, organizzato dalla CGIL e concluso da Guglielmo Epifani, si è svolto un convegno sul tema dell’emergenza occupazionale: qual è l’analisi della CGIL?</strong></p>
<p>Siamo un settore costretto a procedere all’impronta, un settore in agonia.</p>
<p>Se si tenesse anche conto del fatto che i nostri lavoratori non dispongono di ammortizzatori sociali, essi da intermittenti ed occasionali diventano invisibili.</p>
<p> </p>
<p><strong>Come leggere le analisi e le previsioni economiche presentate da Confindustria nei giorni scorsi  nel settore cultura e spettacolo?</strong></p>
<p>Conveniamo con Confindustria che la crisi non è psicologica ma un fatto fortemente reale che incide sulla spesa e sui consumi materiali e immateriali.</p>
<p>Alcuni indicatori ENPALS e SIAE ci dicono che anche i nostri settori sono in profonda sofferenza.</p>
<p> </p>
<p><strong>Quali proposte per uscire dalla crisi?</strong></p>
<p>Iniziamo con una notizia positiva, poi continueremo con il rosario delle nostre problematiche&#8230; Si è conclusa positivamente l’occupazione di Villa Piccolomini con il provvedimento della Regione che consente di restituirla agli attori. Si è vinta una battaglia di alta civiltà al di là e al disopra di ogni tatticismo.</p>
<p>Occorre pensare per il settore ad ammortizzatori sociali specifici poiché l’estensione sic et sempliciter di quelli tradizionali, pensati per un modello di lavoro industriale soggetto a crisi cicliche causerebbero processi catastrofici di dispersioni professionali non automaticamente riproducibili<strong></strong></p>
<p>Gli artisti, i tecnici e le maestranze dei nostri settori sono lavoratori a cui occorre calzare una politica del lavoro specifica in entrata e in uscita che preveda una <strong>reintroduzione</strong> del collocamento, <strong>soppresso in questi mesi</strong>,… e adeguamenti specifici, come attuati in altri settori (agricoltura, etc.) dopo il protocollo sul Welfare, così come necessita una rivisitazione compiuta sul Sistema Previdenziale, sui temi: massimali, età pensionistica/tersicorei, totalizzazione, riscatto laurea/conservatori ecc.</p>
<p>In embrione ritengo <strong>importantissimo</strong> il percorso fatto sulla Formazione con la Regione Lazio avviando l’elaborazione del Repertorio delle Professioni (Regione capofila nazionale) sulla formazione. Ciò permette di utilizzare in modo finalizzato e <strong>compiuto</strong> gli importanti finanziamenti del Fondo Sociale Europeo visto che i Fondi Interprofessionali lambiscono in modo molto marginale (nonostante i nostri sforzi) i nostri settori. Per i nostri mondi lavorativi (penso alla filiera cinema-audiovisivo) e per i processi innovativi in atto questo è un punto fondamentale e strategico.</p>
<p> </p>
<p><strong>Concludendo?</strong></p>
<p>Concluderei ipotizzando un percorso da mutuare unitariamente.</p>
<p>Credo che di fronte ai processi reali e politicamente indotti nel settore occorra riattivare gli Stati Generali della Cultura e dello Spettacolo con un forte raccordo con le Confederazioni su tutte le battaglie che abbiamo di fronte. E dovremo riprendere i 10 punti del nostro manifesto programmatico, che sono a tutt’oggi attuali.</p>
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		<title>Intervista a Simona Marchini</title>
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		<pubDate>Fri, 15 May 2009 08:08:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ater</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Simona Marchini]]></category>

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		<description><![CDATA[di Graziella Bertani Figura di prestigio del mondo della cultura, Simona Marchini &#8211; attrice, promotrice culturale, produttrice, direttrice e consulente artistica, regista, ambasciatrice Unicef e ancora tanto altro – si distingue anche per la sua partecipazione appassionata alle grandi battaglie della società civile nel nostro Paese. Tra queste, ultima in ordine cronologico, la manifestazione “Requiem [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Graziella Bertani</em></p>
<p>Figura di prestigio del mondo della cultura, Simona Marchini &#8211; attrice, promotrice culturale, produttrice, direttrice e consulente artistica, regista, ambasciatrice Unicef e ancora tanto altro – si distingue anche per la sua partecipazione appassionata alle grandi battaglie della società civile nel nostro Paese.</p>
