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	<title>Forum Cultura &#187; rita borioni</title>
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		<title>Beni culturali: saper &#8220;dare i numeri&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Mar 2009 10:49:36 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[La Rivista]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 0]]></category>
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		<category><![CDATA[rita borioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Rita Borioni Il dibattito che si sta svolgendo negli ultimi mesi rispetto ai finanziamenti e alle politiche per i beni culturali, mostra una dose di approssimazione e di imprecisione che sembra crescere proporzionalmente all’infittirsi del dibattito stesso. Il settore dei beni culturali ha vissuto per decenni nella quasi assoluta indifferenza della politica (specie di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>di Rita Borioni</em></strong></p>
<p>Il dibattito che si sta svolgendo negli ultimi mesi rispetto ai finanziamenti e alle politiche per i beni culturali, mostra una dose di approssimazione e di imprecisione che sembra crescere proporzionalmente all’infittirsi del dibattito stesso.<br />
Il settore dei beni culturali ha vissuto per decenni nella quasi assoluta indifferenza della politica (specie di quella statale) e dell’economia ma che da alcuni anni è diventato di enorme interesse per diversi dicasteri.<br />
Lo stesso Ministero, che per anni era ridotto a soddisfare le pretese dei partiti minori, rappresentando le cifre decimali nella distribuzione delle poltrone secondo il manuale Cencelli (1), è divenuto un ambito approdo per Ministri e Sottosegretari.<span id="more-204"></span><br />
Gli anni Ottanta hanno rappresentato l’inizio di un’inversione di tendenza: le file alle mostre di Van Gogh e l’ondata emotivo-culturale scatenata dall’esposizione dei bronzi ritrovati al largo di Riace, portarono all’attenzione prima dei media e poi della politica un settore che fino ad allora era stato confinato tra le amorevoli e sicure mani di pochi e devoti funzionari del Ministero per i beni culturali e ambientali e di qualche appassionato quadro delle amministrazioni comunali. Le poche centinaia di migliaia di visitatori non ponevano problemi rispetto alla valorizzazione del patrimonio e alle politiche di fruizione, i turisti si adattavano agli orari “corti” di musei e aree archeologiche, le cartoline le vendevano i custodi, le file davanti ai musei erano una chimera.<br />
Uno dei primi sintomi di questo rinnovato interesse si manifestò con l’avvio di progetti, ampiamente finanziati dallo Stato, che coinvolgevano più o meno direttamente il settore dei beni culturali. Il più famoso fu certamente quello denominato Giacimenti Culturali.<br />
Il patrimonio culturale diventa pian piano per politici ed economisti, il “nostro petrolio”, una grande risorsa, un volano di sviluppo, una ricchezza da valorizzare.<br />
Si aprono nuovi musei, si finanziano scavi, si avviano cantieri di restauro (quasi sempre grazie a stanziamenti straordinari) si pubblicizzano le giornate del patrimonio culturale, vengono riallestiti vecchi e gloriosi musei, il pubblico inizia ad affluire più numeroso. Si inizia a parlare di turismo culturale, di indotto, di occupazione di settore, di percentuali del PIL prodotte dal comparto della cultura e della creatività, di spesa pubblica e di ruolo del privato, di servizi aggiuntivi, di produttività culturale ma anche economica dei musei e dei siti archeologici, di imprenditoria culturale.<br />
Dati, numeri, quantità di pubblico, consistenza degli introiti da bigliettazione e entrate derivate da royalties diventano in breve temi di discussione sulla bocca di amministratori pubblici e privati: motivi buoni per giustificare tagli finanziari o provvedimenti di urgenza, materia di controversia, argomenti per censurare le politiche dei governi precedenti, le capacità di gestione degli addetti, la qualità dei contenuti prodotti o degli allestimenti.<br />
Si usano cifre assolute o percentuali a seconda che si voglia evidenziare l’aumento o il calo dei visitatori; si omettere di distinguere tra gli istituti culturali dello Stato e quelli degli enti territoriali,<br />
È pur vero che dati, numeri, percentuali, quote di finanziamenti, entrate ed uscite nel settore pubblico e privato non sono sempre chiarissimi o univocamente accettati ma alcuni sono certi, oggettivi ed innegabili.<br />
