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	<title>Forum Cultura &#187; Numero 0</title>
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		<title>Introduzione al &#8220;Numero Zero&#8221; &#8211; Cominciamo dalle cifre?</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Mar 2009 10:57:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Maurizio Roi E’ circa un mese che questo sito è stato aperto. Vi avete potuto leggere le relazioni e il dibattito svoltisi a Salsomaggiore nel novembre scorso, durante Forum Cultura “il talento degli Italiani”. Abbiamo atteso un poco prima di “muovere” il sito perché la nostra intenzione è creare una rivista on-line in cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>di Maurizio Roi</em></strong></p>
<p>E’ circa un mese che questo sito è stato aperto. Vi avete potuto leggere le relazioni e il dibattito svoltisi a Salsomaggiore nel novembre scorso, durante Forum Cultura “il talento degli Italiani”.<br />
Abbiamo atteso un poco prima di “muovere” il sito perché la nostra intenzione è creare una rivista on-line in cui convivano due piani, quello dell’elaborazione e della ricerca anche teorica sulla cultura, l’arte e l’estetica, e quello del dibattito sull’attualità dei problemi organizzativi della vita culturale, delle politiche per la cultura.<br />
Noi pensiamo che ci sia un rapporto tra le forme culturali, le estetiche, l’arte e il tempo, l’economia e il potere, e siamo convinti di vivere sulla “faglia” di un grande mutamento; il crollo di Wall Street e la fine del Post-moderno. Sono in discussione allo stesso tempo le forme estetiche, i fatti artistici e le strutture organizzative. Al lavoro di studio è bene si affianchino il dibattito e l’informazione sull’attualità. E cose da dire ce ne sono molte.<br />
Stiamo lavorando su alcune grandi tematiche e cercheremo di pubblicare più contributi sullo stesso argomento, e contemporaneamente ospiteremo interventi sul quotidiano, disponibili a raccogliere la voce di chi vorrà dire la sua.<br />
Scegliamo programmaticamente di combattere prima di tutto il banale, il superficiale, il dibattito alla moda; siamo sommersi dal chiacchiericcio del sentito dire. <strong>Il rigore è necessario, in primo luogo sui dati numerici e sull&#8217;interpretazione scientifica dei numeri</strong>, che non a caso è l’argomento dei primi contributi di approfondimento che presentiamo. Speriamo di riuscirci.<br />
Noi siamo l’associazione dei teatri dell’Emilia-Romagna, che ha creato e gestisce questo sito con l’aiuto di un po’ di amici, impegnatisi nel lavoro di elaborazione, e, speriamo, anche con voi.</p>
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		<title>Beni culturali: saper &#8220;dare i numeri&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Mar 2009 10:49:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ater</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Rivista]]></category>
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		<category><![CDATA[rita borioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Rita Borioni Il dibattito che si sta svolgendo negli ultimi mesi rispetto ai finanziamenti e alle politiche per i beni culturali, mostra una dose di approssimazione e di imprecisione che sembra crescere proporzionalmente all’infittirsi del dibattito stesso. Il settore dei beni culturali ha vissuto per decenni nella quasi assoluta indifferenza della politica (specie di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>di Rita Borioni</em></strong></p>
<p>Il dibattito che si sta svolgendo negli ultimi mesi rispetto ai finanziamenti e alle politiche per i beni culturali, mostra una dose di approssimazione e di imprecisione che sembra crescere proporzionalmente all’infittirsi del dibattito stesso.<br />
Il settore dei beni culturali ha vissuto per decenni nella quasi assoluta indifferenza della politica (specie di quella statale) e dell’economia ma che da alcuni anni è diventato di enorme interesse per diversi dicasteri.<br />
