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	<title>Forum Cultura &#187; carlo fontana</title>
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		<title>Intervento di Carlo Fontana</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2009 17:16:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ater</dc:creator>
				<category><![CDATA[Salsomaggiore]]></category>
		<category><![CDATA[carlo fontana]]></category>

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		<description><![CDATA[Paolo Grassi, chi era costui? No, spero che questa domanda, pur in un Paese privo di memoria come il nostro,non se la pongano proprio coloro che vivono di cultura e spettacolo. Voglio dire che la figura di Grassi ha alimentato con il suo generoso prodigarsi e con la genialità dell&#8217;intuizioni, l&#8217;organizzazione del Teatro e della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Paolo Grassi, chi era costui? No, spero che questa domanda, pur in un Paese privo di memoria come il nostro,non se la pongano proprio coloro che vivono di cultura e spettacolo. Voglio dire che la figura di Grassi ha alimentato con il suo generoso prodigarsi e con la genialità dell&#8217;intuizioni, l&#8217;organizzazione del Teatro e della Cultura nella seconda metà del secolo scorso.<span id="more-45"></span><br />
Per ritrovare quell&#8217;insegnamento e le mie radici,da qualche tempo sto rileggendo i suoi articoli e i suoi interventi apparsi sull&#8217;Avanti! tra il &#8217;45 e l&#8217;81 anno della scomparsa. Gli scritti di Grassi non si contano tanto era torrenziale e autentica la passione per il suo mestiere e per l&#8217;oggetto di questa sua passione,il teatro,ma solo quelli dell&#8217; Avanti! costituiscono la testimonianza più pregnante della progettualità,dell&#8217;etica,della sensibilità istituzionale ,dell&#8217;uomo che ha inventato e affermato l&#8217;idea stessa di operatore culturale.<br />
Dai suoi scritti,emerge con chiarezza la missione di una professione oggi estinta. E&#8217; evidente che il clima fervoroso del secondo dopoguerra,nel quale,tra l&#8217;altro,si prende a costante riferimento la lezione gramsciana, favorisca il passaggio dalla figura dell&#8217;impresario a quella dell&#8217;organizzatore culturale, animato da una forte carica di passione civile,che trova nella politica culturale lo strumento principe per la trasformazione della società. &#8220;&#8230;.La cultura è una specie di lente attraverso la quale si legge la realtà,e più è nutrita di esperienze questa lente ,maggiore è la nostra capacità di vedere nel profondo la realtà e quindi la nostra capacità di intervenire&#8230;.&#8221; Sono parole di Grassi che dicono come meglio non si potrebbe qual è il fine ultimo del processo di acculturazione:il cambiamento dei rapporti sociali,la costruzione di una società più giusta dove,per dirla con Brecht(e la citazione non è casuale),&#8221;il destino dell&#8217;uomo è l&#8217;uomo&#8221;.<br />
L&#8217;operatore culturale in questa accezione è colui che deve sapere trovare ogni volta progetti capaci di suscitare nuovi stimoli,nuove iniziative, per diffondere,appunto, la cultura intesa come un insieme di valori capaci di informare un cambiamento nel senso della giustizia sociale.<br />
Dove l&#8217;operatore culturale trova,per Grassi, il suo naturale campo d&#8217;azione? Nelle istituzioni,nelle strutture culturali pubbliche,che appartengono a tutti e lavorano per tutti ,svolgendo ,dunque, un ruolo di pubblico servizio.<br />
Milano è stata per più di trent&#8217;anni,dall&#8217;immediato dopoguerra a tutti gli anni settanta,la città nella quale questi indirizzi trovano la prima e più compiuta realizzazione. Non stupisce. E&#8217;questa la città dei riformismi,socialista e cattolico democratico,che nel &#8217;21 aveva espropriato i palchettisti della Scala costituendo l&#8217;Ente Autonomo,la città che all&#8217;inizio del ‘900 con il Teatro del Popolo dell&#8217;Umanitaria si era posta il problema del reclutamento del nuovo spettatore. La fondazione del Piccolo Teatro (1947) con tutto ciò che questo ha significato anche in altri settori,ne fece per molti aspetti la città pilota dell&#8217;intervento pubblico nella vita culturale.<br />