Non si tratta di esercitarsi nella sterile arte della puntualizzazione fine a se stessa o di “fare le pulci” a questo o quel Ministro o giornalista, ma di riordinare le idee e fare un po’ di chiarezza specie perché certi dati vengono piegati a seconda della tesi che si vuole sostenere, dei tagli che si vogliono far digerire, delle chiusure che si vogliono imporre, delle nomine a cui si vuole procedere.<br />
 In sostanza è accaduto che a fronte di un mutamento culturale che sembrava affacciarsi nel nostro paese, la politica si è spesso limitata a dichiarazioni di intenti alle quali non è seguita una seria riconsiderazione delle nuove esigenze che quei mutamenti comportavano, sia in termini di stanziamenti finanziari che di rigenerazione degli strumenti organizzativi (non ultimo quello relativo di qualità e quantità del personale), crogiolandosi nell’illusione (colpevole) che sarebbe bastato aprire nuovi musei per aumentare il numero dei visitatori e di fidealizzarli alla fruizione. Ed infatti, è difficile rinvenire tra la consistente messe di nuove norme, qualche provvedimento volto a sostenere e a potenziare i consumi e la fruizione del patrimonio culturale da parte degli italiani.<br />
Alcuni mesi or sono è giunta notizia della pessima posizione dei musei italiani  nella classifica dei musei mondiali. Primi tra gli italiani sarebbero gli Uffizi che si attestano solo al ventunesimo posto.<br />
Il dato nudo e crudo è sconfortante e se da una lato mette in una luce assai tetra le capacità del personale di musei e soprintendenze, dall’altra giustificherebbe l’assunzione di provvedimenti straordinari e la chiamata alle armi di figure dalle consolidate competenze manageriali.<br />
Ma proviamo ad uscire dal gap delle classifiche e riflettiamo. Abbiamo già detto che gli italiani non sono esattamente idei diligenti ed affezionati fruitori di istituti culturali. Nei musei, di solito, ci troviamo le scolaresche, i turisti, gli studiosi, alcuni appassionati. Questo a meno che il museo sia stato inaugurato da poco o ci sia una mostra molto pubblicizzata: in qual caso le file (che pure sono sempre più rare) sono composite e variegate.<br />
Ma andiamo a vedere la classifica.<br />
Al primo posto con 8,3 milioni di visitatori c’è il Louvre e al secondo posto con poco più di 5,5 milioni troviamo il Centre Pompidou. Seguono il British Museum e la Tate Modern di Londra. Sotto i 5 milioni ci sono il Metropolitan di New York e ad un’incollatura la National Gallery di Washington. Finalmente arrivano i Musei Vatican, la National Gallery di Londra, il Museo d’Orsay di Parigi e, al decimo posto, il Prado di Madrid. Per arrivare fino al ventunesimo posto incontriamo musei di Taipei, Glasgow, Chicago, Tokyo e Barcellona oltre che di Mosca e di  Huston.<br />
Una cosa va evidenziata innanzi tutto: da questa classifica sono esclusi i siti archeologici e quindi non sono computati gli oltre due milioni e mezzo di visitatori di Pompei e neanche il circuito archeologico “Colosseo, Palatino, Fori Romano” che ha accolto nel 2007 poco meno di 4,5 milioni di visitatori.<br />
Perché, sia detto per inciso, i problemi di classifica degli istituti italiani sono causato anche (ma non solo, è ovvio) dalla presenza di un gran numero di siti “irregolari”: scavi, chiese, monumenti, palazzi storici, monasteri, brani di antiche vie che, evidentemente, non sono computabili dal punto di vista della bigliettazione e, quindi, non danno punti classifica.<br />
Ma un altro elemento andrebbe sottolineato. La quasi totalità dei musei meglio piazzati dei nostri, sono enormemente più grandi degli Uffizi che può disporre di circa 5500 mq di spazio espositivo contro i 60.000 mq del Louvre o i 30 chilometri di corridoi dell’Hermitage di San Pietroburgo.  Per tacere del fatto che la National Gallery (che gode di uno spazio espositivo di circa 20.000 mq) è un museo ad entrata gratuita, come il British Museum, la Tate Modern e la National Gallery di Washington.<br />
Non c’è dubbio, credo, che alla luce di questo parziale approfondimento muti anche il senso della ventunesima posizione degli Uffizi. Senza dimenticare che il primo museo della classifica, il Louvre, può disporre di un bilancio annuo di 140 milioni di euro.<br />
Rimane fermo, tuttavia, il fatto che gli italiani amano i loro beni culturali quasi esclusivamente quando debbono far bella figura con gli stranieri o quando, impegnati in qualche viaggio di piacere, si mettono diligentemente in fila di fronte ai portoni dei musei.<br />
Viene da domandarsi se, come dice il Ministro Bondi, l’italiano medio non si rechi davvero al museo a causa della scarsa efficienza gestionale e della mancanza di comunicazione esterna. È difficile pensare che un milanese debba essere avvisato dell’esistenza della pinacoteca di Brera o che un romano abbia dimenticato che in cima al Campidoglio ci sono i Musei Capitolini.<br />