Lo stesso Ministero, che per anni era ridotto a soddisfare le pretese dei partiti minori, rappresentando le cifre decimali nella distribuzione delle poltrone secondo il manuale Cencelli (1), è divenuto un ambito approdo per Ministri e Sottosegretari.<span id="more-204"></span><br />
Gli anni Ottanta hanno rappresentato l’inizio di un’inversione di tendenza: le file alle mostre di Van Gogh e l’ondata emotivo-culturale scatenata dall’esposizione dei bronzi ritrovati al largo di Riace, portarono all’attenzione prima dei media e poi della politica un settore che fino ad allora era stato confinato tra le amorevoli e sicure mani di pochi e devoti funzionari del Ministero per i beni culturali e ambientali e di qualche appassionato quadro delle amministrazioni comunali. Le poche centinaia di migliaia di visitatori non ponevano problemi rispetto alla valorizzazione del patrimonio e alle politiche di fruizione, i turisti si adattavano agli orari “corti” di musei e aree archeologiche, le cartoline le vendevano i custodi, le file davanti ai musei erano una chimera.<br />
Uno dei primi sintomi di questo rinnovato interesse si manifestò con l’avvio di progetti, ampiamente finanziati dallo Stato, che coinvolgevano più o meno direttamente il settore dei beni culturali. Il più famoso fu certamente quello denominato Giacimenti Culturali.<br />
Il patrimonio culturale diventa pian piano per politici ed economisti, il “nostro petrolio”, una grande risorsa, un volano di sviluppo, una ricchezza da valorizzare.<br />
Si aprono nuovi musei, si finanziano scavi, si avviano cantieri di restauro (quasi sempre grazie a stanziamenti straordinari) si pubblicizzano le giornate del patrimonio culturale, vengono riallestiti vecchi e gloriosi musei, il pubblico inizia ad affluire più numeroso. Si inizia a parlare di turismo culturale, di indotto, di occupazione di settore, di percentuali del PIL prodotte dal comparto della cultura e della creatività, di spesa pubblica e di ruolo del privato, di servizi aggiuntivi, di produttività culturale ma anche economica dei musei e dei siti archeologici, di imprenditoria culturale.<br />
Dati, numeri, quantità di pubblico, consistenza degli introiti da bigliettazione e entrate derivate da royalties diventano in breve temi di discussione sulla bocca di amministratori pubblici e privati: motivi buoni per giustificare tagli finanziari o provvedimenti di urgenza, materia di controversia, argomenti per censurare le politiche dei governi precedenti, le capacità di gestione degli addetti, la qualità dei contenuti prodotti o degli allestimenti.<br />
Si usano cifre assolute o percentuali a seconda che si voglia evidenziare l’aumento o il calo dei visitatori; si omettere di distinguere tra gli istituti culturali dello Stato e quelli degli enti territoriali,<br />
È pur vero che dati, numeri, percentuali, quote di finanziamenti, entrate ed uscite nel settore pubblico e privato non sono sempre chiarissimi o univocamente accettati ma alcuni sono certi, oggettivi ed innegabili.<br />
Non si tratta di esercitarsi nella sterile arte della puntualizzazione fine a se stessa o di “fare le pulci” a questo o quel Ministro o giornalista, ma di riordinare le idee e fare un po’ di chiarezza specie perché certi dati vengono piegati a seconda della tesi che si vuole sostenere, dei tagli che si vogliono far digerire, delle chiusure che si vogliono imporre, delle nomine a cui si vuole procedere.<br />
 In sostanza è accaduto che a fronte di un mutamento culturale che sembrava affacciarsi nel nostro paese, la politica si è spesso limitata a dichiarazioni di intenti alle quali non è seguita una seria riconsiderazione delle nuove esigenze che quei mutamenti comportavano, sia in termini di stanziamenti finanziari che di rigenerazione degli strumenti organizzativi (non ultimo quello relativo di qualità e quantità del personale), crogiolandosi nell’illusione (colpevole) che sarebbe bastato aprire nuovi musei per aumentare il numero dei visitatori e di fidealizzarli alla fruizione. Ed infatti, è difficile rinvenire tra la consistente messe di nuove norme, qualche provvedimento volto a sostenere e a potenziare i consumi e la fruizione del patrimonio culturale da parte degli italiani.<br />