<p>Tra queste, ultima in ordine cronologico, la manifestazione “Requiem per la Cultura”, svoltasi a Roma lo scorso 30 marzo.</p>
<p><strong>Perché questo momento di mobilitazione?</strong></p>
<p>Tutto nasce da considerazioni fatte con un’amica attrice; Magda Mercatali dell’ApTI, l’Associazione per il teatro italiano. Da tempo si sosteneva l’esigenza dell’intrapresa di un’azione forte per riportare l’attenzione sullo stato della cultura e dello spettacolo nel nostro Paese.<span id="more-245"></span> Pur essendo chiara la mia condivisione del principio, ero, però, troppo impegnata per assumere in prima persona l’onere dell’organizzazione di una manifestazione di questa portata. Decisi perciò di concedere, per le riunioni, gli spazi della mia galleria; ma poi l’impegno, per forza di cose, ha superato le mie previsioni.</p>
<p><strong>Quali sono le motivazioni che hanno favorito anche la sua adesione?</strong></p>
<p>Una linea che andasse oltre la politica e la faziosità per ripartire dai principi. Abbiamo così concentrato il nostro messaggio in tre concetti basilari:<br />
1) la cultura è un diritto mai dissociato dal dovere: un diritto del cittadino e un dovere dello Stato<br />
2) in Italia i lavoratori del settore ci sono circa 400.000. Di essi la metà è legata al mondo del teatro e della musica. L’indotto che la cultura &#8211; in senso generale &#8211; crea ha un peso equivalente a una qualsiasi industria portante del nostro paese, per esempio quella automobilistica. E’ per caso inutile anche sottolineare il valore formativo, estetico e spirituale che costituisce per la società?<br />
3) l’ultimo concetto fondamentale è rappresentato da questa domanda: “Come mai gli altri Paesi &#8211; pur in tempi di crisi &#8211; investono almeno il doppio di noi nell’impresa culturale? Cos’è che non va?”</p>
<p><strong>A manifestazione conclusa, su quali filoni proseguire lo sviluppo di azioni per il diritto dei cittadini ad una sempre maggiore e qualificata offerta culturale?</strong></p>
<p>L’esigenza forte per me, oggi, è la rialfabetizzazione culturale. Si deve cominciare dall’infanzia: questo significa associare ad un’azione capillare sul territorio &#8211; attraverso un vero e proprio processo formativo &#8211; il coinvolgimento dei genitori.<br />
E’ fondamentale la presa di coscienza del danno gravissimo che una società mediatica e tecnologica senz’anima può produrre in una giovane psiche in crescita. Pertanto la questione è trasformare in individuale un’assunzione di responsabilità civile, morale e spirituale senza alibi e senza scoramenti. Ricordiamoci dei nostri padri&#8230;</p>
<p><strong>La parole d’ordine che di questi tempi sentiamo ripetere più frequentemente, cioè risparmio, innovazione, cambiamento, merito, autofinanziamento&#8230; che cosa rappresentano? Che rischi nascondono?</strong></p>
<p>In breve: secondo me rappresentano e nascondono la paura delle idee e dell’idealità. Sembra quasi che ci vergogniamo di abbracciare un impegno che riabiliti i grandi sogni dell’umanità. Invece, a mio avviso, è proprio su quello che si è fondata e realizzata dai tempi dei tempi l’evoluzione umana!</p>
<p><strong>Sappiamo quanto lei non riesca stare lontana dal palcoscenico. In quale lavoro la vedremo prossimamente?</strong></p>
<p>In questi giorni sono impegnata a Napoli, al Teatro San Carlo, nel progetto <strong>Napoli zompa e vola</strong>, con la regia e la coreografia affidate ad Amedeo Amodio, il coordinamento musicale di Paolo Coletta su testi di Manlio Santanelli, scene di Nicola Rubertelli e costumi di Giusi Giustino. L’interpretazione è del corpo di ballo del Teatro San Carlo, e lo spettacolo sarà in cartellone a Napoli dal 12 al 14 maggio e successivamente a Mosca, al Teatro Stanislavskij-Nemirovič Dančenko, il 26 e 27 maggio.<br />
Con questo spettacolo ho voluto rievocare, in un “balletto con musica e recitazione”, la storia, popolana e nobile, della musica – quindi anche della canzone – napoletana.</p>
<p><strong>E la sua passione per l’arte?<br />
</strong><strong><br />