Non sarà piuttosto che l’educazione al patrimonio negli ultimi decenni non è stata curata come era necessari, o che i modelli diffusi attraverso i media comprendono molte cose ma certo non la necessità di incrementare le competenze culturali ?</p>
<p>Altro vezzo tutto italiano è quello di attribuirsi percentuali variabili, ma sempre assai consistenti, del patrimonio culturale mondiale.  Recentemente il Ministro Bondi in un articolo de il Giornale (del 22 novembre 2008, pag. 35) ha dichiarato che il nostro paese accoglie “la maggior parte” delle opere d’arte presenti nel mondo. Bene, sia detto una volta per tutte: questo dato non ha alcuna base scientifica. L’Italia accoglie il maggior numero di siti inseriti nella lista Unesco rispetto ad ogni altro paese ma ciò non comporta alcuna primizia numerica di altro genere; anche perché i 43 siti italiani rappresentano appena uno stiracchiato 5 per cento degli 878 siti totali contenuti nella lista Unesco (2) .  Ed in effetti quel dato del  70 o 75 per cento di beni culturali mondiali tanto decantato deriva, sempre secondo l’UNESCO, dalla percentuale di furti di opere d’arte denunciati nel nostro paese sul totale mondiale dei furti…</p>
<p>Un’ultima notazione (tra le tante possibili) riguarda un recente rapporto di Confcultura e Federturismo-Confindustria su “Arte, turismo e indotto economico” presentato lo scorso febbraio. Qui si parla, tra l’altro, degli introiti derivati dai servizi aggiuntivi che ammonterebbero a 43,5 milioni di euro. Il rapporto di Confcultura, tuttavia, dimentica di specificare che quella cifra è prodotta unicamente dai  servizi aggiuntivi dei musei di proprietà dello Stato. Il che diventa tanto più importante dal momento che i musei statali in Italia rappresentano appena il 15 per cento del  totale, mentre i musei degli enti locali raggiungono la percentuale del 55 per cento circa, mentre un altro 5 per cento è rappresentato dai musei appartenenti alle università ed il restante 30 per cento appartiene a privati e alla CEI.</p>
<p>Va detto, però che tra i tanti numeri dati (o, se preferiamo, forniti) dalla politica in questo settore, l’unico grande buco informativo riguarda l’effettiva consistenza di bilanci e tagli al settore.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>1) Tra le poche eccezioni di un panorama non sempre confortante va segnalata la figura di Giovanni Spadolini che contribuì in maniera fondamentale alla nascita del Ministero per i beni culturali e ambientali.</p>
<p>2) Cfr. il sito del World Heritage dell’Unesco: <a href="http://whc.unesco.org/en/list">http://whc.unesco.org/en/list</a>.</p>
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		<title>Intervento di Rita Borioni e Alessandra Untolini Bocci</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2009 16:58:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ater</dc:creator>
				<category><![CDATA[Salsomaggiore]]></category>
		<category><![CDATA[alessandra untolini bocci]]></category>
		<category><![CDATA[rita borioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Il tax credit si sostanzia nella deduzione delle spese di investimento nel settore della produzione di prodotti cinematografici e interviene anche nel caso in cui l&#8217;investimento non produca reddito. I risparmi prodotti a vantaggio dell&#8217;investitore, andandosi a collocare al grado più basso della filiera, dovranno innescare un circolo virtuoso che coinvolge l&#8217;intera filiera, giungendo a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il tax credit si sostanzia nella deduzione delle spese di investimento nel settore della produzione di prodotti cinematografici e interviene anche nel caso in cui l&#8217;investimento non produca reddito. I risparmi prodotti a vantaggio dell&#8217;investitore, andandosi a collocare al grado più basso della filiera, dovranno innescare un circolo virtuoso che coinvolge l&#8217;intera filiera, giungendo a incidere finanche sul costo del prodotto finale, oltre che sulla crescita di indipendenza dei produttori e di autonomia dall&#8217;intervento pubblico.<span id="more-33"></span><br />
Il secondo, tax shelter, produce una tassazione ridotta sugli utili generati dagli investimenti e si va ad aggiungere al primo.<br />
Di fatto il provvedimento tende a rendere conveniente investire in un&#8217;opera cinematografica, non solo per gli imprenditori del settore, ma anche per soggetti tradizionalmente esterni alla filiera e quindi a stimolare investimenti ulteriori.<br />