&#8220;Milano Aperta&#8221;,la rassegna internazionale di spettacoli promossa a partire dalla fine degli anni sessanta,dal Comune con il Piccolo Teatro e l&#8217;EPT,l&#8217;Ente Provinciale per il Turismo;il decentramento teatrale nei quartieri e nell&#8217;hinterland;la politica del pubblico,un nuovo pubblico da conquistare attraverso una scrupolosa azione formativa nei luoghi di lavoro e con prezzi fortemente scontati,sono ,trai tanti, esempi significativi di modalità di intervento alle quali non si può non guardare ora con nostalgia e una certa dose di invidia. Grazie al cielo,la liturgia dell&#8217;evento era di là da venire;la scelta era di agire in profondità,allo scopo di arricchire il bagaglio culturale individuale. La RAI ,pubblica,monopolista e democristiana, si muoveva ,in fondo, in quella stessa direzione con i grandi sceneggiati,con gli spettacoli di varietà,divertenti sì ma pure intelligenti.<br />
Per la generazione di giovani operatori che consideravano nel Piccolo Teatro di Grassi e Strehler un modello assoluto,per chi,come colui che vi parla,aveva vissuto il &#8217;68 in via Rovello,da privilegiato giovane di bottega di Grassi,la scelta,l&#8217;obbiettivo primo,la speranza , era una sola:lavorare in un teatro pubblico,in una pubblica istituzione. Guardando,affascinato e conquistato,lavorare Grassi, ho compreso che il lavoro nelle strutture culturali ha senso se è sorretto da volontà e moralità e anche da una particolare attitudine culturale,che poi in definitiva è una componente politica.<br />
Ecco,calato l&#8217;asso:la politica. Già,la politica quale arte nobile,strumento essenziale per l&#8217;affermazione di un pensiero.<br />
Per gli operatori culturali dal dopoguerra agli Anni Novanta,pur con accenti e sfumature diverse,l&#8217;idea da affermare era molto semplice:le attività culturali hanno valore quando contribuiscono giorno per giorno alla costruzione di rapporti civili tra gli uomini e di conseguenza la cultura è un servizio sociale entro il quale devono trovare soddisfacimento i bisogni individuali della collettività. Sino alla fine degli Anni 90 non ho conosciuto un organizzatore di cultura che fosse sprovvisto di questa bussola. Nel pubblico,ma anche nel privato. Infatti,allora anche chi operava nel privato,un nome su tutti: Remigio Paone,il leggendario Errepi, l&#8217;impresario sì di Wanda Osiris ma anche di Ruggero Ruggeri,nutriva la profonda convinzione dell&#8217;utilità pubblica del suo lavoro. E non era certo un caso che la maggior parte degli uomini di spettacolo si riconoscesse e trovasse nel PSI,il partito guida,legittimato dalla sua storia di intervento riformatore in questo ambito,dalla legge ‘800 al Fondo Unico per lo spettacolo. Ma anche la presenza cattolica e comunista era forte e radicata,e,in particolare,gli Enti locali della Toscana e soprattutto qui in Emilia-Romagna erano i più disponibili a sperimentare nuove e diverse forme di intervento.<br />
Chi aveva scelto di lavorare per la cultura e lo spettacolo,trovava pertanto nella Politica, con la P maiuscola,intesa come prima s&#8217;è detto,e nei Partiti,nella non diluita funzione odierna ,luoghi imprescindibili per un serio e costruttivo confronto. Basti ricordare che in ogni grande,medio,piccolo,partito della Prima Repubblica,esisteva una Commissione Cultura composta da intellettuali,artisti,operatori,che periodicamente si riuniva per affrontare e discutere i problemi dei diversi settori.<br />
Da quanto detto,non può non essere tratta la conclusione che la figura dell&#8217;operatore culturale come è venuta configurarsi nel nostro paese, è strettamente legata a quella stagione:quella del primato della Politica. Se questo è vero come penso sia,non può sorprendere che la crisi di questa figura coincida con la crisi della Politica.<br />