Alcuni mesi or sono è giunta notizia della pessima posizione dei musei italiani  nella classifica dei musei mondiali. Primi tra gli italiani sarebbero gli Uffizi che si attestano solo al ventunesimo posto.<br />
Il dato nudo e crudo è sconfortante e se da una lato mette in una luce assai tetra le capacità del personale di musei e soprintendenze, dall’altra giustificherebbe l’assunzione di provvedimenti straordinari e la chiamata alle armi di figure dalle consolidate competenze manageriali.<br />
Ma proviamo ad uscire dal gap delle classifiche e riflettiamo. Abbiamo già detto che gli italiani non sono esattamente idei diligenti ed affezionati fruitori di istituti culturali. Nei musei, di solito, ci troviamo le scolaresche, i turisti, gli studiosi, alcuni appassionati. Questo a meno che il museo sia stato inaugurato da poco o ci sia una mostra molto pubblicizzata: in qual caso le file (che pure sono sempre più rare) sono composite e variegate.<br />
Ma andiamo a vedere la classifica.<br />
Al primo posto con 8,3 milioni di visitatori c’è il Louvre e al secondo posto con poco più di 5,5 milioni troviamo il Centre Pompidou. Seguono il British Museum e la Tate Modern di Londra. Sotto i 5 milioni ci sono il Metropolitan di New York e ad un’incollatura la National Gallery di Washington. Finalmente arrivano i Musei Vatican, la National Gallery di Londra, il Museo d’Orsay di Parigi e, al decimo posto, il Prado di Madrid. Per arrivare fino al ventunesimo posto incontriamo musei di Taipei, Glasgow, Chicago, Tokyo e Barcellona oltre che di Mosca e di  Huston.<br />
Una cosa va evidenziata innanzi tutto: da questa classifica sono esclusi i siti archeologici e quindi non sono computati gli oltre due milioni e mezzo di visitatori di Pompei e neanche il circuito archeologico “Colosseo, Palatino, Fori Romano” che ha accolto nel 2007 poco meno di 4,5 milioni di visitatori.<br />
Perché, sia detto per inciso, i problemi di classifica degli istituti italiani sono causato anche (ma non solo, è ovvio) dalla presenza di un gran numero di siti “irregolari”: scavi, chiese, monumenti, palazzi storici, monasteri, brani di antiche vie che, evidentemente, non sono computabili dal punto di vista della bigliettazione e, quindi, non danno punti classifica.<br />
Ma un altro elemento andrebbe sottolineato. La quasi totalità dei musei meglio piazzati dei nostri, sono enormemente più grandi degli Uffizi che può disporre di circa 5500 mq di spazio espositivo contro i 60.000 mq del Louvre o i 30 chilometri di corridoi dell’Hermitage di San Pietroburgo.  Per tacere del fatto che la National Gallery (che gode di uno spazio espositivo di circa 20.000 mq) è un museo ad entrata gratuita, come il British Museum, la Tate Modern e la National Gallery di Washington.<br />
Non c’è dubbio, credo, che alla luce di questo parziale approfondimento muti anche il senso della ventunesima posizione degli Uffizi. Senza dimenticare che il primo museo della classifica, il Louvre, può disporre di un bilancio annuo di 140 milioni di euro.<br />
Rimane fermo, tuttavia, il fatto che gli italiani amano i loro beni culturali quasi esclusivamente quando debbono far bella figura con gli stranieri o quando, impegnati in qualche viaggio di piacere, si mettono diligentemente in fila di fronte ai portoni dei musei.<br />
Viene da domandarsi se, come dice il Ministro Bondi, l’italiano medio non si rechi davvero al museo a causa della scarsa efficienza gestionale e della mancanza di comunicazione esterna. È difficile pensare che un milanese debba essere avvisato dell’esistenza della pinacoteca di Brera o che un romano abbia dimenticato che in cima al Campidoglio ci sono i Musei Capitolini.<br />
Non sarà piuttosto che l’educazione al patrimonio negli ultimi decenni non è stata curata come era necessari, o che i modelli diffusi attraverso i media comprendono molte cose ma certo non la necessità di incrementare le competenze culturali ?</p>
