Editoriale

Pubblicato il 29 luglio 2009 da ater

di Maurizio Roi

Con il voto finale sul decreto anticrisi dei giorni scorsi le ripetute promesse del Ministro Bondi e del Sottosegretario Giro di reintegro del Fondo unico dello spettacolo si sono rivelate per ciò che erano: promesse senza fondamento.
A nulla sono valse le proteste di artisti famosi, dei tanti lavoratori dello spettacolo, delle associazioni di categoria, la mobilitazione bipartisan di un folto e importante gruppo di parlamentari, l’intervento di autorevoli opinion maker, e non ultime le parole allarmate del Capo dello Stato.
Forse è colpa della pervicace contrarietà di Tremonti a spendere 60 milioni di euro, pur a fronte del salvataggio di molti posti di lavoro, dell’inevitabile passaggio al deficit anche delle fondazioni liriche più robuste, della perdita di credibilità di un autorevole Ministro, e di parlamentari come l’on. Carlucci e Barbareschi impegnati in prima fila con coraggio e competenza. Oppure ancora una volta l’ha fatta da padrone Bossi con la sua rozza e cinica argomentazione, “tanto gli artisti sono tutti di sinistra”.
Ci si poteva credere, quando al momento della presentazione della Finanziaria 2009 circa un anno fa il Ministro Bondi si disse mortificato dal dovere far subire a un settore così importante un pesante taglio di risorse, reso inevitabile però dal taglio generale operato dal Ministro Tremonti a tutti i capitoli del Bilancio dello Stato.
E’ passata molta acqua sotto i ponti in quest’anno, e oggi il problema principale è la crisi economica, la recessione, la perdita di lavoro e di Pil, non il contenimento della spesa pubblica che per altro in quest’anno, nonostante i tagli, è aumentata.

La verità è, e spiace dirlo all’onorevole Carlucci, così sinceramente impegnata a favore della legge Quadro dello spettacolo, che sono gli argomenti stessi del centro destra a costruire e legittimare questo risultato.
E nello specifico, aver voluto identificare quali problemi dello spettacolo gli sprechi, e la non totale adesione del settore alla logica del mercato.
Se è così, allora ha ragione Tremonti. D’altra parte è l’onorevole Carlucci, su “il Giornale” del 25 luglio, a definire la scelta di non mettere il “becco di un quattrino” nel decreto anticrisi, ”una decisione che non condivido assolutamente” e “una scelta pericolosa che rischia di mettere in ginocchio l’industria culturale del nostro paese”, per poi chiarire l’ispirazione e la ragione ideologica non economica delle scelte del governo.
“Conosco e condivido alcune delle motivazioni che hanno portato a questa dolorosa decisione”. Il governo, nel pieno rispetto dell’ispirazione liberista (non liberale) che ne guida l’azione, non è più disposto a sopportare sprechi, privilegi, rendite di posizione, assistenzialismo. “Questo governo intende aprire definitivamente l’industria dello spettacolo al mercato”.

Come si vede, la motivazione è ideologica, non economica, e nega al fondo le ragioni stesse della protesta contenuta nella prima parte.

Si potrebbe obiettare che governi cui ispirazione “liberista” non manca, come la Francia e la Germania, hanno incrementato le risorse per la cultura in questo frangente di crisi economica, oppure che il nostro ministro del tesoro ha recentemente scritto un libro contro il “mercatismo” “come regola dominante delle attività economiche”; qui si propone come via per lo sviluppo delle attività culturali e artistiche.

Bruno Vespa ha rivolto un accorato appello a salvare le Fondazioni Lirico Sinfoniche, che da sole assorbono il 50% del Fus; in questo caso se la soluzione è “il privato” faccio umilmente notare che sono enti di diritto privato e che i privati sono presenti nelle compagini sociali e in tutti i consigli d’amministrazione, e se guardiamo bene, spesso gli enti pubblici nominano come loro rappresentanti autorevoli manager o imprenditori, che la logica di mercato applicano tutti i giorni.

Né credo si possa pensare di finanziare la Stagione sinfonica dei tanti teatri di tradizione italiani o delle società dei concerti con la defiscalizzazione.

Di cosa parliamo dunque quando parliamo di aprire al mercato?
Forse che deve vivere solo ciò che non ha bisogno di soldi pubblici, perché sufficientemente supportato da sponsor e incassi?
Se è così, mi sembra evidente che ci apprestiamo a una gestione per pochi e legata al potere della nostra vita culturale, rinunciando alla funzione equilibratrice dello Stato.
Affidare lo sviluppo di questo delicato settore alle regole del mercato e dell’economia mi appare oggi, dopo quanto sta accadendo, alquanto antistorico.

Una seria lotta agli sprechi è dovere morale di tutti in ogni momento e in ogni impresa, e ancor più da parte dello Stato e di chi usa denaro pubblico.
Certo fa un po’ male non aver avuto il reintegro del Fus, non godere di agevolazioni fiscali o creditizie, di protezioni sociali come molte imprese di altri settori possono fare, e poi notare che lo spreco di Sviluppo Italia (giusto per fare un esempio) non è stato toccato, oppure che molti di coloro che sui giornali ci fanno la morale si apprestano a riportare in Italia i loro guadagni illecitamente collocati all’estero.
Se il governo ritiene che ci siano sprechi deve essere più chiaro nel denunciarli e risoluto nell’intervenire.
Di che sprechi stiamo parlando? Forse dei ballerini che vanno in pensione dieci anni dopo i loro colleghi europei, salvo qualche star cui non mancherà mai un ingaggio, anche quando i moralizzatori tagliano i fondi all’attività quotidiana. O dei giovani precari, della gran massa dei lavoratori dello spettacolo il cui reddito medio è inferiore ai loro colleghi dell’unione.
Stiamo parlando dell’eccesso di sindacalizzazione degli orchestrali e dei coristi delle Fondazioni Lirico Sinfoniche. In Europa non lo sono certamente meno, il punto è che da noi il contratto nazionale è meno importante rispetto a quello decentrato.
Di norma, in casi come questi si garantiscono i diritti acquisiti e si cambia regime in una trattativa tra le parti. Il governo ha appena approvato, rompendo con il sindacato più rappresentativo, nuove regole per la contrattazione, non può farlo anche in questo settore. Peccato che l’accordo sulla contrattazione privilegi la contrattazione decentrata verso il contratto nazionale, proprio ciò che rende difficile il governo delle fondazioni liriche.
Sono queste contraddizioni e questi presupposti che impediscono al governo di agire e aprono la strada a chi vuole semplicemente tagliare, e ci hanno portato, dopo un anno di governo, a una situazione a un tempo caotica e drammatica.
La vita culturale italiana ha bisogno di riforme, di denaro ma soprattutto di uno spirito civico diverso che guidi le politiche per la cultura. Questo è un paese dove, nel momento stesso in cui si negano le risorse per la vita quotidiana delle istituzioni culturali e di spettacolo, si trovano i soldi per ingaggiare qualche star o mettere in scena un evento utile alla visibilità del potente di turno. Questo è sì uno spreco, e, prima ancora che di soldi, d’intelligenza e di moralità.

Lascia un Commento