</strong>Sono guidata da una forte spinta emotiva. La mia iniziativa nasce dalla volontà di sostenere la memoria di un’epoca e di un lavoro svolto con passione da mio padre Alvaro Marchini, che nel tempo ha raggiunto importanti e preziosi risultati storico-artistici. &#8220;La nuova pesa&#8221; è uno spazio per l&#8217;arte contemporanea fin dal 1957. Ha accolto nelle sue sale opere di artisti quali Mafai, Licini, Cagli, Donghi, E.Broglio, Manzù, Rosai, Guttuso, Vespignani, Guccione, e ha ospitato la prima mostra italiana del dopoguerra su Ricasso. Dopo un decennio di sospensione dell’attività la dirigo dal 1985, e attualmente, nella nuova veste di Centro per l&#8217;arte contemporanea, vi sono stati presentati artisti di levatura internazionale, quali M.Mochetti, E.Mattiacci, G. de Dominicis, W.Vostell, J.Kounellis, R.Horn, H.Nagasawa, N.Araki.<br />
Ma la galleria non è solo questo: ha promosso e promuove incontri e dibattiti sulle varie discipline artistiche. Ad esempio, nell’ambito del progetto “Opera-non-Opera”, si sta concludendo il ciclo “Rossini e Beethoven”, una serie di dodici conferenze con ascolti e proiezioni, in calendario dal 3 febbraio fino al 26 maggio. E’ la proposta di un approccio verso la musica strumentale e verso il teatro musicale per analizzare le affinità, i legami e, talvolta, anche le estreme divergenze tra questi due generi.</p>
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		<title>I fondi tagliati &#8211; intervista a Maurizio Roi</title>
		<link>http://www.forumcultura.it/2009/03/24/i-fondi-tagliati-intervista-a-maurizio-roi/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Mar 2009 12:05:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ater</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[fus]]></category>
		<category><![CDATA[maurizio roi]]></category>

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		<description><![CDATA[I fondi tagliati «Bondi convinca il governo a dire sì all’election day e avrà salvato la cultura» Maurizio Roi, il presidente dell’associazione che riunisce oltre 50 teatri in Emilia-Romagna, fa il punto sul Fondo unico dello spettacolo: «Quanto avviene in Italia è in controtendenza rispetto agli altri Paesi, finanziare le attività culturali serve alla crescita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I fondi tagliati<br />
</strong>«Bondi convinca il governo a dire sì all’election day e avrà salvato la cultura»</p>
<p><em>Maurizio Roi, il presidente dell’associazione che riunisce oltre 50 teatri in Emilia-Romagna, fa il punto sul Fondo unico dello spettacolo: «Quanto avviene in Italia è in controtendenza rispetto agli altri Paesi, finanziare le attività culturali serve alla crescita dei cittadini»</em></p>
<p>(di Luca Del Frà – l’Unità, 18 marzo 2009)</p>
<p>«Si fanno molte chiacchiere sui costi della cultura: ma 400 milioni di euro è quanto spenderà in più lo Stato se il referendum non si svolgerà in un election day, cioè in coincidenza con le prossime elezioni amministrative ed europee. Per le sue attività culturali, per il cinema di cui a parole siamo tutti orgogliosi, per l&#8217;opera, per il teatro, la danza e così via, insomma per tutto questo lo Stato italiano in un anno spende meno che per una giornata di referendum».<span id="more-165"></span><br />
Maurizio Roi, presidente dell&#8217;Ater, la storica associazione che riunisce oltre 50 teatri in Emilia Romagna &#8211; anche presidente della &#8220;Fondazione Toscanini&#8221; e vice presidente dell&#8217;Agis &#8211; fa il punto della situazione sulle attività culturali in Italia. Il 2009 appena iniziato si prospetta come l&#8217;annus horribilis in decade malefica: i finanziamenti dello Stato, il tristemente noto Fus &#8211; Fondo unico dello spettacolo &#8211; dopo un lento depauperamento è stato massacrato dalla Finanziaria del governo Berlusconi. Ridotto ai minimi storici, non raggiunge neppure i 380 milioni dieuro, meno di quanto assommava venti anni fa, e in termini di moneta costante non vale neppure la metà. Lo spettacolo italiano, in piena crisi d&#8217;ossigeno, comincia a dare evidenti segni di cedimento nei suoi organi e tessuti. Deve infatti affrontare la crisi economica mondiale in situazione di netto svantaggio rispetto ad altri paesi europei. In Spagna ad esempio i parlamentari hanno rinunciato alle loro indennità pur di non toccare i fondi per la cultura, considerata settore strategico.<br />