<p>Altro vezzo tutto italiano è quello di attribuirsi percentuali variabili, ma sempre assai consistenti, del patrimonio culturale mondiale.  Recentemente il Ministro Bondi in un articolo de il Giornale (del 22 novembre 2008, pag. 35) ha dichiarato che il nostro paese accoglie “la maggior parte” delle opere d’arte presenti nel mondo. Bene, sia detto una volta per tutte: questo dato non ha alcuna base scientifica. L’Italia accoglie il maggior numero di siti inseriti nella lista Unesco rispetto ad ogni altro paese ma ciò non comporta alcuna primizia numerica di altro genere; anche perché i 43 siti italiani rappresentano appena uno stiracchiato 5 per cento degli 878 siti totali contenuti nella lista Unesco (2) .  Ed in effetti quel dato del  70 o 75 per cento di beni culturali mondiali tanto decantato deriva, sempre secondo l’UNESCO, dalla percentuale di furti di opere d’arte denunciati nel nostro paese sul totale mondiale dei furti…</p>
<p>Un’ultima notazione (tra le tante possibili) riguarda un recente rapporto di Confcultura e Federturismo-Confindustria su “Arte, turismo e indotto economico” presentato lo scorso febbraio. Qui si parla, tra l’altro, degli introiti derivati dai servizi aggiuntivi che ammonterebbero a 43,5 milioni di euro. Il rapporto di Confcultura, tuttavia, dimentica di specificare che quella cifra è prodotta unicamente dai  servizi aggiuntivi dei musei di proprietà dello Stato. Il che diventa tanto più importante dal momento che i musei statali in Italia rappresentano appena il 15 per cento del  totale, mentre i musei degli enti locali raggiungono la percentuale del 55 per cento circa, mentre un altro 5 per cento è rappresentato dai musei appartenenti alle università ed il restante 30 per cento appartiene a privati e alla CEI.</p>
<p>Va detto, però che tra i tanti numeri dati (o, se preferiamo, forniti) dalla politica in questo settore, l’unico grande buco informativo riguarda l’effettiva consistenza di bilanci e tagli al settore.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>1) Tra le poche eccezioni di un panorama non sempre confortante va segnalata la figura di Giovanni Spadolini che contribuì in maniera fondamentale alla nascita del Ministero per i beni culturali e ambientali.</p>
<p>2) Cfr. il sito del World Heritage dell’Unesco: <a href="http://whc.unesco.org/en/list">http://whc.unesco.org/en/list</a>.</p>
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		<title>Gli Osservatori per la Cultura e lo Spettacolo, il MIBAC e le Regioni</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Mar 2009 15:22:17 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[antonio taormina]]></category>
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		<description><![CDATA[Gli Osservatori per la Cultura e lo Spettacolo, il MIBAC e le Regioni * di Antonio Taormina** Il 2007 ha rappresentato una fase decisiva per gli Osservatori culturali istituiti dalle Regioni, sia quelli già in funzione, che operano parallelamente all’Osservatorio nazionale dello Spettacolo, sia quelli in fase di attivazione. Ha preso infatti l’avvio il progetto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gli Osservatori per la Cultura e lo Spettacolo, il MIBAC e le Regioni *</strong></p>
<p><em>di Antonio Taormina**</em></p>
<p>Il 2007 ha rappresentato una fase decisiva per gli Osservatori culturali istituiti dalle Regioni, sia quelli già in funzione, che operano parallelamente all’Osservatorio nazionale dello Spettacolo, sia quelli in fase di attivazione.<br />