Se il primato non è più della Politica,ma passa all&#8217;imprevedibile finanza ancor più che all&#8217;impresa,l&#8217;obiettivo non è più &#8220;l&#8217;utilità sociale&#8221; ma un altro: il ritorno di immagine,la visibilità mediatica,secondo una logica strettamente privatistica. In sostanza,la cultura viene usata per conseguire uno scopo alquanto distante dal suo contenuto autentico e più profondo.<br />
Se al fine pubblico,all&#8217;&#8221;utilità sociale&#8221;, si sostituisce l&#8217;interesse individuale,è conseguente che l&#8217;operatore culturale cessi la sua funzione e ceda il passo alla&#8221; resurrezione &#8220;dell&#8217;impresario. Non la benemerita figura di ottocentesca memoria, quello che credeva nelle sue scelte indipendenti a tal punto da assumersene il rischio personale,ma quello che indossa spregiudicatamente i panni del manager per intraprendere con finanziamenti pubblici,il denaro di noi tutti. Le elaborazioni culturali,risultato di attenta osservazione della realtà,vengono sostituite da slogan e parole d&#8217;ordine,quali l&#8217;ossessivo richiamo all&#8217;eccellenza,concetto ormai svuotato di ogni consistenza. Poi l&#8217;altro &#8220;apriti sesamo&#8221;,l&#8217;altra parola chiave:il mercato. Ma di quale mercato stiamo parlando?Siamo sicuri che il grande repertorio melodrammatico stia sul mercato? Che dire poi dell&#8217;opera contemporanea? E allora non è più corretto parlare di fruizione che deve essere stimolata,resa consapevole,colta,perché non basta fare un buon prodotto se non esistono i mezzi per farlo arrivare a chi è destinato. E&#8217; questo il solo mercato possibile nel teatro e nella musica,perché l&#8217;&#8221;utile&#8221; non può essere altro che la sconfitta dell&#8217;assenza di contenuti caratteristica principale dell&#8217;ideologia del mercato.<br />
Il deficit di contenuti ha prodotto un&#8217;altra conseguenza negativa:la perdita di identità della produzione nazionale. Nell&#8217;arte e nello spettacolo,sin dai tempi del Rinascimento il nostro Paese ha imposto al resto d&#8217;Europa la sua straordinaria capacità creativa,conquistando una posizione di indiscussa egemonia che è stata sostanzialmente mantenuta sino a tutto il XX secolo. Ora le posizioni sembrano essersi rovesciate . Con il comodo alibi dell&#8217;internazionalizzazione,trova spazio un sistema produttivo,nato e pensato altrove,che deve essere alimentato da una continua circuitazione: i Teatri diventano così semplici contenitori di spettacoli ,sostanzialmente identici &#8211; la finta,obsoleta,avanguardia del cosiddetto teatro di regia alla tedesca è ormai un imperativo categorico del teatro lirico. Lo spettacolo di un teatro d&#8217;opera italiano e di un teatro dell&#8217;Europa Centrale o delle Americhe,mostrano di essere la stessa cosa e non può essere altrimenti perché coloro che hanno la responsabilità delle scelte artistiche (a proposito sarà un caso che anche i direttori artistici,i musicisti,nei teatri sono una razza in via d&#8217;estinzione?!)stanno perlopiù all&#8217;interno di una sorta di network che per definizione non è un modello culturale.<br />
Ho sempre pensato che la risposta ad un mondo globalizzato sia la riproposizione di una forte identità,un po&#8217;come le migliori espressioni del &#8220;made in Italy&#8221;,frutto prima di tutto della nostra fantasia e della nostra sapienza artigianale,hanno saputo conquistare il mondo e affermato un gusto nostro,italiano,in una parola:la nostra cultura.<br />
Concludo,ricordando che il &#8220;pessimismo della ragione&#8221; si combatte con &#8220;l&#8217;ottimismo della volontà&#8220;. Non è facile,ma lo tsunami che ha travolto le borse di tutto il mondo,condannando senza appello l&#8217;egemonia ideologica del liberismo e della finanza,costringerà a ripensare,a ridisegnare un sistema di valori,che non metta più al centro il denaro facile quale unico elemento misuratore,nel quale l&#8217;uomo cessi di essere giudicato sulla base del suo reddito. Chissà,se questa crisi saprà produrre questo effetto positivo? Se si,state certi,la figura dell&#8217;operatore culturale -come la mitica Fenice- rinascerà dalle sue ceneri.</p>
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