I fondi tagliati – intervista a Maurizio Roi

Pubblicato il 24 marzo 2009 da ater

I fondi tagliati
«Bondi convinca il governo a dire sì all’election day e avrà salvato la cultura»

Maurizio Roi, il presidente dell’associazione che riunisce oltre 50 teatri in Emilia-Romagna, fa il punto sul Fondo unico dello spettacolo: «Quanto avviene in Italia è in controtendenza rispetto agli altri Paesi, finanziare le attività culturali serve alla crescita dei cittadini»

(di Luca Del Frà – l’Unità, 18 marzo 2009)

«Si fanno molte chiacchiere sui costi della cultura: ma 400 milioni di euro è quanto spenderà in più lo Stato se il referendum non si svolgerà in un election day, cioè in coincidenza con le prossime elezioni amministrative ed europee. Per le sue attività culturali, per il cinema di cui a parole siamo tutti orgogliosi, per l’opera, per il teatro, la danza e così via, insomma per tutto questo lo Stato italiano in un anno spende meno che per una giornata di referendum».
Maurizio Roi, presidente dell’Ater, la storica associazione che riunisce oltre 50 teatri in Emilia Romagna – anche presidente della “Fondazione Toscanini” e vice presidente dell’Agis – fa il punto della situazione sulle attività culturali in Italia. Il 2009 appena iniziato si prospetta come l’annus horribilis in decade malefica: i finanziamenti dello Stato, il tristemente noto Fus – Fondo unico dello spettacolo – dopo un lento depauperamento è stato massacrato dalla Finanziaria del governo Berlusconi. Ridotto ai minimi storici, non raggiunge neppure i 380 milioni dieuro, meno di quanto assommava venti anni fa, e in termini di moneta costante non vale neppure la metà. Lo spettacolo italiano, in piena crisi d’ossigeno, comincia a dare evidenti segni di cedimento nei suoi organi e tessuti. Deve infatti affrontare la crisi economica mondiale in situazione di netto svantaggio rispetto ad altri paesi europei. In Spagna ad esempio i parlamentari hanno rinunciato alle loro indennità pur di non toccare i fondi per la cultura, considerata settore strategico.
«Ma nel nostro paese – continua Roi – la situazione è quella che è. Tuttavia nell’agosto scorso il ministro dei Beni e delle Attività Culturali Sandro Bondi ha chiesto un sacrificio allo Spettacolo, nella logica di una Finanziaria che tagliava fondi a tutti i ministeri pur di salvaguardare il bilancio dello stato. Ma la situazione oggi è completamente cambiata, la crisi economica si è fatta a dir poco aspra, la priorità è il lavoro, il salario, e soprattutto la sopravvivenza di quelle strutture che producono queste cose. Già discutibile in partenza, ora adesso il taglio ai fondi per lo Spettacolo in Italia è in controtendenza rispetto a quanto avviene in tutto il mondo: ci stiamo procurando un enorme problema da soli».

Il governo si lagna che non ci sono soldi, poi magari li trova per fare il ponte sullo stretto di Messina: come rifinanziare oggi le attività culturali?
«Con circa un terzo di quello che si potrebbe risparmiare facendo coincidere elezioni e referendum, i finanziamenti allo Spettacolo tornerebbero sui livelli dell’anno scorso, e già sarebbe una cosa positiva. Se per uscire dalla crisi serve lavoro, questi soldi sarebbero una leva per creare lavoro: perché lo Spettacolo in massima parte è solo lavoro: creatori, registi, attori, cantanti, musicisti, scenografi, tecnici. I tagli economici alle attività culturali appartengono a un’altra era geologica».

Ma forse oggi sfugge il motivo vero per cui è importante finanziare le attività culturali…
«In effetti spesso si fa una certa confusione: per usare un linguaggio dell’economia, il prodotto della cultura è la libertà. Paolo Grassi diceva con una metafora illuminante che il teatro serve a ispessire le lenti con le quali siamo capaci di decodificare la realtà in cui viviamo. Fuor di metafora: finanziare con denaro pubblico la cultura e lo spettacolo serve alla crescita dei cittadini».

E il volano dell’economia, l’incentivo al turismo?
«La creatività genera dei prodotti, e dunque un giro economico la cui ricaduta è importante: ma avviene in molti altri settori. Da molte parti mi pare si stia sottovalutando che l’intervento pubblico si giustifica principalmente perché lo scopo delle attività culturali è la liberta e la civiltà. Brecht avrebbe detto che il teatro è l’attività umana che ha per oggetto l’umano stesso in quanto tale. E questo forse ci obbliga ancor più a realizzare un sistema spettacolo nel modo più efficiente e senza sprechi».

La tanto auspicata riforma del settore dovrebbe quindi partire da queste premesse?
«Certo, ma c’è un altro punto fondamentale. Le riforme si fanno con i sindacati, oppure contro i sindacati, ma non senza i sindacati. Mi riferisco alle Fondazioni lirico-sinfoniche dove da più parti si sta cercando di escludere le masse artistiche stabili considerate neanche più necessarie. Senza le loro orchestre la Scala, il Maggio fiorentino, l’Accademia di Santa Cecilia diventerebbero teatri di tradizione oppure associazioni concertistiche, e non sarebbero più tra i grandi teatri d’opera italiani. li ministro sostiene che esistono dei privilegi in alcuni teatri? VuoI dire che c’è uno squilibrio nella contrattazione locale e occorre dare più forza ai contratti nazionali. Ma certo non serve sciogliere le orchestre e i cori».

In senso più ampio come si prospettano i tempi della crisi per le attività culturali?
«Negli Stati Uniti la crisi è già piuttosto grave ancile perché l’intervento riequilibratore dello Stato non esiste e, contemporaneamente, i privati fuggono. I riflessi cominciano a farsi sentire in Europa, molte tournée in America sono state annullate e per gli artisti europei è sempre più difficile andare a lavorare lì. Il momento di difficoltà più acuto è prevedibile si avverta intorno alla fine del 2009 e il 2010».

L’Emilia Romagna, che ha una forte tradizione di spettacolo, come affronta questa congiuntura?
«Pur essendo tra quelle regioni che spendeva per le attività culturali, la regione ha deciso di stanziare un milione di euro in più. Soldi utilissimi, con cui si potrebbe far fronte al disimpegno dei privati. Oggi i teatri in Emilia-Romagna, come nel resto d’Italia brancolano nel buio: Bondi ha promesso il reintegro dei fondi alla cultura, ma ancora a tutt’oggi non si capisce se ci sarà o meno. Stiamo parlando dei fondi per le stagioni del 2009 e siamo già a marzo».

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