Ha preso infatti l’avvio il progetto interregionale La realizzazione di Osservatori regionali e la collaborazione con l’Osservatorio nazionale nel settore delle politiche per lo spettacolo, promosso dalla Commissione Beni e Attività Culturali della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, su iniziativa delle Regioni Emilia-Romagna e Piemonte.<span id="more-182"></span> Vi aderiscono 19 tra regioni e province autonome, le stesse lo finanziano unitamente al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che interviene attraverso i fondi previsti nell’ambito del Patto per le Attività Culturali di Spettacolo, sottoscritto nel gennaio 2007; tra gli obiettivi indicati nel Patto vi è “l’adozione di strumenti che consentano una razionalizzazione sul piano degli interventi (….) garantendo una maggiore efficacia della spesa, anche attraverso forme di monitoraggio dell’offerta culturale del territorio e lo scambio reciproco di conoscenze e informazioni in merito all’offerta culturale e agli stumenti economici di intervento adottati.”<br />
Prima di entrare nel merito del progetto, si rende necessario un breve excursus sulla “storia” degli Osservatori culturali voluti dagli enti locali, la cui origine, non casualmente, è successiva alla Legge 163 dell’85 “Nuova disciplina degli interventi dello stato a favore dello spettacolo” istitutiva dell’Osservatorio oggi afferente al Ministero per i Beni e le Attività Culturali.<br />
Sempre nell’85 la Regione Emilia-Romagna, anticipando di molto gli eventi, annunciava la nascita di un proprio Osservatorio culturale mentre di lì a poco, per iniziativa di regioni, province e comuni, ma anche di università e istituti di ricerca privati, sarebbero stati presentati non pochi progetti analoghi (l’elenco, riletto ai nostri giorni, è abbastanza sorprendente).<br />
Nell’87 la Provincia Autonoma di Trento istituiva, con una propria legge (primo provvedimento in materia da parte di un ente territoriale, escludendo lo Stato), un Osservatorio sulle Attività Culturali, concependolo come “ufficio”. Nell’anno successivo, per iniziativa di istituzioni pubbliche e private (tra queste l’Assessorato alla Cultura e Informazione della Regione Lombardia, l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Bologna e il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Bologna), nasceva il Gruppo nazionale di Lavoro sugli Osservatori Culturali. Tutto questo va posto in relazione, in quegli anni, da una parte all’incremento degli investimenti pubblici nella cultura, dall’altra alle nuove funzioni attribuite alle Regioni. Emergeva per la prima volta l’esigenza di strumenti di supporto alle scelte dei decisori politici, che fossero accreditati sul piano della scientificità e funzionali sul piano applicativo.<br />
Quella spinta propositiva in realtà dovette scontrarsi, negli anni successivi, con limiti di ordine finanziario e organizzativo, ma anche con le parziali resistenze di settori (si pensi appunto allo spettacolo), portati a misurarsi con nuove discipline, quali il marketing e l’economia della cultura, all’epoca ritenute da molti operatori troppo “distanti” (complice il retaggio romantico che in parte ancora permeava la produzione artistica).<br />
A distanza di vent’anni dall’istituzione dell’Osservatorio nazionale, si registrava la presenza di quattro sole realtà regionali:<br />
- L’Osservatorio culturale della Regione Lombardia, costituito nel 1989 all’interno all’Ufficio Studi e Rilevazione del Servizio Programmazione della Direzione Generale Cultura, la cui attività si svolge in raccordo con altre strutture regionali, l&#8217;IReR- Istituto Regionale di Ricerca, università e centri di ricerca.<br />
- L’Osservatorio Culturale del Piemonte (OCP), avviato nel 1998 sulla base di un Protocollo d’intesa che coinvolge oltre alla Regione, l’IRES-Istituto di Ricerche Economico-Sociali, la Fondazione Fitzcarraldo, la Città di Torino, la Compagnia di San Paolo, la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino e l’AGIS.<br />
- L’Osservatorio Regionale dello Spettacolo della Regione Emilia-Romagna, istituito a tutti gli effetti nel 1999, in virtù della legge 13 “Norme in materia di Spettacolo”. Rappresenta una fase successiva all’Osservatorio permanente sull’economia della Cultura in Emilia-Romagna avviato nel 1996, è dalla Fondazione ATER Formazione.<br />