«Ma nel nostro paese &#8211; continua Roi &#8211; la situazione è quella che è. Tuttavia nell&#8217;agosto scorso il ministro dei Beni e delle Attività Culturali Sandro Bondi ha chiesto un sacrificio allo Spettacolo, nella logica di una Finanziaria che tagliava fondi a tutti i ministeri pur di salvaguardare il bilancio dello stato. Ma la situazione oggi è completamente cambiata, la crisi economica si è fatta a dir poco aspra, la priorità è il lavoro, il salario, e soprattutto la sopravvivenza di quelle strutture che producono queste cose. Già discutibile in partenza, ora adesso il taglio ai fondi per lo Spettacolo in Italia è in controtendenza rispetto a quanto avviene in tutto il mondo: ci stiamo procurando un enorme problema da soli».</p>
<p><strong>Il governo si lagna che non ci sono soldi, poi magari li trova per fare il ponte sullo stretto di Messina: come rifinanziare oggi le attività culturali?<br />
</strong>«Con circa un terzo di quello che si potrebbe risparmiare facendo coincidere elezioni e referendum, i finanziamenti allo Spettacolo tornerebbero sui livelli dell&#8217;anno scorso, e già sarebbe una cosa positiva. Se per uscire dalla crisi serve lavoro, questi soldi sarebbero una leva per creare lavoro: perché lo Spettacolo in massima parte è solo lavoro: creatori, registi, attori, cantanti, musicisti, scenografi, tecnici. I tagli economici alle attività culturali appartengono a un&#8217;altra era geologica».</p>
<p><strong>Ma forse oggi sfugge il motivo vero per cui è importante finanziare le attività culturali&#8230;<br />
</strong>«In effetti spesso si fa una certa confusione: per usare un linguaggio dell&#8217;economia, il prodotto della cultura è la libertà. Paolo Grassi diceva con una metafora illuminante che il teatro serve a ispessire le lenti con le quali siamo capaci di decodificare la realtà in cui viviamo. Fuor di metafora: finanziare con denaro pubblico la cultura e lo spettacolo serve alla crescita dei cittadini».</p>
<p><strong>E il volano dell&#8217;economia, l&#8217;incentivo al turismo?<br />
</strong>«La creatività genera dei prodotti, e dunque un giro economico la cui ricaduta è importante: ma avviene in molti altri settori. Da molte parti mi pare si stia sottovalutando che l&#8217;intervento pubblico si giustifica principalmente perché lo scopo delle attività culturali è la liberta e la civiltà. Brecht avrebbe detto che il teatro è l&#8217;attività umana che ha per oggetto l&#8217;umano stesso in quanto tale. E questo forse ci obbliga ancor più a realizzare un sistema spettacolo nel modo più efficiente e senza sprechi».</p>
<p><strong>La tanto auspicata riforma del settore dovrebbe quindi partire da queste premesse?<br />
</strong>«Certo, ma c&#8217;è un altro punto fondamentale. Le riforme si fanno con i sindacati, oppure contro i sindacati, ma non senza i sindacati. Mi riferisco alle Fondazioni lirico-sinfoniche dove da più parti si sta cercando di escludere le masse artistiche stabili considerate neanche più necessarie. Senza le loro orchestre la Scala, il Maggio fiorentino, l&#8217;Accademia di Santa Cecilia diventerebbero teatri di tradizione oppure associazioni concertistiche, e non sarebbero più tra i grandi teatri d&#8217;opera italiani. li ministro sostiene che esistono dei privilegi in alcuni teatri? VuoI dire che c&#8217;è uno squilibrio nella contrattazione locale e occorre dare più forza ai contratti nazionali. Ma certo non serve sciogliere le orchestre e i cori».</p>
<p><strong>In senso più ampio come si prospettano i tempi della crisi per le attività culturali?<br />
</strong>«Negli Stati Uniti la crisi è già piuttosto grave ancile perché l&#8217;intervento riequilibratore dello Stato non esiste e, contemporaneamente, i privati fuggono. I riflessi cominciano a farsi sentire in Europa, molte tournée in America sono state annullate e per gli artisti europei è sempre più difficile andare a lavorare lì. Il momento di difficoltà più acuto è prevedibile si avverta intorno alla fine del 2009 e il 2010».</p>
<p><strong>L&#8217;Emilia Romagna, che ha una forte tradizione di spettacolo, come affronta questa congiuntura?<br />
</strong>«Pur essendo tra quelle regioni che spendeva per le attività culturali, la regione ha deciso di stanziare un milione di euro in più. Soldi utilissimi, con cui si potrebbe far fronte al disimpegno dei privati. Oggi i teatri in Emilia-Romagna, come nel resto d&#8217;Italia brancolano nel buio: Bondi ha promesso il reintegro dei fondi alla cultura, ma ancora a tutt&#8217;oggi non si capisce se ci sarà o meno. Stiamo parlando dei fondi per le stagioni del 2009 e siamo già a marzo».</p>
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