Questo lo stato attuale della normativa direttamente afferente al settore cinematografico.Rimane il fatto che esistono altre leggi che afferiscono al settore. Ci riferiamo al deposito legale, alla legge sul diritto d&#8217;autore e a quello sulla tutela delle pellicole. Su questi temi non ci possiamo soffermare in questa sede ma rimandiamo ad un articolo che abbiamo pubblicato sulla rivista on line Aedon.</p>
<p>Prima di chiudere vorrei tornare un istante su quanto abbiamo accennato a proposito delle richieste dell&#8217;Europa in relazione al Tax Credit ed alla mancanza di una legge di sistema per il cinema.<br />
È noto che l&#8217;Europa non permette aiuti di Stato ai settori privati in quanto considerati una minaccia per la libera concorrenza e per il libero scambio. Tuttavia, sono ammesse deroghe tra la quali la più sostanziosa è quella rappresentata dalla necessità che ciascun paese difenda la sua diversità attraverso la cosiddetta &#8220;eccezione culturale&#8221;. Essa legittima l&#8217;intervento pubblico nei settori culturali per impedire la formazione di posizioni dominanti, per consentire prospettive di crescita a settori che presentano livelli insufficienti di domanda, che accusano una forte crescita di costi o che hanno un mercato di riferimento assente o molto ridotto per loro stessa natura.<br />
Potremmo discutere sul fatto che il cinema (e in generale l&#8217;intero settore culturale) in Italia non abbia per sua natura un mercato di riferimento e di come ci si sia più o meno esplicitamente conformati a questo dogma o, se preferiamo a questa profezia che si continua ad autoavverare.</p>
<p>Mi vorrei soffermare, piuttosto, su alcune delle condizioni necessarie ed imprescindibili che regolano gli aiuti di Stato nel settore del cinema: il criterio del prodotto, secondo il quale il sostegno deve essere diretto al prodotto (e quindi al film) e non alle imprese o alle persone che si sostanziano semplicemente come vettori dei benefici finanziari. Se questo criterio sia stato realmente rispettato e se, quindi, gli aiuti finanziari saranno utili ad uno sviluppo e diffusione del prodotto e non, piuttosto, ad un rafforzamento delle imprese (magari al rafforzamento di certe posizioni già ora dominanti) ce lo potrà dire solo il futuro.<br />
Mi permetto, però, di avanzare qualche perplessità sul fatto che la norma possa produrre la sua massima efficacia in assenza di una legge e, quindi, di una regolamentazione complessiva del sistema e, quindi, della definizione di un quadro di indirizzi complessivo.</p>
<p>Il problema che emerge, e questo vale per il cinema quanto per le politiche culturali di questo paese, è la mancanza di programmazione delle politiche per la cultura. E questo male sembra giungere da molto lontano. Le nostre politiche per la cultura soffrono di un caratteristico e caratterizzante ritardo culturale, ovvero una sorta di sindrome che costringe, in mancanza di una adeguata lettura dei cambiamenti in corso, a rincorrerli e, casomai, quando non si riescono a raggiungere, a soffocarli o almeno ad ignorarli. Oppure, ancora peggio, si pretende di piegare le esigenze del settore culturale a quelle dell&#8217;economia, del turismo, dell&#8217;industria e così via.<br />
L&#8217;elemento più stupefacente di tutta la questione è come si sia facilmente perduto di vista il fine ultimo dell&#8217;intervento nel settore culturale che, in uno stato democratico, non può (o almeno non dovrebbe) ridursi a finalità propagandistiche e neanche a sostenere le industrie culturali senza dotarle degli strumenti per renderle autonome.</p>
<p>Allo stato attuale, come ho più volte avuto occasione di sottolineare, emerge un drammatica condizione di staticità dei consumi culturali. Che porta con sé il radicalizzarsi della crisi delle industrie di settore. Rispetto all&#8217;intervento pubblico diretto o indiretto c&#8217;è anche da dire che alla crescita dell&#8217;offerta non corrisponde una illimitata e proporzionale crescita della domanda e ciò è tanto più vero in una condizione di crisi economica e di decrescita dei consumi culturali. Questo vale in assoluto, ma significa anche che la soluzione al problema della produzione culturale non può essere tanto individuata nella crescita tout court dei finanziamenti al settore, quanto, e soprattutto, nella creazione delle condizioni di indipendenza degli operatori dalle decisioni politiche e nello sviluppo di un mercato della fruizione e del consumo consapevole, autonomo e autodeterminato.</p>
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