- L’Osservatorio regionale per la Cultura della Regione Marche istituito nel 2005 sulla base della legge regionale 75/1997 &#8220;Disciplina degli atti e delle procedure della programmazione e degli interventi finanziari regionali nei settori delle attività e dei beni culturali&#8221;.<br />
Quel percorso sembrava giunto ad una fase di assestamento, negli ultimi anni le Regioni hanno viceversa dato un impulso decisivo alla costituzione di nuovi osservatori.<br />
Già nel 2004 l’allora Coordinamento degli assessori regionali allo spettacolo approvava un documento nel quale si sottolineava la necessità di “approfondire la conoscenza sugli Osservatori regionali esistenti (dello spettacolo o culturali con competenze in materia di spettacolo), attraverso la costituzione di un gruppo di lavoro composto dai rappresentanti degli stessi Osservatori e dai rappresentanti delle Regioni interessate, con l’impegno di evidenziare le funzioni e i compiti attribuiti agli stessi Osservatori, le modalità di gestione e funzionamento, gli strumenti scientifici e tecnici dei quali si avvalgono, nonché le relazioni tra essi e l&#8217;Osservatorio nazionale dello spettacolo”.<br />
Nel settembre 2006 la Commissione Beni e Attività Culturali della Conferenza delle Regioni edelle Province Autonome, in un proprio documento proponeva un sistema di Osservatori regionali, collegati tra loro e con l’Osservatorio dello Spettacolo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Vi si auspicava, anche ai fini di una concertazione delle risorse e delle modalità di intervento tra Stato, Regioni, Province e Comuni, l’individuazione di metodologie comuni di rilevazione e analisi; l’adozione di sistemi di comparazione tra le diverse realtà, al di là delle specificità territoriali Il dibattito si è ulteriormente arricchito attraverso il convegno internazionale Gli Osservatori Culturali: finalità istituzionali, struttura organizzativa, rilevanza politica, svoltosi a Bologna nell’ottobre 2006, promosso dalla Regione Emilia-Romagna, realizzato in collaborazione con ENCATC-European Network of Cultural Administration Training Centres, Università di Bologna e Fondazione Ater Formazione. Un confronto autorevole tra esperienze italiane e di altri paesi, che ha prodotto idee e proposte fattive, per certi versi prodromico al progetto interregionale citato in apertura, nel quale si legge tra l’altro:<br />
“Gli obiettivi generali che le Regioni, le Province autonome, l’ANCI e l’UPI intendono perseguire con il presente progetto sono i seguenti:<br />
- disporre a livello territoriale di dati di conoscenza costanti e attendibili nel settore dello spettacolo, al fine di poter attuare azioni programmatiche più efficaci, per quanto riguarda la definizione degli obiettivi e delle priorità di intervento, la qualificazione delle iniziative, le modalità di utilizzo delle risorse finanziarie disponibili, l’adozione di strumenti di verifica e valutazione in rapporto agli interventi realizzati e all’efficacia ed efficienza della spesa;<br />
- disporre di strumenti di monitoraggio e ricerca condivisi e in rete tra loro, tali da consentire l’acquisizione di informazioni sistematiche e comparabili sull’evoluzione del settore, sulle politiche e sulle iniziative assunte a livello nazionale e territoriale, che consentano ai soggetti di dialogare e individuare strategie operative comuni sul terreno culturale, economico-finanziario e delle relazioni istituzionali;<br />
- realizzare e sviluppare, conseguentemente, un sistema di Osservatori regionali da attuarsi attraverso un coordinamento stabile, inteso come sede di elaborazione metodologica, di supporto tecnico e scientifico, di impulso strategico, di sostegno alla loro implementazione e alla formazione del personale, in modo da garantirne l’operatività e le modalità di verifica sulla base di un protocollo comune, ferma restando Provincia autonoma per quanto riguarda le forme di gestione, in corrispondenza delle loro esigenze, relazioni e caratteristiche territoriali;<br />
- attuare delle economie di scala, attraverso l’introduzione di metodologie e strumenti di analisi comuni, ottimizzando i costi sul piano della loro progettazione e gestione e della rilevazione e elaborazione dei dati;<br />
- rendere maggiormente evidenti l’impegno istituzionale e finanziario delle istituzioni di governo nel settore, oltre che a livello nazionale, anche, e soprattutto, a livello regionale e territoriale;<br />
- promuovere una cultura della ricerca e dello scambio, un modus operandi fondato sulla disponibilità e la competenza dei soggetti ad acquisire conoscenze e dati per una maggiore qualificazione del fare amministrativo, in una logica di progettazione e innovazione;<br />
- stabilire in modo coordinato relazioni sistematiche e collaborazioni con altri organismi, in particolare con gli istituti di ricerca, di statistica, di rilevazione ed elaborazione di dati che operano nel settore.<br />
Con riferimento all’ultimo punto, il progetto prevede l’attivazione di forme di collaborazione, definite anche attraverso accordi specifici, con istituti preposti all’elaborazione statistica quali Istat, Sistan, Siae, CNEL e CISIS (in quanto strumento della Conferenza delle Regioni, considerandone anche la valenza territoriale). Non di meno auspica collegamenti con enti, che pur non essendo questa una loro funzione istituzionale, possono fornire dati relativi al settore come l’ENPALS-Ente Nazionale Previdenza e Assistenza Lavoratori Spettacolo el’AGIS-Associazione Generale Italiana Spettacolo.<br />
Gli intenti sono chiari, così gli strumenti necessari per conseguire gli obiettivi esplicitati.<br />
A livello istituzionale è condivisa la necessità di avviare modalità che consentano di valutare l’efficacia delle politiche d’intervento, anche comparando le diverse realtà territoriali; di esaminare le relazioni tra politiche culturali, sociali ed economiche. Le imprese culturali, per contro, necessitano di elementi conoscitivi che consentano di innovare la programmazione, di ampliare la gamma dei servizi ed elevare la qualità di quelli già in essere, di indirizzare i piani di comunicazione.<br />
Tutto ciò comporta inevitabilmente lo sviluppo di attività di monitoraggio, l’elaborazione e la valutazione di dati e informazioni che attengono aspetti di ordine economico-finanziario, organizzativo, tecnologico, sociologico. Stante la consapevolezza che le Regioni, le Province Autonome, così come i Comuni e le Province stanno acquisendo un ruolo sempre più rilevante nella programmazione e nel sostegno delle attività culturali, sia in conseguenza della riforma del titolo V della Costituzione, sia per la recente evoluzione delle forme di produzione e distribuzione dei beni e delle attività culturali cui corrisponde una trasformazione ed evoluzione della domanda, l’attivazione di Osservatori Culturali viene oggi considerata una priorità.<br />
Va aggiunto, a conferma di un’attenzione ormai diffusa su questi temi, che diverse delle proposte di legge in materia di Spettacolo elaborate nell’ultimo decennio prevedevano espressamente che ai diversi livelli di governo venissero svolte attività di monitoraggio del settore, anche attraverso la costituzione di Osservatori.<br />
Sempre nel 2007 la Provincia Autonoma di Bolzano ha pubblicato i risultati di una serie di ricerche che preludono l’attivazione di un proprio Osservatorio dello Spettacolo, mentre la Provincia Autonoma di Trento ha presentato uno studio di fattibilità propedeutico alla costituzione di un Osservatorio per la Cultura (riprendendo così una volontà già espressa vent’anni prima, rimasta in realtà inesaudita). A completamento del panorama sopra citato va aggiunto che sono attualmente in fase costituenda (più o meno avanzata), in virtù di leggi regionali emanate negli ultimi anni, nuovi Osservatori, in particolare in Puglia, Campania, Sardegna.<br />
Sta dunque prendendo forma concretamente la prospettiva di un sistema nazionale di osservatori regionali, con caratteristiche di rete, che consentirà di sviluppare rilevazioni e analisi a livello regionale e nazionale, coinvolgendo tutti i protagonisti.<br />
Va qui affrontato un aspetto dirimente: il Progetto interregionale, che rappresenta in tale scenario il punto di riferimento centrale, concerne strettamente lo Spettacolo, seppure nelle diverse declinazioni, e così l’Osservatorio facente capo al MIBAC, mentre gli osservatori regionali, in essere o costituendi, si dividono in due correnti: da una parte quelli che abbracciano l’insieme delle attività culturali (confliggendo inevitabilmente con le diverse tendenze definitorie), dall’altra quelli più saldamente ancorati alle performing arts.<br />
Peraltro si riscontrano tra i due gruppi molti punti di contatto negli obiettivi di fondo e nelle metodologie; così come convergono sulle principali aree d’indagine, che attengono le politiche pubbliche, gli aspetti economici, le dinamiche del consumo e dell’offerta, gli assetti organizzativi, l’occupazione, le infrastrutture, per citare gli aspetti principali.<br />
Volendo guardare fuori dal nostro paese, bisogna dire che il modello dominante è comunque quello “traversale”, cui comunque si tende anche in Italia. Sarebbe forse tedioso proporre qui la descrizione dei processi che hanno determinato l’attuale assetto italiano, fermo restando che gli Osservatori sono (e devono essere) in massima parte espressione degli enti che li hanno fondati e dunque dei bisogni conoscitivi dei territori di appartenenza.<br />
In realtà sui modelli organizzativi, la forma costitutiva, le modalità di relazione degli Osservatori regionali ci si interroga sin dal loro avvio.<br />
Ancora nel 2007, è stato ultimato uno studio su questi temi affidato proprio dall’Osservatorio nazionale alla Fondazione ATER Formazione, dal titolo: “L’Osservatorio Nazionale dello Spettacolo del MiBAC e l’Osservatorio Regionale dello Spettacolo dell’Emilia-Romagna: i modelli e la loro applicabilità ai diversi livelli territoriali”, che in qualche modo prelude il percorso preconizzato dal Progetto interregionale.<br />
Lo studio, che comprende anche comparazioni tra gli Osservatori attivi in Italia ed istituzioni consimili di altri paesi, affronta questioni di ordine legislativo, normativo, organizzativo, strategico. Volendone citare alcuni risultati, individua come essenziale l’implementazione di un sistema di Osservatori integrato sul versante scientifico-metodologico, ma evidenzia la volontà e l’esigenza di autonomia degli stessi, in quanto emanazione delle amministrazioni da cui discendono.<br />
Vi si giunge ad ipotizzare una sorta di “Statuti omologhi degli Osservatori” che indichino gli elementi comuni essenziali per garantire la qualità e consentire effettive interazioni e collaborazioni in un quadro di riferimento nazionale, quali la presenza di organismi di indirizzo scientifico, di ricercatori con competenze specifiche, forme strutturate di collaborazione con il mondo delle imprese, istituti di ricerca e università.<br />
Tra le priorità individuate vi sono l’individuazione di un sistema comune di validazione dei dati e un protocollo comune di valutazione degli stessi, l’individuazione di un set di indicatori chiave e modelli di rilevazione, la definizione di canali che consentano il flusso dei dati tra l’Osservatorio nazionale,quelli regionali, le diverse fonti ufficiali.<br />
Nel 2007 il difficoltoso processo di affermazione degli Osservatori regionali della cultura (ascrivendo tra essi, di diritto, quelli dedicati allo Spettacolo), dopo lunghi anni, ha visto dunque una svolta. E’ stato avviato un percorso innovativo che potrà favorire lo studio delle dinamiche e delle politiche del settore, contribuendo, si spera, a indirizzarne le prospettive.</p>
<p>* l’articolo è tratto dalla Relazione sull’utilizzazione del Fondo Unico per lo Spettacolo Anno 2007, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Roma, 2008<br />
** Direttore dell’Osservatorio dello Spettacolo della Regione Emilia-Romagna</p>
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